L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

Hyde Park
Cottesloe Beach
Scarborough Beach
Australian Day 1
Australian Day 2
Australian Day 3

Tappa numero 7, Dal 24 gennaio al 10 febbraio 2009

Perth III
WA_7

Swan River Colony

Arrivando da sud, prima di raggiungere il centro di Perth si percorrono svariate miglia di sobborghi residenziali: Jandakot, Leeming, Bull Creek… tutti una distesa infinita di villette. Più ci si avvicina al centro, più le une appressate alle altre. Poi a South Perth cominciano ad apparire i primi condomini, che, innalzandosi per più di un piano, coprono la vista su cosa si staglia più a nord. Ecco così che la visione dei grattacieli del CBD arriva tutto d’un tratto, quando Mitchell Fwy supera gli ultimi ostacoli e, attraverso il Narrows Bridge, si accinge a oltrepassare lo Swan River. Ad aprirsi non è solo lo sguardo sullo skyline di Perth, ma anche sull’ampia ansa del fiume su cui la città è nata e che così tanto la caratterizza. Sulle acque scure, appena mosse dal vento, navigano migliaia di barche, che tappezzano con vele bianche l’intero orizzonte. Le coste aldilà dell’ansa sono lontane, semi-nascoste da una lieve foschia, mentre il CBD, più vicino, si erge nitido, rispecchiandosi nel fiume. Non posso dire che la metropoli mi sia mancata, ma ora che la rivedo, sento di provare per lei una certa ammirazione.

 

Come già vi dissi, il primo europeo a vedere l’ampia veduta dell’ansa dello Swan River fu il capitano olandese Willem de Vlamingh nel gennaio del 1697, o meglio, qualcuno del suo equipaggio, poiché il capitano, che aveva fatto base su Rottnest Island, comandò solo una seconda spedizione lungo le sponde del fiume. In realtà prima di lui altri olandesi erano probabilmente giunti alla sua foce. Il primo visitatore europeo dovrebbe essere stato Frederick de Houtman, nel 1619, poiché i suoi documenti indicano che raggiunse la costa occidentale australiana a 32° 20’ di latitudine, poco più a sud di dove le acque scure dello Swan River incontrano quelle cristalline dell’oceano. Non vide però approdi sicuri e così procedette senza ulteriori indugi verso nord. Nel 1656 una nave olandese naufragò a soli centosette chilometri a nord della foce dello Swan River, vicino a Ledge Point (il relitto è stato riscoperto nel 1963). Settantacinque persone sopravvissero al naufragio e sbarcarono a terra. Altre tre navi olandesi arrivarono in zona appena un paio di anni dopo, in cerca dei sopravvissuti, ma delle settantacinque persone non si trovò alcuna traccia. Una di queste navi avvistò anche Rottnest Island, ma scelse di non fermarsi a causa delle barriere coralline, ritenute troppo pericolose.

Su Rottnest Island si fermò invece de Vlamingh una quarantina di anni più tardi, che spedì alla scoperta del fiume alcune scialuppe, perché un vasto banco di sabbia rendeva troppo superficiali le acque della foce, quindi non adatte alla navigazione delle navi. Anche con le scialuppe, comunque, superare il banco di sabbia non fu cosa semplice, tanto che la spedizione dovette letteralmente trascinare le imbarcazioni oltre l’ostacolo. Ormai lo sapete, ma il capitano olandese definì le terre che si affacciavano sul fiume “davvero poco interessanti”. Giudizio sfavorevole che fu confermato anche dai francesi della nave Naturaliste, comandata da Emmanuel Hamelin, che con una piccola spedizione di barche a vela riuscì a superare il banco di sabbia ed esplorò lo Swan River nel 1801, e dall’inglese Phillip Parker King, figlio dell’ex governatore del New South Wales, che nel 1822 risalì per quanto poté il fiume. Nessuno di loro fu impressionato dalla zona, anzi. Praticamente tutti, olandesi, francesi e inglesi nati in Australia, avevano valutato l’area per nulla idonea a ospitare un insediamento europeo permanente.
Ma allora come mai proprio qui fu fondato il primo nucleo della futura metropoli dell’Australia Occidentale? Probabilmente perché anche una sommatoria di errori, nelle contingenze giuste e con un po’ di fortuna, può portare a dei risultati se non proprio corretti, almeno non troppo sbagliati.

All’inizio del 1827 il capitano James Stirling, dopo aver gettato l’ancora prima a Rottnest Island e poi nel Cockburn Sound, il tratto di oceano chiuso tra Garden Island e la costa del continente australiano, esplorò le sponde dello Swan River in compagnia di Charles Fraser, un botanico originario del New South Wales. Ora non si sa con certezza dove sbarcarono, e nemmeno quanto abbiano bevuto prima di dare il via all’esplorazione, ma quando tornarono sulla nave cominciarono a decantare le meraviglie che avevano potuto ammirare: terre fertili a non finire, un vero eden per dei futuri coloni. C’è chi sostiene che ebbero la sfortuna/fortuna di mettere piede solo nell’area oggi conosciuta come Guildford, l’unica della zona con una certa vocazione agricola, senza vedere che oltre c’erano solo terreni sabbiosi per nulla fertili, ma personalmente penso che l’idea di una bottiglia ingurgitata di troppo sia più verosimile.

