Tappa numero 1, Dal 4 al 6 agosto 2016 (13 giugno 2014)
Giovedì 4 agosto 2016 - Busalla
Al
momento di salire in macchina nel mio animo si mescolano le emozioni per le
imminenti scoperte, le tensioni per la vita lavorativa abbandonata da poco
troppo tempo e un po’ di timori per l’ignoto che si andrà ad affrontare. Quello
che un po’ più mi preoccupa è il lungo tragitto in macchina che ci porterà a
macinare in tre giorni oltre 1300 chilometri. Le bambine sono visivamente
emozionate, ignare della noia che sicuramente le ghermirà nei prossimi tre
giorni, mentre Caterina è piuttosto rilassata, avendo già sulle spalle più di
un mese di ferie (bello essere un professore). Eccitazioni e timori si
mescolano anche nell’animo di mio nipote, pre-adolescente alla prima vera
esperienza di viaggio (prima volta all’estero), in mia sorella, anch’essa poco
avvezza a partire alla scoperta del mondo, e nei miei genitori. Loro quattro
sono stipati nella seconda macchina, più piccola della nostra, ma più carica di
valigie. È con questa piccola carovana di mezzi, animi e bagagli che partiamo
alla volta di Genova, o meglio di Busalla, dove incontrare i discendenti di una
sorella di mio nonno, quella che aveva sì deciso di emigrare, ma lo aveva fatto
rimanendo in suolo italiano. L’idea di base dell’intero viaggio è quella di
permettere alla terza e quarta generazione, rispettivamente quella di mia madre
e la mia (partendo dalla prima generazione dei comuni bisnonni), di rivedersi
dopo molti anni e alla quinta, quella dei miei figli, di conoscersi per la
prima volta. Il primo filo di un legame che si spera possa essere ingrossato in
futuro. Ma a margine di tutti gli incontri che ci aspetteranno, ci sarà anche
la possibilità di scoprire luoghi mai visitati, in quella che mi immagino sarà
un’autentica esperienza di viaggio.
Busalla,
piccola cittadina dell’entroterra genovese nell’alta valle Scrivia, rappresenta
un po’ tutto quello che non mi è mai piaciuto della Liguria, terra dove ho
trascorso quasi sei mesi di militare. In quella esperienza ho sempre sofferto
di uno strano senso di claustrofobia, dovuto al deciso sovrappopolamento
ligure, in cui si vive stretti in un abbraccio comunitario da togliere il
fiato. Troppe costruzioni, generalmente poco curate, cinte da strade strette e
impervie. Lì vi vive la cugina di mia madre, mentre sua figlia ha una bella
casa a Carpeneta, una piccola frazione di Casella che conta meno di un
centinaio di abitanti. Carpeneta se ne sta arroccata su un versante di un colle
a circa cinquecento metri d’altitudine e per raggiungerla si devono percorrere
stradine impervie, strettissime e dalla pendenza proibitiva, ma l’aria che si
respira è più fresca e ventilata rispetto al fondovalle, con una atmosfera da vera
montagna. Purtroppo le case sorgono le une appressate alle altre e le strade sono
davvero pessime, come se non si fossero adeguate allo scorrere del tempo e
fossero ancora quelle di quando ci si spostava a dorso di mulo.
Per
la notte alloggiamo all’Albergo Birra, un albergo in prossimità dell’uscita
autostradale di Busalla ospitato in un palazzo liberty ancora accuratamente
decorato. È un albergo che odora di storia, in cui si respira un’atmosfera di
fine ‘800 che fa compiere un balzo nel passato, senza però rinunciare a tutti i
comfort dell’era moderna. Le scale di marmo logore e in alcuni punti spezzate
dal tanto calpestio, le ringhiere in ferro battuto, i soffitti altissimi, le
immagini belle époque delle tante
bottiglie di birra Busalla lasciate in cestini di vimini un po’ ovunque. L’antica
birreria Busalla, attiva fin dal 1906, è proprio lì di fianco all’albergo, come
anche il piccolo pub in cui poter gustare la birra a chilometri zero. Il
piccolo contesto è piacevole, anche se con il grave inconveniente che tra
albergo, pub e birrificio il parcheggio interno risulta sotto dimensionato. Per
i clienti dell’albergo si adopera alacremente il gestore dello stesso, che si
fa lasciare giù le chiavi in reception
e sposta macchine per tutto il pomeriggio, incastrandole sotto un porticato
stretto stretto con un’invidiabile precisione.
