Lettere da Mondi Nascosti

Svariati momenti dal 2005 al 2007

di Christian Bannò

Mappa del viaggio

Presentazione, Mappa del percorso

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Lettere da Mondi Nascosti è una raccolta di scritti di un viaggiatore particolare, un moderno esploratore costretto a muoversi nei più reconditi angoli di questo bellissimo Mondo per seguire una grande passione, quella di lavorare nell’ambito della cooperazione internazionale.

Attraverso la sensibilità di Christian ci viene data l’opportunità di gettare un breve sguardo oltre gli itinerari più conosciuti, osservando lande fino ad ora nascoste ed i fieri popoli che le abitano.

Con il tempo questi scritti, che sono vere e proprie lettere, aumenteranno di numero, aggiungendo pennellate su pennellate al quadro che Christian sta disegnando per noi.

Chiesa georgiana
Panorama georgiano
Muretto con letame eritreo
Anziana eritrea
Bambina eritrea
Strada eritrea con dromedario
Capanna eritrea

Inizio del racconto

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Georgia e Armenia

La notte mi pesa sul corpo mentre, sdraiato sul letto, scrivo. La Georgia ci ha accolto a modo suo. Arrivati a Tbilisi siamo stati immediatamente catturati da un’autista, poi soprannominato Shumacher, che si è lanciato a folle velocità per le strade che collegano la capitale a Kutaisi, un viaggio trascorso all’interno di un dormiveglia continuo, tra alberi che ci volavano accanto e curve che ammiccavano a strapiombi neri come la notte. Arrivo alla guest house, o era una ghost house, e subito nelle camere di legno al piano di sopra, accompagnati da una donnona matrioska con un occhio di vetro. Avesse avuto una gamba di legno avrei cercato Moby Dick dietro i comodini. Qualche ora nel mondo oltre il pensiero e poi con gli occhi talmente pesanti da sembrare scolpiti da un Picasso ultimo periodo veniamo trasportati da Shumi verso l’ufficio. Vedo allora per la prima volta la città, e la gente.

Kutaisi è come un albero appassito con qualche foglia verde, oppure un vecchio decrepito con gli occhi ancora vispi, oppure un uccello che non riesce più a volare. C’è l’ombra della Russia, del pragmatismo che ora è fatto di palazzi mutilati che coprono colline avvolte di nebbia. E ci sono buchi a forma di strada e facciate spellate dall’eco del tempo che si infrange sui palazzi, che si infrange sui palazzi, che si infrange sui palazzi. S’intravedono le montagne, ma la nebbia è avara. Ci ruba lo spazio e ci lascia soli con noi stessi, pronti ad attraversarla con il pensiero. Tutto è lento intorno a noi e la macchina sulla quale corriamo sembra ancora più veloce, un proiettile che attraversa un miele scuro e amaro dove le altre api-macchina sono invece lente e scassate. Si specchiano nei finestrini ancora, ancora ed ancora. Ops, mi sono addormentato e sono passati 3 giorni.

La Georgia è alle mie spalle e porta con se ricordi sfilacciati dalla fretta. Parto da Tbilisi, città inaspettata, grandiosa e rumorosa, ma con angoli di Europa passata (bella davvero), alla volta di Yerevan. Il mezzo di locomozione è uno scassato minivan stracolmo di gente armena e georgiana, che mi parla, ma non capisco nulla, neanché qualche suono familiare a cui attaccarmi. Mi esprimo a gesti e rischio subito di rimanere a piedi alla partenza. Ma a poco a poco, mentre ci inerpichiamo tra le montagne che separano i due Paesi, si crea quel feeling che solo in viaggio esiste ed una vecchietta mi offre un uovo sodo ed un tozzo di pane. Le devo essere sembrato sfinito, ma sto bene, veramente. In cambio le porgo dei mandarini comprati alla partenza da una ambulante. Ed ancora più in alto (un vecchietto mi dice che siamo a 5000 metri ma, dopo aver controllato, capisco che non superiamo i 3000 metri) dove la neve ci circonda lontana, aggrappata a picchi di montagne impossibili.