Fatto sta che dopo aver fatto tappa a Sydney, il buon James Stirling nel 1828 tornò in Inghilterra e iniziò a promuovere in termini entusiasti il potenziale agricolo dello Swan River. Nella sua idea, la zona era talmente ricca da poter sostenere una colonia di uomini liberi, a differenza delle colonie penali ormai consolidate nell’Australia orientale, con sé stesso come governatore. A seguito dei suoi appassionati rapporti, ma soprattutto delle voci che si stavano diffondendo in quei giorni a Londra che i francesi volevano stabilire una colonia penale presso Shark Bay, l’Ufficio Coloniale approvò velocemente la proposta, firmandola già a metà ottobre del 1828.

La prima nave a raggiungere lo Swan River fu la Challenger, che ancorò al largo di Garden Island il 25 aprile 1829. Il suo capitano, Charles Fremantle, dichiarò la fondazione della Swan River Colony già il 2 maggio 1829, quando in realtà nemmeno una barca si era ancora addentrata nelle acque dolci del fiume. La nave con Stirling, la Parmelia, arrivò il 31 maggio, la Sulphur l’8 giugno e tre navi mercantili in agosto. Da lì seguirono tutta una serie di contrattempi che misero in serio rischio la spedizione. La Challenger e la Sulphur andarono a sbattere contro le rive rocciose al momento di addentrarsi nel Cockburn Sound, riportando per fortuna solo lievi danni. La Parmelia, guidata da Stirling, che forse anche qui aveva bevuto qualche bicchiere di troppo, nel tentativo di superare il banco di sabbia all’ingresso della foce dello Swan River si arenò, perse il timone e danneggiò seriamente la chiglia, tanto da richiedere estese riparazioni. All’inizio di settembre la Marquis of Anglesea fu trascinata a riva da una tempesta e si danneggiò irreparabilmente. I nuovi coloni decisero di non smantellarla, ma la lasciarono dove si era arenata e cominciarono a utilizzarla come prigione: il primo carcere dell’Australia Occidentale.

Ma se i primi passi della Swan River Colony furono così costellati da eventi disastrosi, il prosieguo fu ancora peggiore. Le prime notizie che arrivarono in Inghilterra della nuova colonia alla fine di gennaio del 1830 descrivevano le pessime condizioni e lo stato di fame dei coloni, che invece di trovare una terra fertilissima facile da coltivare, se n’erano trovati di fronte una totalmente inadatta all’agricoltura. Alcune voci riferivano anche, erroneamente, che i coloni avevano deciso di abbandonare la colonia. Come risultato di queste segnalazioni, molte persone cancellarono i loro piani di emigrazione verso l’Australia occidentale e si diressero o a Città del Capo o nel Nuovo Galles del Sud. I pochi che decisero ugualmente di spingersi verso l’Australia Occidentale si trovarono di fronte a una colonia in grande difficoltà, in preda alla fame e alle malattie, ma che con tenacia continuava ad andare avanti, un passo dopo l’altro, ridisegnando un territorio difficile e a tratti indomabile.

Nei primi anni la colonia s’insediò a Guildford, la zona con i terreni più fertili, mentre l’energico geometra di Stirling, John Septimus Roe, si mise subito a lavorare sull’area appena a nord della grande ansa dello Swan River per tracciare la forma del centro del futuro insediamento e delimitare così i lotti dove costruire gli edifici pubblici e privati. In seguito a questo iniziale lavoro, effettuato nel 1829, la nuova città assunse la forma di una griglia semi-regolare di forma rettangolare, delimitata a ovest dal monte Eliza e a nord dalle zone umide (laghetti e paludi) che caratterizzavano l’area appena oltre la sponda del fiume. La griglia era inclinata in modo che le lunghe strade principali corressero parallele al fiume, che formava così il confine a sud e a est (in realtà le istruzioni di Stirling erano state quelle di orientare le strade secondo i punti cardinali, probabilmente per approfittare della brezza marina proveniente dall’oceano a ovest, ma Roe scelse di fare diversamente). L’arteria principale era St Georges Terrace, larga poco più di trenta metri (novantanove piedi), la larghezza standard per una strada principale nella pianificazione coloniale, che scorreva a poca distanza dal fiume. A intersecarla ortogonalmente nel centro, un’altra ampia strada, Stirling Street, doveva essere l’asse principale per l’espansione verso nord della città. La griglia era caratterizzata nel centro da un ampio spazio aperto, tra Barrack e Pier Street. Le terre a ovest sarebbero state destinate alle attività commerciali, mentre quelle a est agli edifici governativi.

I regolamenti edilizi che furono pubblicati da lì a poco avevano l’obiettivo di stimolare la crescita di una città dall’aria signorile e rispettabile. Così le assegnazioni lungo le strade più prestigiose furono concesse sulla base della posizione sociale, anche se indirettamente. Ad esempio, per ottenere un terreno lungo St Georges Terrace era necessario costruirci una casa al costo minimo di duecento sterline (le case nelle strade secondarie dovevano costare almeno cento sterline) e al massimo entro due anni. Richiedendo costi elevati e tempi di sviluppo tempestivi, i regolamenti escludevano deliberatamente coloro che non avevano ricchezza e status sociale. Un successivo codice di costruzione del 1833 imponeva che le case fossero situate sulla linea mediana di ciascun lotto e che il fronte dell’edificio fosse posto a nove metri (trenta piedi) dal limite del lotto sulla strada. Il tutto era inteso a creare un ambiente aperto e spazioso di case unifamiliari circondate da alberi, frutteti e giardini, in contrasto con le strade affollate e le abitazioni strette che stavano nascendo nello stesso periodo a Fremantle.