Il
nostro arrivo è un evento da celebrare con una lauta cena a base di specialità
tipiche liguri, come cuculli (frittelle di farina di ceci), pansoti, pasta al
pesto, coniglio alla ligure, vari affettati, eccetera. Tutti seduti intorno a
un tavolo a chiacchierare, nel modo più consono a un italiano di riallacciare
vecchi rapporti o intrecciarne di nuovi. Tradizione comune che amo
particolarmente. Ed è così, con la pancia piena fino a quasi a scoppiare, che
si conclude il nostro primo bel giorno di viaggio.
Note
Albergo Birra (Loc. Birra 3a, 16010
Savignone): voto 8
Ristorante Chiara (Via Carlo Garre’ 14,
16010 Savignone): voto 7. Pietanze abbondanti e discretamente saporite (non
eccelse, comunque). Locale un po’ troppo chiassoso.
Venerdì 5 agosto 2016 – Avignone
Al
risveglio il cielo grigio stende una lieve aria cupa sulla località Birra, ma quando
riusciamo a ricaricare le macchine, intorno le nove e mezza, un timido sole
comincia già ad apparire dietro le nuvole.
Dopo
svariati chilometri le bambine sopportano ancora bene il tedio del viaggio e
tra dormite e sguardi persi arrivano in Francia senza un lamento. Il paesaggio
ai lati dell’autostrada non cambia molto tra la parte francese e la riviera
ligure, almeno finché non ci spostiamo verso l’interno appena dopo Cannes. Il
paesaggio si fa ancora più arido e alcune affascinanti conformazioni rocciose
portano alla mente l’Arizona. In Francia le case si concentrano in agglomerati
urbani piuttosto vasti, ma che tra loro interpongono zone quasi completamente
prive di costruzioni. Corriamo a tratti in valli dove l’unica opera umana
riconoscibile è l’autostrada stessa. Difficile in tali frangenti credere di
essere in Europa.
Superiamo
velocemente la Costa Azzurra e, lasciando Marsiglia a sud, puntiamo il muso verso
Avignone, la nostra meta odierna. La stanchezza a questo punto si fa sentire
per tutti, in particolar modo per le bambine che non ne possono più di stare in
macchina, ed è un vero sollievo fermarsi nell’ampio parcheggio di Rue Martin
Luther King, nei pressi dell’Ibis Budget Hotel. Siamo a un passo dalle rive del
Rodano, appena fuori dalle mura della città vecchia, una cinta di bastioni in
pietra perfettamente conservata lunga oltre quattro chilometri, fatta costruire
nel XIV secolo quando in città fu trasferita la Santa Sede. In tale periodo Avignone
si arricchì, oltre che delle mura, anche di numerose opere d’arte e di
meravigliosi edifici, il più grandioso dei quali è il medievale Palazzo dei Papi,
residenza fortificata del pontefice. Anche dopo il ritorno a Roma della Santa
Sede nel 1377, Avignone rimase sotto il controllo papale fino al 1791, quando fu
annessa alla Francia.
