Viaggio in Sudafrica

Dal 29 luglio al 13 agosto 2004

di Attilio Cinquegrani e Bruna Zandomenego

Mappa del viaggio

Presentazione, Mappa del percorso

Qualunque viaggiatore si ritrovi ad attraversare Paesi con uno standard di benessere differente rispetto al proprio, finisce per definire gli stessi come "luoghi di forti contrasti". E neppure noi, ripensando al nostro viaggio nella Repubblica del Sudafrica, possiamo esimerci dall’esordire con tale afferma-zione. In nessun luogo al mondo le cose sono “bianche” o “nere” come lo sono qui, con tutte le implicazioni di carattere culturale, storico e politico che queste espressioni sottintendono. Che vi sia o meno, nel viaggiatore, l’interesse e la preparazione per cogliere a pieno le sfaccettature più sottili dell’articolato poliedro della società sudafricana, la grossolana suddivisione tra due mondi conviventi su di una stessa terra, risulterà da subito palese.

"Un Paese è fatto per rimanere quale noi lo troviamo. Siamo noi i disturbatori e dopo la nostra morte esso si troverà anche del tutto rovinato, ma sarà sempre lì, né sappiamo quali saranno gli ulteriori cambiamenti"

E.Hemingway, Verdi colline d’Africa
Soweto
Kgalagadi National Park
Cape Town
Cape Point
Lesotho
Golden Gate National Park
Hululwe-Umfolozi National Park
Bourke's Luck Potholes
Kruger National Park
Kruger National Park (2° giorno)
Kruger National Park (3° giorno)
Pretoria

Inizio del racconto

Johannesbourg e Soweto, 29 Luglio

L’aereo atterra a Johannesburg. L’aeroporto appare da subito molto più piccolo di come ce lo saremmo aspettato, in considerazione dell’importanza politica, commerciale e turistica di questa città. La nostra guida considera Johannesburg uno dei luoghi più pericolosi della terra: ciò ci ha indotto a richiedere ai gestori dell’ostello nel quale alloggeremo per la prima notte di venirci a prendere. Si tratta di un servizio che molti operatori turistici svolgono. Saliamo su un furgoncino che ci conduce lungo ampi viali sino all’ostello, nell’immediata periferia. Mangiamo un boccone poi vengono a chiamarci: è arrivata la guida che abbiamo richiesto per visitare Soweto.

Su di una macchina sgangherata (qualcosa di simile ad una rugginosa Renault 4, ma molto più piccola) ci attendono tre persone di colore. Uno di loro ci saluta e si fa pagare anticipatamente; poi, con un abile giochetto da prestigiatore fa sparire una banconota e ce ne chiede un’altra; paghiamo: siamo atterrati da meno di 2 ore e ci siamo già fatti fregare i primi soldi. Ad accompagnarci è uno soltanto dei tre uomini, gli altri se ne vanno via a piedi. La nostra guida è taciturna, ma cerchiamo di fare amicizia. Chiediamo il suo nome: si chiama Justice; ciò è sufficiente a ricordarci la storia recente di questo Paese, che abbiamo studiato a lungo prima di partire, ed il valore simbolico del luogo che stiamo andando a visitare. Soweto è la più impressionante accozzaglia di lamiere e pezzi di cartone, tavole di legno e spazzatura che mai abbiamo visto nella nostra vita. Gli occhi degli uomini che attraversano le strade ci intimidiscono, ma la presenza di Justice ci rasserena. Visitiamo il mercato, l’ospedale, vediamo la casa di Nelson Mandela.

Vengo colpito da un adesivo appeso ad un muro I care for turists. Justice conferma quanto già avevamo intuito: i neri di Soweto vogliono che la gente veda, che conosca la loro storia, che porti a casa il ricordo di un popolo che ha lottato e ritiene d’aver vinto. Sebbene ancora molte cose debbano cambiare.

Una donna ci accoglie nella propria casa, piena di bambini: un incontro che non dimenticheremo.

Verso il Kalahari, 30 Luglio

Ci alziamo prima dell’alba dopo una notte in bianco: nella camerata dell’ostello non poteva mancare il solito russatore. Fa molto freddo. Ci accompagnano alla stazione delle corriere. A quest’ora Johannesburg appare molto diversa rispetto a ieri. Nel centro della città molti uomini e donne dormono sotto i cartoni, altri vagano ubriachi senza meta, con la bottiglia sotto il braccio. L’autista ci fa scendere di fronte alla stazione, raccomandandoci di entrare subito e non andarcene in giro. Prendiamo la corriera per Upington, una bella corriera a due piani. Ci assegnano un posto al piano superiore. I nostri compagni di viaggio hanno tutti la pelle nera. Scopriremo alla prima sosta lungo il tragitto che ai bianchi sono stati assegnati i posti al piano inferiore.