Un secondo piano urbanistico fu pubblicato nove anni dopo, nel 1838, ed è solo in questo momento che la città cominciò a espandersi verso nord, attraverso la serie di zone umide e paludi che caratterizzava l’area. Sebbene inizialmente i coloni avessero denigrato le paludi, ci si rese presto conto che, contrariamente a gran parte del terreno sul piano costiero del fiume, le zone umide erano ragionevolmente più fertili. Il drenaggio delle aree umide iniziò già nel 1833 e continuò per oltre venticinque anni. A differenza del centro di Perth, la disposizione delle strade che si inoltrarono a nord fu decisa sulla base della natura del paesaggio, della presenza di laghi e zone umide e sulla base anche dei piani di drenaggio.
Septimus Roe non progettò solo il centro urbano di Perth, ma anche quello di Fremantle e di Guildford. Nella sua idea, Fremantle doveva essere la città portuale e la porta d’ingresso della colonia, Guildford era il punto di carico per i prodotti agricoli che dovevano essere spediti lungo lo Swan River e Perth era il centro amministrativo e militare. Tutte e tre le città si svilupparono comunque molto lentamente nei primi decenni. Nel 1850 la popolazione della colonia dell’Australia occidentale era di appena seimila persone, di cui circa duemila vivevano nelle vicinanze di Perth e altrettante a Fremantle.

Fu anche per questo che nel 1849 Perth decise di diventare una colonia penale. Nei successivi sedici anni ricevette un afflusso di oltre novemila detenuti, che cambiarono significativamente le dinamiche sociali ed economiche della colonia. I condannati, attraverso il lavoro forzato, furono coinvolti nella costruzione di una grande quantità di infrastrutture, che modellarono nel tempo il carattere della città. Seppur il loro lavoro migliorò di molto le prospettive della colonia, l’identità di fondo di Perth rimase sempre quella di una remota e rustica città di frontiera.

L’atmosfera da villaggio di case in mattoni o pietra sparse a uno o due piani circondate da giardini, così come fu descritta da molti visitatori dell’epoca, rimase invariata fino agli anni ‘80 del 1800. È, infatti, solo negli ultimi due decenni del XIX secolo che Perth iniziò a crescere per la prima volta in modo significativo. Nel 1877 fu completata una linea telegrafica da Adelaide a Perth, migliorando notevolmente la comunicazione all’interno del continente, e nel 1881 fu completata la costruzione di una ferrovia tra Fremantle e Guildford. Ma ciò che più influenzò Perth fu che nell’interno dell’Australia occidentale, nel Kimberley, a Murchison e a Kalgoorlie, furono scoperti estesi giacimenti d’oro.

La città cambiò radicalmente aspetto con la sopraggiunta prosperità economica e con l’aumento della popolazione a causa dell’immigrazione dovuta alla corsa all’oro (in un decennio la popolazione della città triplicò, passando da 8.447 nel 1891 a 27.553 nel 1901). Nuove infrastrutture furono celermente costruite, sebbene non abbastanza velocemente da soddisfare la crescente domanda. Nel 1893 arrivò l’elettricità e nel 1899 iniziarono i primi servizi di tram elettrici. Nel 1897 il porto di Fremantle fu ufficialmente aperto: il banco sabbioso che attraversava la foce dello Swan River venne rimosso, rendendo così il fiume accessibili anche alle navi. Ed è così che la vecchia e macilenta colonia entrò nel XX secolo, a grandi balzi. Con una rapida e veloce corsa che, dopo poco più di un secolo, la vede immensa, prospera e proiettata al futuro, senza però aver perso quell’atmosfera di villaggio sereno e felice che i primi coloni vollero imprimergli.

Australian day

La Prima Flotta (“The First Fleet”, in inglese) è l’insieme delle undici navi che il 13 maggio 1787 partì da Portsmouth per fondare la colonia penale che divenne il primo insediamento europeo in Australia. Una ventina di anni prima, nel 1770, l’esploratore James Cook, nel suo primo viaggio nel Pacifico, era approdato sulle sponde orientali di questo immenso continente australe, rivendicando una parte di territorio per la Corona Britannica, una baia che lo stesso esploratore definiva ottima per porvi un insediamento: Botany Bay. Proprio verso questa baia la Prima Flotta era diretta.

La flotta consisteva di due navi militari, tre mercantili e sei per il trasporto dei carcerati, per un totale di circa millecinquecento persone tra detenuti, marinai, militari e civili. La flotta fece tappa prima a Tenerife, poi a Rio de Janeiro, dopo aver attraversato l’Atlantico sospinta dagli alisei, e infine nell’allora colonia olandese di Città del Capo. Essendo l’ultimo scalo, qui la flotta si rifornì di piante, semi e bestiame per il futuro approdo nel Nuovissimo Mondo (furono caricati sulle navi due tori, sette mucche, uno stallone, tre cavalle, quarantaquattro pecore, trentadue maiali, quattro capre e “una grandissima quantità di pollame di ogni tipo”). Oltre Città del Capo, che rappresentava l’ultimo insediamento europeo che i membri della flotta avrebbero visto per anni, forse per il resto della loro vita, si estendeva l’immensità sconosciuta dell’Oceano Indiano. Abbandonata l’Africa, la flotta navigò per oltre due mesi in questo spazio infinito, con un mare spesso turbolento, spinta verso est dai “quaranta ruggenti”, i forti venti che spirano normalmente da ovest a est tra il 40° e il 50° parallelo sud, fino ad avvistare l’allora Terra di Van Diemen (l’odierna Tasmania) il 4 gennaio 1788. Circumnavigata l’isola, la flotta diresse finalmente le prue verso nord, raggiungendo la tanto agognata Botany Bay tra il 18 e il 20 gennaio 1788, dopo duecentocinquanta giorni di estenuante viaggio.