Arrivo a Yerevan, in albergo, finalmente un doccia calda. Al di fuori un caos di macchine, un bestiale strombettio. La città ha il fascino che la popolazione fiera gli ha costruito, dentro e fuori. Una piazza enorme vicino all’albergo mi cattura e gli giro intorno come una lancetta impazzita per poi schizzare in un ristorante tipico dove, non capendo i nomi, ordino gli stessi involtini che mangio da 10 giorni. Le montagne lontane mi salutano, come mi ha salutato la loro povertà. Qui è un po’ diverso, la gente sembra sovravvivere in maniera decente, ma i prezzi sono davvero altissimi. Mi chiedo come facciano a tirare avanti con i loro salari.

Per il resto lavoro e lavoro, incontro gente ed altra gente. Chissà se mai li rivedrò, ma le promesse scappano.

Un saluto, Chris

Eritrea 1

Siamo a Himbertì, un villaggio ad un'oretta da Asmara, sempre sull'altopiano, quell’immensa distesa di terra che sembra non terminare mai.

Sono già stato in questo villaggio ed ho già rubato alcune pennellate di quella strana vita che si respira una volta terminata la strada di polvere rossa, strada che ora puzzolenti ed enormi macchinari stanno lentamente asfaltando. I colori sono quelli di sempre, quelli che ormai ho imparato a conoscere, il rosso e quel giallo simile alle lacrime di re Mida o alle stelle che brillano all’orizzonte rendendo speciale il cielo sopra il deserto. Le case di sassi sono sempre circondate da muretti coperti di sterco che, una volta essiccato, verrà usato come combustibile all’interno di piccole stufe, dentro anguste abitazioni immobili nel tempo africano, che non è il nostro.

La prima volta, accompagnati da una suora, eravamo entrati in queste bolle di memoria, dove vecchie sdentate con sorrisi che si possono solo immaginare ci avevano mostrato le pareti coperte di scaffali creati con letame ed argilla, da dove spuntava qualche elemento di civiltà aliene: una lattina di latte in polvere Nestlè, un sacchetto di plastica, una pentola lucente. C’erano anche silos per mettere il grano, o chissà cos’altro,  desolatamente vuoti. Non è un periodo buono, ci hanno detto, parole che sono arrivate ad accompagnare i miei pensieri cupi. Riescono in ogni modo a metterti a tuo agio, magia nera o forse l'eterno ottimismo di chi ha toccato il fondo e sa che per vivere basta veramente poco. Ci hanno mostrato i loro utensili ed ogni angolo della casa, fino alla porta posteriore, piccola da doversi quasi inginocchiare per passare verso la luce che a quel punto appariva diversa. Lì accovacciati ci hanno augurato tutto il bene possibile, e dentro di me ho sperato che se ne tenessero un po’ per loro.

Oggi non entriamo in alcuna casa e iniziamo a camminare verso i margini del villaggio. Ci scappa qualche caramella dalle mani ed all’improvviso compaiono da ogni angolo dei bambini. Compare anche una vecchia, il capo coperto da un foulard giallo e verde. Ci tende la mano, chiede una "menta" e si mette in posa, per poi urlare quando le mostro la foto digitale nello specchietto stregato dietro la  macchina cattura-momenti. Scappiamo fino al precipizio che ci abbaglia con l'altopiano sottostante, chilometri e chilometri di steppa brulla con qualche tentativo ondulato di terra più scura, dove una volta qualcuno aveva piantato dei sogni ed ora, come spesso accade, ci sono solo memorie di quello che fu. Scendiamo lungo una via circondati dai bambini del villaggio. Non capendo dove stiamo andando ed il motivo del nostro viaggio, molti di loro si fermano in compagnia dell’unico di noi che decide di non proseguire. Ascolterà le loro parole sconosciute per molto tempo. Non si stancano mai di provare a parlarti, come se non si capacitassero che non li puoi capire. I bambini che ci seguono, e si fanno seguire, si divertono, per una volta si sentono dei privilegiati. Il sole scotta noi e le pietre striate di un oceano che una volta c’era e che ora sembra solo un’idea impossibile. Vediamo un falco lontano, ma lui vede meglio di noi e si libra rapido in volo, lasciandomi solo un attimo per catturarlo con un colpo di dito. Vedo subito alcuni scoiattoli scappare veloci, troppo anche per la macchina cattura-attimi. L’altopiano ed il nostro sguardo sbattono lontano contro i monti che crescono all’improvviso nell’aria liquida per il calore. Diamo loro le spalle, ognuno con i propri pensieri, incamminandoci verso il villaggio, sicuri di aver catturato un pezzo d’Africa che presto si trasformerà in nostalgia.