Arriviamo ad Upington nel tardo pomeriggio. Noleggiamo una macchina e partiamo subito verso nord, in direzione del parco transfrontaliero Kgalagadi, mentre il sole inizia a calare. Il tragitto è lungo: non siamo mai stati in un luogo tanto buio, ma non abbiamo mai visto un cielo così stellato. Un animale attraversa la strada, vediamo scintillare i suoi occhi: forse è un otocione. Troviamo alloggio ad Askham, alle porte del parco, in un residence piuttosto confortevole. Dopo cena la temperatura si abbassa moltissimo, e la nottata diventa un incubo.

Kgalagadi Transfrontier National Park, 31 Luglio

La giornata è dedicata al parco. Partiamo col buio e raggiungiamo i cancelli di Twee Rivieren dopo aver percorso una lunga strada sterrata e polverosa. Avvicinandosi al parco la sabbia tutto attorno va raccogliendosi in grandi dune rosse. Entriamo nel parco, provvediamo a procurarci i permessi per l’accesso, e prenotiamo una baracca per dormire la notte successiva nel campo di Nossob. Il parco è stupendo, un magnifico deserto rosso dove sono frequenti gli incontri con gli animali selvatici: orici, gnu, gazzelle, sciacalli, manguste, struzzi, cefalofi, xeri (gli scoiattoli sudafricani), suricati ed al calare della sera anche gli splendidi otocioni. Ci impressionano alcuni alberi abbattuti dall’insostenibile peso di enormi nidi costruiti da piccoli uccellini tessitori. Solo un problema limita il nostro entusiasmo: le strade sono spesso in pessime condizioni, e vi sono zone nelle quali si deve procedere sotto i 20 Km orari per non demolire l’auto. In particolare il percorso che passa per Kransbrak dovrebbe essere riservato ai fuoristrada: noi l’abbiamo fatto con una piccola utilitaria, e ce ne siamo pentiti. La baracca nel campo di Nossob è praticamente un bungalow con cucina. Una palizzata ci protegge dalle incursioni degli animali, ma non bisogna lasciare le scarpe all’esterno: gli sciacalli ne vanno matti. Dormiamo bene e riusciamo a difenderci discretamente dal freddo.

Verso Città del Capo, 1 Agosto

Riprende il nostro tour nel Kalahari. Gli avvistamenti sono ancora molti, e la giornata particolarmente calda semplifica il nostro compito, inducendo gli animali a radunarsi intorno alle pozze d’acqua, segnalate da piccoli mulini a vento. Individuiamo, oltre ai mammiferi, molti grandi uccelli: gru, aquile, avvoltoi, serpentari e otarde. La nostra speranza d’incontrare i leoni è delusa: in questa stagione si spostano verso nord, in Namibia e Botswana. Nel primo pomeriggio lasciamo il Kalahari e torniamo ad Upington. La strada che ci conduce alla cittadina, percorsa con la luce del giorno, si rivela splendida: vi sono alcuni laghi salati ai lati della carreggiata, sopra la nostra testa volteggiano enormi rapaci ed i pali della luce sono gravati dal peso dei nidi dei tessitori. Alcune indistinguibili carcasse pelose giacciono sull’asfalto rovente. Giunti ad Upington restituiamo la macchina al noleggiatore e prendiamo la corriera per Cape Town, dopo avere a lungo discusso di nulla con un anziano che vuole a tutti i costi che gli offriamo una sigaretta, e a nulla valgono i nostri tentativi di persuaderlo che non fumiamo. Nella corriera, a noi e ad un’altra coppia di turisti europei vengono nuovamente assegnati i posti al piano superiore, mentre tutti i sudafricani bianchi sono posizionati al piano inferiore. Cominciamo a comprendere che l’apartheid, sebbene superata da un punto di vista politico, permane tuttora nella cultura del Paese: probabilmente ai turisti sono assegnati i sedili al piano superiore perché non si avvedano di tale situazione. Potremmo sbagliare, ma questa è stata la nostra sensazione.