Non ci vollero che pochi giorni, però, per rendersi conto che Botany Bay non era all’altezza del brillante resoconto che James Cook aveva fornito. La baia era troppo aperta, poco protetta dalle insidie dell’oceano, e l’acqua non era sufficientemente profonda. Il Commodoro Arthur Phillip, il comandante della flotta, decise di cercare da subito un luogo più idoneo dove fondare la colonia penale, quindi già il 21 gennaio partì con un manipolo di uomini per esplorare la costa a nord di Botany Bay. A solo dodici chilometri scoprì una baia che definì “il porto più bello del mondo”, con un terreno all’apparenza molto fertile e la presenza di un piccolo ruscello che permetteva un facile approvvigionamento di acqua dolce. Il 23 gennaio Phillip era di ritorno a Botany Bay, dove velocemente organizzò il nuovo e ultimo spostamento della flotta. Il 26 gennaio 1788 la First Fleet salpò per la nuova baia e lì, lo stesso giorno, pose le basi definitive del primo insediamento europeo in Australia, che Phillip decise di chiamare Sydney Cove, in onore di Lord Sydney, l’allora ministro degli interni britannico.

È per questo che il 26 gennaio è festeggiato da allora come Australian Day, la più importante festa australiana, dove tutti festeggiano con vivido orgoglio il proprio attaccamento alla nazione. Ero tornato a Perth proprio per vivere il 26 gennaio in compagnia di molti dei miei compagni di scuola, un nutrito gruppo di europei, sudamericani e asiatici, che aveva deciso di vivere all’australiana questa speciale giornata di festa: appropriazione fin dal primo mattino di un pezzo di prato sulle sponde dello Swan River, possibilmente a South Perth, e chiacchiere fino a sera in attesa dei famosi fuochi artificiali, i City of Perth Skyworks, lo spettacolo pirotecnico più importante dell’Australia Occidentale, svoltisi per la prima volta nel lontano 1985. Vivere l’Australian Day all’australiana.

 

Con l’arrivo a Perth ritrovo un caldo che avevo in parte dimenticato. La giornata di festa appare da subito molto calda, quasi afosa. Il cielo è sgombro di nubi e il sole brilla indisturbato e forte sopra le nostre teste, anche se una lieve foschia, dovuta all’alta umidità, rende meno compatti i grattacieli del CBD. Ma la vista da South Perth è comunque stupenda, la più bella tra quelle che il centro di Perth ha da offrire.

Già di primo mattino molta gente si è impossessata della riva del fiume, con gazebo di varie fogge e dimensioni montati per l’occasione. Chi non è così organizzato sceglie l’ombra dei tanti alberi che crescono sui prati che abbelliscono il lungofiume. Cerchiamo il nostro angolino d’ombra e vi stendiamo gli asciugamani. Chi non ha portato con sé nulla da mangiare parte alla ricerca di un supermercato, altri cercano dei barbecue liberi per cucinare le salsicce comprate il giorno precedente. Purtroppo, per questi ultimi tutti i barbecue pubblici sono stati disattivati per l’intera giornata, quindi sono costretti a rimediare con hot-dogs e patatine comprate a una vicina rivendita ambulante. Nel pieno rispetto della legge australiana, è vietato bere alcolici all’aperto, anche, e direi soprattutto, in una giornata di festa nazionale come quella odierna. Se all’inizio della giornata la polizia che vaga per i giardini non è tantissima, va piano piano aumentando di numero con il passare delle ore, fino a essere una presenza costante in ogni angolo del grande giardino di South Perth. Ciò nondimeno, anche con il loro pressante controllo il grado alcolico nel sangue degli australiani (e di tutti i partecipanti alla festa nazionale) va aumentando inesorabilmente. Gli stratagemmi per bere senza essere colti in flagrante sono i più vari, ma quello che è certo è che ci si sente davvero dei criminali quando si vuole bere anche una semplice lattina di birra: tutto di nascosto, con lo sguardo sempre vigile e le orecchie tese agli avvertimenti lanciati dei compagni. Ma forse è veramente l’unico modo di confrontarsi con la follia dei giovani australiani, che non perdono occasione per evidenziare il loro disequilibrato rapporto con l’alcol. Quando bevono diventano aggressivi e il loro entusiasmo sfocia spesso in risse, duramente represse dalla polizia. Quando dico duramente, non esagero. Non vanno per il sottile. Normalmente ti concedono un primo avvertimento, ma se lo ignori e continui a comportarti in modo sconveniente ti legnano al punto da farti passare la voglia di bere. Visto come si comportano gli australiani ubriachi, non so dar loro torto. Ma da un punto di vista sociologico, è nato prima l’oppressivo controllo della legge o la follia alcolica dei giovani? La seconda ha fatto nascere la prima, o è stata la prima a generare la seconda. O, come penso sia molto probabile, le due cose sono cresciute di pari passo, alimentandosi a vicenda? Comunque sia, lo spettacolo offerto dagli australiani in questa giornata, anche se aiutato dall’alcol, si fa sempre più avvincente. A parte le sporadiche risse e il carattere irascibile di molti maschi ricchi di ormoni, quello che si vede perlopiù nei giardini è una sana voglia di divertirsi e di mostrare il proprio orgoglio nazionale. Non c’è persona che non porti addosso, come vestito o anche come temporaneo tatuaggio, qualcosa che richiami l’Australia. La più comune è la bandiera blu con le stelle bianche, che arriva a essere un costume da bagno a due pezzi, oppure un berretto, oppure un enorme guantone gonfiabile. Scritte “aussie” compaiono sulle braccia e le gambe di quasi tutte le ragazze e le grida “aussie, aussie, aussie, hoi, hoi, hoi” risuonano in ogni dove. Anche lo sport entra orgogliosamente in azione, con tutti i ragazzi che giocano sui prati a cricket o football australiano. Solo sport rigorosamente australiani. Una festa totale, coinvolgente, alla quale tutti partecipano con entusiasmo.