Il
tempo di sistemarsi in albergo e siamo subito in cammino lungo il passeggio
alla base delle mura. Un vento sostenuto spira vigoroso e per sfuggirgli
entriamo presto nella città vecchia passando per la prima piccola porta che si
apre nei bastioni. Strette vie dal fascino antico ci portano fino alla pedonale
Place de L´Horloge, ricca di artisti di strada, tavolini di ristoranti per
turisti e una grande giostra di cavallini per bambini. Il Palazzo dei Papi è lì
vicino, appena oltre una strettoia tra due case che permette che la visione dell’enorme
facciata avvenga solo all’ultimo momento, in un istante di meraviglia. Il Palazzo
dei Papi è il più grande palazzo gotico del mondo, fatto erigere nel 1309 da
Papa Clemente V e rimasto sede del potere pontificio per circa settant’anni. Le
sue dimensioni colossali attestano la munificenza del papato, mentre le mura
spesse tre metri, le saracinesche e le torrette di guardia ne sottolineano le
necessità difensive. È diviso in una parte più antica dell’inizio del 1300 e
una parte più recente della metà del 1300. Pur essendo così poco distanziate
nel tempo, le due parti sono facilmente distinguibili per una diversa
architettura, cupa e solida la prima, più ariosa e slanciata la seconda. La maestosa
facciata che si impone su Place du Palais, e da cui si accede all’ingresso, fa
parte della costruzione più recente, voluta da Papa Clemente VI. Il palazzo è
completamente spoglio, ma alcune stanze conservano splendidi affreschi alle
pareti e la grandiosità di altri ambienti trasmette intatta la sontuosità di
questa splendida dimora papale. Il chiostro della parte vecchia, con l’erba
verde accuratamente tagliata nel centro, è un luogo dove regna una rigenerante
pace ombrosa, mentre le stanze del tesoro, nascoste ai piani più bassi del
palazzo, hanno un fascino nascosto e proibito. Infine la vista dalla torre sul
Rodano e sulla città dona un respiro di ampi orizzonti, immortalando splendide
visioni di questa regione provenzale di indubbia bellezza.
A
nord del palazzo una strada pedonale in salita conduce ai giardini Rocher des
Doms (Jardins des Doms), da cui si possono ammirare altre visioni del Rodano e
del ponte spezzato di Saint Bénezet, completato per la prima volta nel 1185 per
collegare Avignone con la contrapposta Villeneuve-lès-Avignon. Del ponte non
rimangono che quattro arcate a partire dalla riva meridionale, il resto fu spazzato
via da una piena del fiume verso la metà del XVII secolo. È da lassù che ci
godiamo uno splendido tramonto, respirando a pieni polmoni la freschezza di
queste poche ore alla scoperta della bella città di Avignone. Un tempo breve,
ma intenso e piacevole. Rigenerante.
Note
Le
autostrade francesi sono generalmente piuttosto care, ma il primo tratto dal
confine italiano lo è in modo particolare. Il gpl (a self-service) è anch’esso
ben più caro che in Italia, mentre la benzina è leggermente più economica.
Palazzo dei Papi: ingresso 11 €, ridotto
9 € (giovani e anziani), gratuito sotto i 12 anni. Audioguida 2 €.
Ibis Budget Hotel (Boulevard Saint Dominique 8, 84000 Avignone): voto 7.5. Giovanile,
ma impersonale. Camere comunque pulite e funzionali. Buon rapporto
qualità/prezzo.
Restaurant La Grille (Place de
L´Horloge, 84000 Avignone): voto 3. Trappola per turisti. Piatti miseri e servizio
scortese. Statene lontani.
Sabato 6 agosto 2016 – Arrivo alla gîte rural
Samedì noir per il traffico in Francia.
Ce ne accorgiamo non appena imbocchiamo l’autostrada per Montpellier: oltre quaranta
minuti fermi alla prima barriera, poi in colonna perenne a causa di un
incidente. Dopo un paio d’ore e appena cento chilometri percorsi, decidiamo di
uscire dall’autostrada e imboccare strade normali per tagliare di netto il
congestionato nodo autostradale di Narbonne. Percorrere le strade che da Béziers
portano fino a Carcassonne ci permette di osservare più da vicino il Languedoc, fatto di terre bruciate dal
sole punteggiate di borghi medioevali arroccati su basse colline rocciose. È un
piacere andare su e giù per le strade collinose tra campi di granoturco e vite,
con un bel sole a evidenziare forme e colori tipicamente mediterranei. I circa ottanta
chilometri di strade normali scorrono quindi piacevoli, anche se l’idea della
lontananza della nostra meta persiste, gettando una lieve ombra sul nostro
umore.