Cape Town e Robben Island, 2 Agosto

Dopo una notte in corriera, siamo a Città del Capo. La giornata è grigia e qualche goccia di pioggia bagna i nostri zaini. Sulla Table Mauntain e visibilissima la tovaglia (così è chiamata la piatta montagna alle spalle della cittadina; la "tovaglia" è costituita da un cumulo di nuvole candide che si addensano solitamente sulla sua sommità, creando un effetto davvero singolare).Troviamo presto l’ostello: non è male, anche se il gestore dovrebbe andarci piano con le sostanze stupefacenti... Lasciamo gli zaini e ripartiamo. La città è un’alternanza continua tra i grattacieli e i bassi edifici colorati dei ristoranti (moltissimi i ristoranti indiani: a causa della fortissima presenza della comunità indiana e che, tra l’altro, nella storia recente di questo Paese ha svolto un ruolo davvero centrale – la cucina tipica di Città del Capo è, per l’appunto, la cucina indiana. Un’altra delle mille stranezze del Sudafrica!). Raggiunto il porto, ci imbarchiamo per Robben Island (l’Isola delle Foche) dove visitiamo il carcere di Nelson Mandela. Non ha senso che noi descriviamo alcunché: se qualcuno dei lettori desidera recarsi in questo luogo, consigliamo vivamente la preventiva lettura di "Lungo cammino verso la libertà", l’autobiografia di Mandela. Da Robben Island è incantevole la vista su Cape Town e sulla sua "tavola imbandita". Interessantissima la colonia di pinguini che vi risiede. Rientrati sulla terraferma recuperiamo le forze con una distensiva visita all’acquario (interessante ma non possiamo definirlo "straordinario"), ed al mercato. Mentre il sole già inizia a rosseggiare all’orizzonte, facciamo due passi lungo il Water Front, il vivace lungomare dove a quest’ora, tra edifici moderni in stile portuale, si esibiscono piccoli gruppi musicali che attirano nutriti capannelli di turisti affascinati dalle voci nere degli artisti di strada. Ad un tratto ci sorprende un odore pungente di pesce marcio; allunghiamo lo sguardo verso il molo, e tra i motoscafi ormeggiati scorgiamo le sagome imponenti di alcune otarie: proprio lì, a due passi dalla gente che passeggia!

Il Capo di Buona Speranza, 3 Agosto

La giornata sembra limpida. Dobbiamo noleggiare un’automobile: optiamo per un economico maggiolone Volkswagen. E’ sufficiente sedersi alla guida per sospirare "!speriamo bene!". A bordo della nostra carretta a 4 ruote facciamo rotta sul Capo di Buona Speranza. Facciamo tappa alla spiaggia di Boulders, caratterizzata da massi tondeggianti e dalla presenza dei simpaticissimi pinguini (il cui guano ha un odore inconfondibile). La sosta dura poco più di mezz’ora. Giungiamo presto alla "Cape of Good Hope Nature Reserve", la zona protetta che cinge il Capo. In questo che è il punto d’incontro tra l’oceano Atlantico e l’Indiano, il vento soffia con irruenza tale che pare spazzarci via. La vegetazione è ovviamente bassa e la risacca del mare mette soggezione per la sua irruenza. Vi sono pochissime persone. In lontananza la sagoma di uno struzzo. Il cielo è di nuovo grigio e denso di nubi pesanti. Un po’ fa paura, ma è senz’altro uno dei posti più belli che abbiamo mai visto. Ci arrampichiamo sulle rocce, e dall’alto ci appare lo spettacolo dell’incontro dei due oceani. Torniamo alla macchina ed abbiamo una brutta sorpresa: la chiave per l’avviamento non ruota. Insistiamo, ma non c’è niente da fare, è bloccata. Chiediamo aiuto ad un passante che si rivela essere un meccanico, ma non è in grado di risolvere il problema. Intanto inizia a piovere, a diluviare. Non resta che chiamare un carro attrezzi, che arriva dopo alcune ore. Torniamo a casa mestamente, trainati, fradici ed infreddoliti. Ma questa esperienza ci ha insegnato qualcosa: nelle automobili con guida a destra, la chiave dell’avviamento non ruota in senso orario, ma in senso antiorario!

Le balene di Hermanus, 4 Agosto

Finalmente è arrivato uno dei giorni più attesi dell’intero viaggio: il giorno delle balene. Ma, nell’aprire le finestre, ci attenda una delusione: fuori c’è un diluvio! L’acqua cade dal cielo a secchiate. Prima di partire per andare a vedere le balene andiamo in un agenzia per riservare una piazzola per la tenda all’interno del parco Kruger, che raggiungeremo tra pochi giorni. Mentre giriamo per la città a bordo di una nuova automobile (di maggioloni non vogliamo più saperne), con i tergicristalli che viaggiano a tutta velocità, i vetri che si appannano, la tensione che ci innervosisce, il traffico impazzito, i sensi unici, i semafori, vediamo poco distante un gruppo di africani in giacca e cravatta, con la 24ore in mano che ballano ridendo sotto la tenda d’un fruttivendolo. La domanda sorge spontanea: ma dove ha sbagliato la nostra società? Mah!