Tra chiacchere, qualche passeggiata, foto di gruppo, mangiate e bevute di nascosto, il sole scompare all’orizzonte e la volta inizia a scurirsi. Per tutto il giorno in cielo si erano susseguiti spettacolari evoluzioni di aerei, elicotteri, deltaplani e quant’altro. Ora invece il cielo è lì pronto per i fuochi d’artificio tanto attesi. Siamo proprio in riva allo Swan River quando il blu della notte s’illumina sopra il CBD, con le esplosioni che arrivano ritardate alle nostre orecchie. I fuochi partono dall’altra riva del fiume, ma anche da alcuni grattacieli. A impressionare è la vastità di cielo coperto dai fuochi, che sono lanciati su quasi tutta l’ampiezza del centro di Perth, e la lunghezza dell’evento. Ci sono un paio di pause in cui tutto sembra terminato, ma poi nuove esplosioni riecheggiano, rinfiammando l’entusiasmo. Il finale è degno dello spettacolo offerto, con una serie lunga e serrata di fuochi ravvicinati. Quando la notte torna calma e silenziosa, netta è la sensazione di aver vissuto qualcosa di veramente bello.

Torniamo tutti a piedi dall’altra parte del fiume, facendo parte di un flusso umano che segue le vie pedonali disposte a bordo delle acque per superare il ponte sul fiume, per poi disperdersi appena giunti sull’altra riva. A uno a uno anche il nostro gruppo si sfalda, con veloci saluti e strette di mano al momento di dividerci, il volto segnato da una lunga giornata di baldoria, nel cuore una bella leggerezza per le splendide ore passate insieme.

Dove andiamo al mare?

Ho concesso poco tempo alle famose spiagge australiane. In parte per la mia ormai nota insofferenza nei confronti dell’acqua, dall’altra perché non resisto più di qualche manciata di minuti disteso sulla spiaggia ad abbronzarmi. Eppure l’intera costa nei pressi di Perth garantisce, a chi ne sia appassionato, sabbia, mare, sole e vento a non finire.

Le spiagge a cui fare riferimento sono davvero tantissime, ma forse perché sono le più semplici da raggiungere con i mezzi pubblici, due sono quelle che circolano maggiormente sulle labbra della gente: Scarborough e Cottesloe. La prima è la meta preferita dai giovani in cerca di divertimento, la seconda è più tranquilla e rilassata. Ma a differenziarle c’è anche dell’altro. A Scarborough l’accesso principale alla spiaggia è una complicata scenografia moderna fatta di rampe, muretti, infrastrutture in alluminio e marciapiedi pavimentati. Sulla spiaggia di Cottesloe campeggia invece un edificio dalle fattezze old british (l’Indiana Teahouse), con alle spalle bellissimi esemplari di pino di Norfolk e candidi prati verdi, rigorosamente ben tenuti. Insomma, Scarborough sta al futuro come Cottesloe al passato. Il nuovo che avanza contro la tenace resistenza del vecchio (vecchio si fa per dire, siamo sempre in Australia). Indovinate un po’ quale delle due avevo eletto a mio riferimento balneare.

I primi coloni che giunsero nella Swan River Colony provenivano da una cultura in cui le spiagge erano fredde e fatte di ciottoli, anziché di sabbia. La loro idea di mare era quindi tipicamente anglosassone, con spiagge dotate di lunghi pontili e un approccio balneare pudico e rigoroso. Ci volle del tempo perché scoprissero cosa aveva da offrire la costa sabbiosa dell’Oceano Indiano. Cottesloe iniziò a essere molto popolare quando la ferrovia da Perth a Fremantle aprì nel 1881 e il luogo divenne così più accessibile. Con la nascita in loco di un vero e proprio quartiere residenziale nel 1886, cominciò a diffondersi tra i coloni la moda di “andare al mare”, trasformando la spiaggia in un luogo popolare anche da un punto di vista sociale.

Con l’aumentare della popolarità di Cottesloe Beach, venne portata avanti l’idea di costruire un molo all’inglese, che fu alla fine realizzato nel 1906. Il molo si estese per circa cento metri nell’oceano e divenne presto noto come “The Pier”. Divenne presto un centro di riferimento per i residenti e i vacanzieri provenienti da Perth e dalle altre cittadine dell’interno. Un altro molo fu costruito nel 1922, di più piccole dimensioni, allo scopo di permettere le immersioni (sul molo principale erano vietate), ma durò solo quattro mesi prima di essere distrutto da una furiosa burrasca. Anche il molo principale non se la passò bene, tanto che, regolarmente colpito dalle tempeste, divenne progressivamente più corto man mano che venivano rimossi i piloni danneggiati. I continui fortunali e massicci attacchi parassitari portarono alla sua chiusura negli anni ‘40 e alla definitiva demolizione nel 1952.