Un saluto, Chris

Eritrea 2

Ieri, visto che non siamo potuti andare sulle isole Dahlak ad ammirare la barriera corallina, come luogo di riposo abbiamo scelto le rovine di Cohaito. Sembrava di essere in Perù. È un posto a 2800 metri dove si sale e si scende per strade impossibilili, a volte immerse in una nebbia spessa (che in verità sono nuvole) che all’improvviso scompare liberando la vista che cade a precipizio sull’altopiano centinaia di metri più in basso. Tutto è oro e rosso argilla, oltre a profondi strati di marmo. Ogni tanto i militari ci fermano per un controllo, ma il nostro autista è esperto e ci toglie sempre dagli impicci sventolando i permessi triplotimbrati. A volte a lato della strada sbuca qualche macaco, con il sedere rosso che sembra imbrattato di peperoncino, mettendo in mostra oscenità da scimmione. Riesco a riprenderli anche se si divertono a giocare a nascondino tra il rosso ed il verde del fianco della montagna. Lasciamo poi la strada, finalmente verso le rovine. Il tracciato è di pietra e sabbia, ma il nostro potente mezzo non si lascia impressionare. Arriviamo così in un paese sperduto dove la moschea ci suggerisce che le persone che incontriamo, turbanti bianchi e bastone, sono sorridenti musulmani. I bambini ci salutano gridando, o così mi piace pensare.

Le rovine non sono un granché. Non hanno i soldi per liberare i 70 kmq che ancora aspettano di essere portati alla luce. Sembra che fosse una civiltà di 4000 anni fa, ma nessuno ne sa molto, troppo lontano e troppo costoso fare ricerche, soprattutto così vicino al confine con l’Etiopia. Poi però troviamo una guida che parlotta con degli inglesi, punti bianchi tra espressioni in visi scuri. Ci accondiamo e ci portano a piedi lungo un sentiero a strapiombo su una valle avvolta dalla nebbia/nuvole. Camminiamo guardando affascinati il paesaggio che si staglia ai nostri piedi, fino ad arrivare ad una parete coperta di dipinti. Sembrano quelli aborigeni visti in Australia, ma ci sono cammelli, tigri, uomini rossi e bianchi. Risalgono, ci dicono, a 6-7000 anni fa. Poi mangiamo qualcosa. Una bambina con il velo si avvicina con le vacche, le diamo del pane e delle caramelle, ci guarda con diffidenza, ma, quando partiamo, ci sorride ed incita gli animali placidi e non molto in carne. Il ritorno è costellato da immagini di paesaggi e di gente che cammina per strada, un’ora per andare a scuola o al villaggio a prendere dell’acqua. Diamo un passaggio a due ragazzi, uno insegna in un paese ed è stato in Italia, l’altro studia e ci vorrebbe venire.

Il giorno prima ero stato a Keren, in una casa famiglia che finanziamo. I 20 bambini mi sono sembrati tristi. Manca ancora l’acqua. Faremo costruire una cisterna capiente che, riempita una volta al mese, potrà dargli l’acqua necessaria. Oltre a questo mancano libri, lavagne e cose utili, quelle con la U maiuscola. La ragazza eritrea che ci fa da interprete ha perso i genitori in guerra e dopo otto orfanotrofi ha trovato in una casa famiglia un posto dove poter rinascere. Lei li può comprendere.

Il paese è suggestivo, ci guardano come marziani, curiosi della diversità e di quello che rappresentiamo. Case colorate e donne con veli che catturano gli occhi. Le segui per capire dove vanno con l’acqua o la spesa sulla testa. Ed il marito? Al fronte o al servizio militare. Intanto i campi aspettano di essere coltivati.

Un saluto, Chris