Dopo un tragitto fatto di saliscendi tra le nebbiose alture intorno al capo raggiungiamo la baia di Hermanus, a circa 120 Km da Città del Capo. Non piove più molto, ma le nuvole scure, insieme agli scogli coperti di splendide fregate dal ventre rosso, contribuiscono a creare un’atmosfera davvero suggestiva. Individuiamo subito alcune imponenti sagome grigie sotto la superficie: sono loro! Poco dopo iniziano gli spruzzi: ce n’è uno ad una trentina di metri dalla riva, un altro all’orizzonte. Poi una specie di montagna scura si alza sulla superficie e ricade pesantemente in acqua, il suono sordo riecheggia per tutta la baia. Le balene sono tantissime, sono ovunque. Le ammiriamo dalla riva, senza neppure dover prendere un’imbarcazione. E’ uno spettacolo straordinario. Purtroppo non abbiamo foto digitali da allegare a questa tappa del nostro viaggio. Sulla baia sono sorti molti alberghi di lusso, ed altri se ne stanno edificando. Qui vengono offerte, per chi può permetterselo, camere con "vista sulle balene". Speriamo di cuore che fra 10 anni le balene scelgano di tornare ancora qui, nonostante gli uomini.

Trascorriamo ad Hermanus il resto della giornata, rientriamo a Città del Capo nel pomeriggio. La sera stessa siamo nuovamente in corriera. Domattina saremo a Bloemfontein.

Lesotho, 5 Agosto

Bloemfontein è una cittadina di casette basse cinte da filo spinato (come se ne trovano in tutte le città del Sudafrica). E’ la capitale giudiziaria della Repubblica, ma, vista dal finestrino della corriera, non ci impressiona per bellezza. Qui è nato J.R.R. Tolkien. Le prime ore in questa città sono quasi drammatiche: secondo il nostro programma, avremmo dovuto noleggiare una macchina, ma, a causa di un problema con la carta di credito, non riusciamo ad ottenerla. Perdiamo delle ore, cerchiamo di contattare l’assistenza per la carta in Italia, ma una voce registrata, pur promettendo di metterci in contatto con il primo operatore disponibile, ci fa sprecare 3 schede telefoniche senza passarci nessuno. Ad un tratto la carta si sblocca: possiamo partire! La nostra meta è il Lesotho (che qui pronunciano "Lesuto"), il piccolo Stato indipendente sulle montagne vicino Bloemfontein. Il passaggio della frontiera è un momento emozionante: vi sono ovunque uomini e donne che attraversano a piedi i cancelli sotto lo sguardo vigile dei poliziotti, macchine sgangherate stracariche di oggetti, le donne portano sul capo ceste pesantissime, gli uomini indossano quel cappello Basotho (la cui forma richiama l’architettura delle capanne) sul quale tanto abbiamo scherzato nei giorni passati, ripromettendoci di procurarcene uno da portare a casa come ricordo di viaggio. Dopo pochissimi chilometri dal confine siamo a Maseru, la capitale del piccolo Stato. Maseru è una città vivace, affollatissima, chiassosa ed allegra. Parcheggiamo la macchina per fare la spesa e veniamo letteralmente aggrediti da una folla di giovani parcheggiatori improvvisati che promettono di avere cura della nostra auto. All’uscita del negozio lasciamo una piccola mancia al primo fra loro che si era offerto come "guardiano"; gli altri protestano, ne nasce un litigio animato tra "parcheggiatori". Per evitare guai saliamo in macchina e tagliamo la corda, ma capiamo subito che il falso litigio aveva lo scopo di indurci a cedere qualche altra monetina: mentre ci allontaniamo hanno già fatto pace. La gente di Maseru ci è parsa gentile ed allegra. Qui abbiamo visto molti sorrisi, più che in tutto il Sudafrica: sarà perché l’autonomia di questo Paese lo ha preservato dall’apartheid?

Abbiamo raccolto alcune informazioni presso l’ufficio turistico, ed abbiamo dovuto rinunciare alla nostra idea di attraversare il Lesotho per tornare in Sudafrica dalle parti di Clarens: le cattive condizioni delle strade e gli oltre 3000 metri delle montagne che avremmo dovuto attraversare ci inducono a salire verso il passo Mokhoabong, per poi ridiscendere e cercare da dormire nei dintorni di Maseru. Lungo la strada incontriamo la processione d’un funerale: la salma è avvolta in una coperta tradizionale, e trasportata su di un carretto. Decine di uomini la seguono a cavallo, lancia in mano, anch’essi vestiti dei paramenti tradizionali.