Qualche traccia dei due vecchi pontili si può ancora notare sull’arenile, mentre in acqua l’unica presenza estranea è un alto pilone di cemento, ben visibile a qualche decina di metri dalla riva, che però nulla ha a che vedere con i moli. Il pilone di cemento fu costruito nel 1936 come parte di un tentativo (fallito) di erigere una rete a prova di squalo. In origine i piloni erano tre e il progetto prevedeva di ancorarci direttamente sopra le reti anti-squalo, ma due dei tre piloni furono irrimediabilmente distrutti appena l’anno successivo alla loro costruzione, mentre il terzo resistette per arrivare ai giorni nostri, diventando nel tempo un iconico riferimento per i bagnanti di Cottesloe Beach, oltreché un’ottima piattaforma da cui tuffarsi. Al momento del mio passaggio il pilone era ancora bello integro (anche se era già stato ricostruito almeno una volta, dopo aver subito gravi danni nel 1995), ma da lì a pochi mesi sarebbe stato spezzato nuovamente dall’ennesima terribile tempesta oceanica (il 21 maggio 2009). Considerato un patrimonio culturale, l’amministrazione locale ha sborsato subito 100.000 euro per ricostruirlo, anche se ha deciso di rendere impossibile il suo uso come piattaforma per i tuffi (è stato rivestito di una vernice particolarmente scivolosa, che di fatto impedisce di scalarlo).

L’idea poi di circondare un tratto di Cottesloe Beach con una rete per salvaguardare i bagnanti dagli squali non è mai morta definitivamente, tanto che ulteriori installazioni temporanee sono state approntate nel 2019 e nel 2020, con risultati questa volta più che soddisfacenti. D’altronde queste sono acque pericolose, in cui il consiglio di tenere sempre qualcuno tra te e il largo datomi dal Sig. Parnell appare più che sensato. Il tentativo di costruire la rete anti-squalo del 1936 faceva seguito a un attacco subito da un signore di mezza età proprio a Cottesloe nel 1925, attacco che risultò purtroppo mortale. In zona non passa mai molto tempo tra un attacco e quello successivo, anche se per la maggior parte sono attacchi che non si rivelano fatali, vuoi perché lo squalo non è di così grandi dimensioni, vuoi perché non siamo di base proprio una delle sue prede preferite (gli esperti dicono che la nostra carne non è di loro gusto, sarà). Purtroppo uno degli attacchi fatali accadde proprio mentre me ne stavo gironzolando per l’Australia.

Ero ritornato da pochi giorni a Perth dopo il mesetto passato a vagabondare a nord, quando mi sedei di fronte al computer di un internet point per la consueta ora d’aria italiana, da concedersi con una regolarità circa bisettimanale: mail di amici, qualche forum italiano di viaggi, un po’ di informazione italiana in qualche sito di notizie, eccetera. Proprio mentre scorrevo indolente la pagina di Repubblica, la mia attenzione fu catturata dal titolo: “Attacco mortale di squalo in Australia”. Cliccato sul link, lessi le poche righe generiche che rilanciavano la notizia di un attacco di squalo proprio in Australia Occidentale. Passato a un sito di news australiane, rimasi allibito nell’apprendere che l’attacco fatale era avvenuto appena il giorno prima, proprio a Cottesloe. Un brivido di paura mi scese giù rapido per la schiena e la mente corse lesta al Sig. Parnell, al suo fido divano e alle sue sagge raccomandazioni. In quel momento Cottesloe Beach non mi parve più così idilliaca.

In realtà l’attacco fatale del 27 dicembre 2008 da parte di un enorme squalo bianco non avvenne veramente a Cottesloe, ma un bel po’ più a sud (circa una cinquantina di chilometri), a Port Kennedy Beach, oltre Rockingham. A farne le spese, un cinquantenne che era intento a raccogliere granchi a circa trenta metri dalla costa in compagnia del figlio. L’attacco fu talmente repentino e inaspettato che le uniche tracce di quanto accaduto furono la scomparsa dell’uomo e la chiazza rossa di sangue galleggiante che comparve al suo posto. Nemmeno il figlio, che in quel momento si trovava a pochi metri dal padre, riuscì a vedere l’attacco. Lo squalo si portò via anche il corpo dell’uomo, che fu in parte ritrovato solo alcuni mesi dopo.

Il morto ci scappò invece a Cottesloe nell’ottobre 2011, quando un residente scomparve in mare nel corso della consueta nuotata mattutina. Qui, invece del corpo, fu ritrovato solo il costume da bagno, con evidenti segni di un morso di squalo. Quell’autunno fu un periodo particolarmente nefasto: in tutta la costa a sud di Perth, nel giro di un paio di mesi, si registrarono tre attacchi, tutti mortali (in tutta la storia del Western Australia, dalla fine del 1800 ai giorni d’oggi, gli attacchi mortali sono stati in tutto circa una trentina). A guardare i dati sembra proprio che si registri un lieve incremento di attacchi negli ultimi anni, cosa che rende gli allestimenti di porzioni sicure di oceano sempre di maggiore attualità. Ugualmente, in generale, l’atteggiamento degli australiani rispetto agli attacchi degli squali rimane piuttosto fatalista, come se fosse una parte inscindibile del loro stile di vita, una delle mille sfaccettature di questa vita arsa dal sole più impietoso al mondo, parte di un tutt’uno indistinto che si deve accettare così com’è. La posta in gioco è unica, come la vita stessa. Prendere tutto o lasciare.

 

Ormai mi muovo tra le strade di Perth con l’esperienza e la tranquillità di un vero residente. Conosco il CBD come le mie tasche, dopo ore e ore passate a passeggiarvi, sempre alla ricerca di nuovi scorci, nuove esperienze, nuove sensazioni. Mi piace mischiarmi alla gente che si muove lungo le sue vie, all’ombra dei grandi grattacieli, per andare a lavorare o per fare chissà quale altra commissione. Mi piace sedermi, per osservarli dalla calma quiete di una panchina. Mi piace aggregarmi a loro sui mezzi pubblici, mai troppo affollati, dall’atmosfera pacata e rilassante. Mi piace far parte del loro mondo, consapevole che lo sarà ancora solo per un momento, perché il mio, di mondo, mi attende da lì a pochi giorni. E lì i volti, i sorrisi, gli atteggiamenti, i colori, gli odori, il vento e il sole (e chissà quant’altro), cambieranno radicalmente.

Per mia personale consuetudine, gli ultimi giorni di un viaggio sono dedicati al riposo, talvolta in riva al mare, bagnato dai raggi del sole. Un momento che sancisce l’inizio del ritorno a casa, se non ancora fisicamente, almeno da un punto di vista mentale. È un lento processo di distacco da quanto vivamente vissuto e un altrettanto lento riavvicinamento alla quotidianità italiana. A Cottesloe Beach, particolarmente deserta nei giorni feriali, spesso accarezzata da una leggera brezza che spira dall’oceano, questa statica ricerca interiore, questa lenta metabolizzazione delle esperienze vissute, avviene quanto mai naturalmente. Piacevolmente. Così, spesso, le mattine mi vedono percorrere in treno le poche fermate che dividono il centro di Perth da Cottesloe, per poi osservami per qualche ora disteso ad ammirare l’oceano. Le ore pomeridiane, invece, sono dedicate al riappropriarsi dei luoghi che più mi sono entrati nel cuore: Fremantle, Kings Park e South Perth su tutti.

Ma a Perth ho ancora molti amici con cui condividere momenti diversi da una solitaria e, a tratti malinconica, introspezione. Momenti gioviali e spensierati, che da queste parti fanno incredibilmente rima con Scarborough Beach. È lì che ci rechiamo tutti insieme quando il vento un po’ più sostenuto garantisce la presenza di quelle onde che rendono celebre la spiaggia.

 

Il viaggio fino a Scarborough, come sempre, è un po’ estenuante. La corriera, a mano a mano che procede in direzione dell’oceano, si fa sempre più carica, con l’aria all’interno del mazzo via via più soffocante. Il traffico costringe la corriera a procedere inesorabilmente lenta, allungando all’infinito un viaggio che nelle ore meno congestionate durerebbe poco più di mezz’ora. Ma se la giornata è di quelle giuste, come oggi, può davvero valere la pena sorbirsi il viaggio.

Oggi Scarborough offre qualcosa che a Cottesloe è normalmente solo accennato: le onde. Al mattino non sono nemmeno tanto alte, ma ugualmente capaci di prenderti e riportarti svariati metri verso riva se le prendi sottogamba. Poi, nel pomeriggio, vanno anche aumentando, concedendosi il lusso di fare di te quello che vogliono. Non mi sono mai divertito tanto con l’acqua nella mia vita. La formazione di un banco di sabbia a una ventina di metri dalla spiaggia rende quel punto ideale per aspettare l’arrivo delle onde, alte talvolta più di un paio di metri. Le onde alte non arrivano con continuità, si lasciano inframezzare da quieti momenti che concedono un po’ di riposo. Poi arrivano quattro-cinque onde belle alte, una dietro l’altra, e non ci si può permettere di perderle di vista, perché se ti piombano addosso senza che te ne accorga, ti portano in dono qualche litro di buona acqua salata da bere (acqua che, comunque, beviamo tutti, tanto da gocciolarne dal naso fino a sera).

Abbiamo con noi l’immancabile tavola da body surf, quelle in cui ci si distende solo sopra con la pancia, senza mai alzarsi in piedi. Se si indovina il momento giusto in cui farsi condurre dalle onde, le si possono cavalcare per svariate decine di metri, cosa che trasmette un’autentica euforia fanciullesca. Ne abbiamo solo una, e siamo in tre, quindi ogni dieci minuti ce la passiamo e proviamo, spesso senza successo, a cavalcare le onde. Senza la tavola, invece, il gioco rimane quello di affrontarle a viso aperto, senza esserne travolti. Alle volte, anche qui senza successo. Un paio d’onde sono davvero troppo forti e mi rivoltano come un calzino, lasciandomi boccheggiante e stordito nell’acqua bassa, presso la spiaggia. Le più temibili sono le ultime della seria, che ti arrivano addosso quando la risacca delle precedenti fa di tutto per trascinati verso il largo e l’acqua ti scorre rabbiosa poco sopra le ginocchia. Una di queste si spacca giusto sopra di me, torreggiando per più di tre metri. Mi prende e mi trascina verso riva, facendomi vorticare all’impazzata e lasciandomi esausto e confuso dopo interminabili secondi di annebbiamento. Decido così di averne avuto abbastanza e mi riapproprio della sicurezza della terraferma. Tra il mattino e il pomeriggio sono rimasto in acqua per svariate ore e sento la stanchezza pervadere ogni parte del mio corpo. La stessa stanchezza che avrà attanagliato Don Chisciotte dopo aver combattuto per ore contro i mulini a vento.

Rottnest Island? Un’altra volta

Lo sciabordio delle acque contro i piloni del molo, unito al garrire costante dei tanti gabbiani che svolazzano nel porto, mi accompagna mentre studio con interesse una mappa del Western Australia. Sono seduto su una delle panchine in prossimità del Success Boat Harbour a Fremantle, un taccuino appoggiato da un lato, pronto a ricevere le mille e uno note di questa mia ricerca appassionata, e una voluminosa guida turistica del WA dall’altro, che ho eletto a mia inseparabile compagna di viaggio. Il cielo è di nuovo terso e di un azzurro purissimo, dopo una giornata piuttosto uggiosa, con ora solo qualche nuvola sparsa che comincia a tingersi d’arancione. Il sole sta velocemente scendendo verso l’orizzonte e l’aria, che nelle ultime ore si era fatta piuttosto calda, si sta rinfrescando velocemente. Ma ho ancora un sacco di tempo da passare con i miei piani di viaggio.