Facciamo tappa presso un maneggio, e ci accordiamo con il titolare per un’escursione a dorso di cavallo (i cavallini di qui sono piuttosto piccoli, quasi dei pony) tra le montagne. I cavalli procedono sicuri, conoscono la strada. Dietro di noi, un’anziana guida ci segue, accompagnandoci. Canta canzoni popolari, in una lingua fatta di suoni che la nostra bocca non può riprodurre, con voce dolce. Si avvicina l’ora del tramonto, il sole è basso tra i picchi del Lesotho. In lontananza appare una gazzella. La guida canta più forte, quella solleva il capo e ci guarda. Soffia una brezza leggera; l’aria s’è fatta fresca. A ripensarci ci torna la pelle d’oca per l’emozione.

Discendiamo e ci dirigiamo verso Leribe, dove troviamo un piccolo albergo. Disgraziatamente questa sera manca l’acqua corrente, ma il posto è assolutamente dignitoso, la cena passabile e la travolgente risata della titolare ripaga di ogni disagio. Prima di addormentarci sentiamo bussare alla porta: un cameriere ci ha portato un secchio d’acqua per lavarci.

Da questa sera iniziamo la profilassi antimalarica (con Malarone): tra un paio di giorni saremo in zona a rischio.

Il Golden Gate National Park e il Kwa Zulu Natal, 6 Agosto

Lasciamo il Lesotho la mattina molto presto. Gran parte della giornata passerà in auto. Quella che sarebbe dovuta essere, però, una semplice giornata di trasferimento, ci riserva una splendida sorpresa: attraversiamo un territorio bellissimo. Dapprima la nostra auto costeggia le incantevoli alture del Golden Gate National Park, una regione scarsamente pubblicizzata nelle guide e riviste di viaggi, ma che riteniamo di dover vivamente consigliare a coloro che intendano visitare il Sudafrica: qui avviene il nostro primo incontro con le zebre e gli splendidi babbuini. Successivamente, proseguendo per la strada che passa per Harrysmith, Ladysmith e Dundee, ci ritroviamo nella regione del Kwa Zulu Natal. In questo luogo vive una popolazione di guerrieri (gli Zulu, appunto) che ha orgogliosamente preservato le proprie tradizioni dai tentativi di colonizzazione culturale provenienti dall’esterno. Assistiamo, osservando da lontano per non disturbare, alla celebrazione di alcuni riti che prevedono la disposizione in circolo degli uomini vestiti con tuniche bianche, mentre un officiante pronuncia parole che non giungono alle nostre orecchie: queste cerimonie sono replicate, identiche, in ciascuno dei piccoli villaggi che incontriamo. Molti giovani, in gruppo, percorrono la strada cantando, mentre tengono le lance in pugno e percuotono ritmicamente pesanti tamburi: ci sorridono ed accettano di farsi fotografare. Facciamo sosta in un centro informazioni: ci viene proposta un’escursione a Shakaland, ma rifiutiamo decisamente. A quanto ci risulta Shakaland è un villaggio Zulu ricostruito per le riprese di un film, e poi conservato come meta turistica, con tanto di figuranti in pelle di leopardo che riproducono le cerimonie tradizionali in cambio di lauti compensi: non è quello che cerchiamo. Torniamo in auto e con il buio raggiungiamo Empageni, dove pernottiamo in una sorta di ostello fricchettone, con capanne sugli alberi, gestori odoranti d’alcool e cani giganteschi che si aggirano per i locali.