In Italia, nei mesi precedenti la partenza per l’Australia, non avevo avuto molto tempo da dedicare alla pianificazione del viaggio, o meglio, visto il poco tempo a disposizione, avevo deciso volutamente di non pensarci troppo, concentrandomi solo sulle pratiche burocratiche per ottenere l’aspettativa. Tempo per immaginarmi in giro per il WA ce l’avrei avuto in abbondanza nelle prime sei settimane di vita a Perth, in ogni momento lasciato libero dagli impegni scolastici. Ed era appunto così che passavo la maggior parte delle serate in casa Parnell, leggendo una voluminosa e accurata guida turistica del WA e buttando giù mentalmente qualche piano di viaggio, continuamente in divenire.

In questi momenti si è formata l’idea di dedicare un mese alle regioni a nord di Perth, con meta finale la lontanissima Broome, e un mese a quelle a sud, il tutto intervallato da un periodo natalizio da passare nuovamente nella capitale. Due mesi di vero viaggio itinerante, ognuno con una sua propria identità, da vivere come un’esperienza a sé stante. Entrambi però con un’identica fluida struttura, con definite solo la data di partenza e di arrivo e un’idea di massima dei luoghi di interesse. Il resto, invece, lasciato alle gioie e alle decisioni del momento.

Ma oltre ai lunghi viaggi a nord e a sud, vero cuore della mia esperienza nella terra dei canguri, c’era anche da decidere cosa visitare a Perth e nei suoi pressi. Come impiegare nei migliori dei modi i fine settimana a disposizione? Ed ecco qui una lunga sequenza di nomi, ognuna un obiettivo da raggiungere e gustare: Kings Park, South Perth, Northbridge, Subiaco, Fremantle, Cottesloe, Whiteman Park, Sorrento, Guildford e tanti altri. Tra questi, due avevano assunto un’importanza via via crescente lungo il primo mese e mezzo di vita australiana, sia perché erano quelli un po’ più distanti da Perth, e richiedevano quindi un impegno maggiore per essere raggiunti, sia perché venivano di volta in volta rimandati in favore di altro, acquisendo così una aspettativa maggiore: York, una cittadina rurale a un centinaio di chilometri da Perth verso l’interno, e la ben più famosa Rottnest Island, le cui immacolate acque turchesi sono un richiamo irresistibile ai più.

Rottnest Island, o Rotto come viene affettuosamente chiamata dai locali, si trova solo diciotto chilometri al largo di Fremantle, tanto che se non ci fossero gli edifici portuali a sbarrarmi la vista, riuscirei a distinguerne le sue basse coste anche dalla panchina in cui sono seduto. Il tragitto in traghetto da Fremantle dura appena venticinque minuti, mentre se si decide di partire dal cuore di Perth, ce ne vogliono circa novanta. A Rotto non ci sono automobili e il migliore modo per visitarla è noleggiare una bicicletta e pedalare per qualche oretta sotto un sole normalmente impietoso, ma con la possibilità di rinfrescarsi, non appena possibile, nelle acque cristalline di oltre sessanta diverse spiagge. Insomma, un posto a dir poco idilliaco, dal mio punto di vista soprattutto per la parte riguardante la bicicletta.

 

Durante la vita a casa Parnell, pensavo spesso a Rotto, sempre in procinto di organizzarci uno dei fine settimana di novembre. Ma poi, più per caso e poca decisione che per altro, mi ritrovavo a passare il week-end in altro modo. Agli inizi di dicembre, al termine del periodo di studi allo St. Mark International College, ero troppo pervaso dalla frenesia per l’imminente partenza verso nord. Non riuscivo a pensare ad altro e l’immagine di Rottnest Islands si era di molto affievolita: “Ci andrò al mio ritorno, tra Natale e Capodanno”, mi sono detto, “avrò un sacco di tempo a disposizione”.

Tornato dal nord, però, ho passato davvero tanto tempo seduto a un tavolo di uno ostello o di un bar a scambiare noncuranti chiacchiere con Roberto e i suoi amici, oppure a riscoprire i luoghi di Perth che più amavo, come Kings Park. Quei pochi giorni a disposizione sono letteralmente volati e mi sono ritrovato nei pressi della partenza verso sud con ancora in corpo quella voglia di avventure che cancellava dalla mente ogni altro pensiero. “Cara Rottnest, ci vedremo al mio ritorno. Che poi sarà anche meglio, perché non ci troveremo nel bel mezzo delle vacanze natalizie”.

E così sono arrivato agli ultimi giorni di gennaio, con a disposizione due settimane prima del ritorno in Italia. Quasi ogni sera di quei ultimi giorni sono andato a letto pensando che l’indomani sarei partito per Rotto. E ogni mattino mi sono svegliato pensando che non ne avevo voglia: “Ci andrò domani”, pensavo.

Finché un giorno mi sono dovuto arrendere all’evidenza: a Rottnest Island non ci sarei mai andato. Se siete arrivate a leggere fin qui, ormai lo sapete. Per me il viaggio non è una lista di posti che ho visitato, ma un elenco di emozioni che ho vissuto. E la sacca che conteneva quelle emozioni era già completamente piena. Non riuscivo a farci stare più nulla. Prima di viverne di nuove, avevo bisogno di prendere in mano quelle emozioni, rigirarle tra le dite, riassaporarle e riporle, alla fine di tutto, ordinatamente nella sacca. È a far questo che ho passato quegli ultimi giorni. Superbo modo di passare il proprio tempo.

E Rottnest Island? Beh, sarà per un’altra volta.