Hululuw-Umfolozi Game Riserve: disavventura notturna, 7 Agosto

La giornata è dedicata alla Hululwe-Umfolozi Game Reserve (Hululuwe si pronuncia "Sciusciue"; il termine "Game" non ha nulla a che fare con il gioco, ma sta ad indicare la presenza dei grandi mammiferi africani). La giornata è bellissima e gli incontri con gli animali frequenti ed emozionanti. Soltanto ci irrita la costante presenza delle camionette dei dipendenti del parco, con il loro carico di turisti con cappello da esploratore di terre lontane, che, tenendosi in contatto tramite ricetrasmittenti, si affrettano a raggiungere i punti in cui sono visibili gli animali, e ci privano troppo stesso del piacere di ammirarli in solitudine. La giornata volge al termine; abbiamo visto elefanti, ippopotami, zebre, antilopi, facoceri, gazzelle, coccodrilli, babbuini, bufali, giraffe, un’infinità di uccelli, termitai grandi quanto miniappartamenti. Manca però uno dei protagonisti più schivi ed affascinanti di questi luoghi: il rinoceronte. Tra poco il parco chiuderà, ma non siamo distanti da uno dei tre cancelli per l’uscita: decidiamo di concederci ancora una piccola deviazione, non si sa mai. Quando oramai le speranze iniziano ad affievolirsi, lo troviamo: uno splendido esemplare femmina di rinoceronte bianco pascola in una radura accanto al suo piccolo. E’ un incontro emozionante. Spegniamo il motore e restiamo, incantati, ad ammirare i due pachidermi. Mentre la madre bruca placidamente, il piccolo ci guarda eccitato. E’ l’ora del tramonto; il parco sta per chiudere, dobbiamo andare. Raggiungiamo il cancello e lo troviamo chiuso.

Abbiamo a lungo riflettuto circa l’opportunità di scrivere quanto segue, nel timore che il nostro racconto potesse indurre qualche lettore sciagurato ad imitare consapevolmente il nostro inqualificabile comportamento: scegliamo di proseguire, confidando nel buon senso di chi visiterà questi luoghi.

Siamo in trappola nel parco, non c’è via d’uscita. All’improvviso è buio. Cerchiamo di pensare ad una soluzione: ci troviamo evidentemente di fronte ad un cancello secondario incustodito; proveremo a raggiungerne un altro, nella speranza di trovarvi un guardiano. Abbiamo almeno un’ora d’auto. Partiamo. Dopo pochi chilometri, i nostri fari illuminano due coppie di occhi che ci corrono incontro e a pochi metri da noi spariscono tra gli alberi: ipotizziamo che siano iene. Poco dopo troviamo sul nostro cammino due zebre. Questi animali, che di giorno paiono tanto docili ed innocui, col calare dell’oscurità mettono soggezione, con quegli occhi luminosi, con il senso di colpa che ci attanaglia. Di notte i padroni sono loro, e noi soltanto degli intrusi indesiderati. Passano pochi minuti e ci appare di fronte un branco di giganteschi bufali; attraversano la strada, quindi possiamo riprendere. Ripartendo, però, ci avvediamo della presenza di alcuni bufali a pochi centimetri dal finestrino dell’auto: il branco non è ancora terminato, praticamente ci passiamo in mezzo. Raggiungiamo una radura, dove un gruppo di rinoceronti sta pascolando placidamente. Li abbiamo a destra e a sinistra, saranno almeno setto o otto. Siamo prossimi all’uscita, ma ci si presenta l’ostacolo più grosso: un branco di elefanti. Mai, nella nostra vita, ci siamo sentiti tanto piccoli ed indifesi. Al cancello troviamo un custode, che non pare intenzionato a farci andare, ma, grazie all’intercessione di una guida che conduce turisti in un’escursione notturna riusciamo ad uscire. Abbiamo avuto molta paura, il cuore sembrava voler saltare fuori dal petto, ma è stata un’esperienza straordinaria.

Quella notte, in quell’auto, abbiamo capito molte cose. Questa terra fragile, gli animali che la popolano, sono costantemente sotto la minaccia d’un male devastante: il turismo. I turisti amano spesso attribuire a loro stessi una presunta diversità rispetto alla massa informe di torme vacanziere che tendono a disdegnare, arrogandosi il diritto di comportamenti irresponsabili in virtù d’una presunta consapevolezza. Quella notte abbiamo compreso d’essere noi quel male, d’essere noi quella minaccia. Dopo molto tempo, il senso di colpa non ci ha abbandonati.

Greater St. Lucia Wetland Park e lo Swaziland, 8 Agosto

Lasciamo Empageni. Dedichiamo la mattinata ad un giro in barca nel Greater St. Lucia Wetland Park, il parco naturale situato a nord della cittadina omonima. Coccodrilli ed ippopotami sono i padroni del parco, insieme a molti uccelli. Mangiamo un panino sulla spiaggia, di fronte all’oceano indiano. Poi partiamo per lo Swaziland. Qui pernottiamo in un piccolo albergo vicino a Mbabane. Mentre ceniamo salta la corrente. Terminiamo la nostra carne al lume di candela: un inaspettato momento di romanticismo.

Attraverso il Blyde River Canion verso il Kruger, 9 Agosto

Siamo entrati nel piccolo regno indipendente dello Swaziland ieri pomeriggio, lo lasciamo questa mattina. Non abbiamo avuto il tempo di conoscerlo a fondo, ma ricordiamo i capannelli di donne avvolte in teli colorati, raccolte sull’uscio di casa, i giovanissimi pastori che pascolano le capre e le luci arancione delle grandi fabbriche vicino a Manzini. Facciamo colazione a Nelspruit e proseguiamo verso una delle classiche mete turistiche di questi luoghi: il Blyde River Canyon. Questo luogo, che le guide descrivono come meta incantevole, ricca di panorami mozzafiato, ci delude parzialmente: non vi sono foreste naturali, ma enormi legnaie ed i panorami, senz’altro splendidi, non sono comunque i più belli che ci sia capitato di vedere nella vita. Incontriamo molti italiani; in nessun altro luogo del Sudafrica ne abbiamo visti tanti. La cosa più bella che abbiamo veduto quest’oggi è uno straordinario bucero ocellato. Il luogo più interessante si trova alla confluenza del Blyde con il Treur, alle Bourke’s Luck Potholes, dove l’acqua mulinante dei fiumi ha scavato la roccia creando singolari buche cilindriche. L’attraversamento di questa zona, anche per la tortuosità della strada, è piuttosto lento. La sera arriviamo a Phalaborwa (non abbiamo mai capito come si pronuncia questo nome). Troviamo da dormire a poche decine di metri dai cancelli del parco Kruger, nella bella stanza di un residence gestito da una coppia di pesi massimi (sia il marito che la moglie superavano di certo i 120 Kg). La camera è piena di fiocchetti e ricami, ma molto accogliente e pulita. Andiamo a dormire dopo esserci rifocillati con piatti enormi di carne alla griglia condita con una salsa dolciastra, ma molto buona. Domani saremo nel parco Kruger: si realizza un sogno.

Il parco Kruger, 10 Agosto

Trascorriamo tutta la giornata nel parco, dedicandoci soprattutto alla zona nord: la scelta non è felice, perché quest’area, piuttosto brulla, non è ricca di animali ed ha strade disagevoli. Quando già la delusione inizia ad insinuarsi nel nostro animo, siamo costretti ad una frenata improvvisa: dietro una curva un enorme elefante ci si è presentato di fronte ed ha alzato la proboscide al nostro cospetto, in segno di protesta. Altri elefanti appaiono dietro di lui (di lei, anzi: si tratta di una femmina adulta). Sono moltissimi; attraversano la strada e scompaiono tra gli alberi. Cerchiamo di scorgerli, ma sono scomparsi. E’ davvero incredibile come un branco numeroso di questi giganteschi pachidermi possa scomparire tra gli alberi, senza produrre alcun rumore. Gli avvistamenti sono ancora molti; tra i più interessanti ricordiamo un branco di babbuini i cui maschi adulti inscenano battaglie cruente, e le iene che accudiscono i piccoli mentre muovono i primi passi al di fuori della tana scavata sotto l’asfalto della strada.

La sera usciamo dal parco a nord, dal Pafuri Gate e ridiscendiamo verso Phalaborwa all’esterno dello stesso. Il viaggio pare interminabile poiché ogni 10 chilometri dobbiamo sostare ad un posto di blocco della polizia, che ispeziona la nostra auto. Alla nostra richiesta di spiegazioni rispondono che cercano i trafficanti illegali di carne (attività gestita dalla "mafia" sudafricana. Hanno usato proprio questo termine).

Secondo giorno nel Kruger, 11 Agosto

Torniamo nel Kruger e visitiamo la zona centrale. Gli animali sono moltissimi, e non potendoli elencare tutti, non ne nominiamo nessuno, limitandoci a fare cenno agli incredibili termitai ed ai giganteschi baobab. Dormiamo nel campo di Letaba. Dalla nostra tenda canadese, per tutta la notte ascoltiamo il richiamo delle iene, a pochi passi da noi. La recinzione elettrica che cinge l’accampamento non serve a tenere lontani i babbuini: li vediamo forzare i finestrini delle roulotte, nelle quali s’infilano, per uscirne poi con un vasetto di marmellata sotto il braccio, o con una scarpa tra i denti.

Scene di caccia, 12 Agosto

Prima dell’alba partiamo, insieme ad un’altra coppia di italiani, per una escursione a piedi, insieme a due ranger che portano un fucile sulla spalla. La camminata si svolge nel letto di un fiume in secca. Le nostre guide ci mostrano le orme dei bufali, lo sterco dei rinoceronti, ci insegnano a distinguere alcune piante. Il sole si alza, ed inizia a fare molto caldo. Ci fermiamo per una sostanziosa colazione a base di frutta secca, carne salata e succhi di frutta offerti dai nostri accompagnatori. Riprendiamo il cammino. Ad un tratto sentiamo un rumore; le guide ci fanno spostare tra gli alberi. Restiamo in attesa. All’improvviso il letto del fiume si riempie della massa nera dei corpi di centinaia di bufali che corrono pesantemente, facendo tremare la terra. Poi si fermano tutti simultaneamente. Sentiamo il richiamo di un vitello ("annutolo"). Cerchiamo una posizione migliore per guardare e vediamo chiaramente i corpi sinuosi di due leoni maschi che si allontanano. Hanno tentato un attacco al cucciolo, ma gli adulti lo hanno circondato per difenderlo ed i predatori hanno dovuto rinunciare. Siamo stati fortunati, abbiamo assistito ad uno spettacolo della natura. Trascorriamo il resto della giornata alla ricerca di animali, eccitati dalle emozioni della mattina. Quando il parco sta per chiudere ci avviamo verso l’uscita; incrociamo una coppia di anziani in macchina che dicono di aver visto alcuni "wild dogs": i licaoni! Andiamo a cercarli! Troviamo un branco di una decina di esemplari che segue una zebra; li seguiamo a nostra volta. Raggiungono la preda, le rifilano qualche morso. Quella risponde scalciando. Poi spariscono tra la vegetazione. Incredibile: due scene di caccia nella stessa giornata.

Pretoria, 13 Agosto

In mattinata raggiungiamo Pretoria. Ci sorprende il contrasto tra la storia di questo luogo ed il suo presente. Città tipicamente boera, simbolo della supremazia dei bianchi sui neri, oggi non è possibile incontrare per queste strade un solo uomo dalla pelle chiara. Pranziamo al tavolino d’una tavola calda. Ci avvicina un uomo dallo sguardo spento, allunga una mano sul mio piatto e mi porta via le uova ed i pomodori. Sono troppo stupito per dire alcunché. A parte questo singolare episodio, comunque, Pretoria ci è parsa una città assolutamente non pericolosa, sebbene un po’ caotica in alcuni quartieri.

Raggiungiamo Johanneburg, da dove ripartiamo per l’Italia.

Nel passato abbiamo avuto la fortuna d’intraprendere diversi viaggi; abbiamo visto luoghi stupendi, condiviso indimenticabili esperienze con eccellenti compagni d’avventura, ma tra i nostri ricordi il Sudafrica conserva un ruolo privilegiato. In quei 17 giorni abbiamo visto molte cose, ma siamo stati costretti a correre molto, come appare evidente dal nostro racconto. Ci permettiamo di consigliare a chi volesse intraprendere un viaggio analogo di dedicarvi più tempo; al contrario, non consigliamo di tralasciare alcunché, poiché le bellezze sono talmente tante, da non poter essere selezionate. Utilizzare, come abbiamo fatto noi, l’ottima rete di corriere (comodissime) consente di accorciare i tempi e di risparmiare la spesa per alcuni pernottamenti, qualora si opti per le corse notturne.

Il Sudafrica è davvero un "luogo di forti contrasti". Noi abbiamo visto il deserto ed i pinguini, l’oceano ed i tremila metri del Drakensberg, i modernissimi grattacieli che si perdono tra le nuvole e le capanne di fango e paglia. Qui davvero le cose sono "bianche" o "nere". Ed il Sudafrica non ammette l’indifferenza, ma ti chiede di scegliere, di stare da una parte o dall’altra. Noi abbiamo scelto il "nero". Abbiamo scelto un secchio d’acqua lattiginosa per lavarci, offerto con un sorriso, anziché le comodità di un moderno ostello, il cui titolare è troppo "alterato" per essere gentile. Abbiamo scelto un ballo divertito sotto la pioggia, anziché la rabbia traboccante per un ingorgo stradale. Abbiamo scelto il piano superiore della corriera.

Prima di partire abbiamo letto molto e studiato la storia di questo Paese; da qui il timore d’aver maturato una sorta di "razzismo alla rovescia" (poiché le cose vanno chiamate con il loro nome), che potesse falsare la nostra obiettività. Sono bastati pochi giorni in Africa, però, per comprendere verso quale parte propendesse spontaneamente il nostro cuore.

I due mondi conviventi sulla stessa terra hanno lottato a lungo, duramente. La battaglia non è finita, sarà forse ancora lunga, ma se ne può pronosticare l’esito. Noi siamo saltati sul carro del vincitore. Gli sconfitti (che pure ci assomigliano maggiormente) vivono nascosti nelle loro case, dietro il filo spinato.