Di
Carcassonne, splendida cittadina medioevale cinta da fiabeschi bastioni e resa
celebre dall’omonimo gioco da tavolo, riusciamo a scorgere solo le belle
fattezze da un punto panoramico in un’area di sosta sull’autostrada, che
riprendiamo in direzione di Tolosa. Il tempo continua a essere soleggiato,
caldo e molto ventoso e la stanchezza ormai inizia a fare presa su tutti, con
le bambine che non ne possono davvero più di stare inchiodate ai seggiolini.
A
destinazione ci arriviamo esausti poco dopo le sei di sera, dopo oltre nove ore
dalla partenza. La gîte rural che
abbiamo affittato per due settimane è adagiata tra colli lievemente ondulati
coltivati a girasole, granoturco e sorgo, con qualche borgo di case in pietra a
circondare l’immancabile chiesetta gotica: il Pais du Dropt, la regione a nord-ovest del Lot et Garonne, dove vivono i più cari parenti di mia madre. Arrivarci
è un balzo in un ambiente bucolico e rurale che permette ampie visuali e
respiri. Pochissime case punteggiano il paesaggio e il traffico è praticamente
inesistente, tanto d’avere l’impressione di essere le uniche persone in
movimento in un quadro armonioso e pacifico. La gîte è il retro della casa di una coppia di agricoltori: ampia, con
sei stanze da letto e tre bagni, arredata con mobilio lievemente datato. Odora
un po’ di vecchio, ma l’ambiente che la circonda è speciale, con un ampio
giardino che permette allo sguardo di scendere oltre un campo di granoturco e
un arboreto di prugne fino alle chiome scure di un bosco di querce. A pochi
passi c’è un laghetto neanche troppo piccolo dove è possibile pescare e,
passeggiando ai margini del bosco, è possibile intravedere cervi e caprioli che
vi si aggirano furtivi. I rumori umani sono banditi da questo splendido angolo
di mondo e l’animo può così riappacificarsi con una natura bucolica quanto mai
viva.
Questo
sarà il nostro rifugio per le prossime due settimane.
Note
Il
nodo autostradale di Narbonne, dove si uniscono la A9 che unisce Montpellier al
confine spagnolo e la A61 proveniente da Bordeaux (e che passa per Tolosa), è
di norma molto congestionato. Vivamente sconsigliato affrontarlo di sabato
(soprattutto un sabato d’agosto).
Gîte Toupinerie Bas (Montignac-Toupinerie - Lot et Garonne): voto 9. Non proprio economica, ma in grado di ospitare fino a undici
persone. La struttura è funzionale, anche se un po’ datata, ed è posizionata al
centro delle campagne del Pays du Dropt in un contesto bucolicamente divino.
Venerdì
13 giugno 2014 – Aquitania
Due
ampi respiri per lasciar scivolar via il nervosismo che mi attanaglia le vene,
un po’ per l’imminente partenza dell’aereo che sta rollando in pista, un po’
per le ultime due ore passate a cercare di gestire una bambina di tre anni in
preda a uno stato lamentoso illogico e non consono. Sei, dico sei, motivi
diversi per frignare, con il culmine ai controlli dove si è rifiutata di
consegnare la borsetta nuova appena regalata dalla nonna. Urla, pianti, lacrime,
in una coda sempre più incuriosita e forse un po’ indispettita. Se il viaggio
inizia così, ho pensato, siamo messi male.
Invece,
non appena l’aereo ha preso quota, tutto si è tranquillizzato. Cecilia ha
smesso di lamentarsi e ha iniziato a guardare fuori dal finestrino sempre più
entusiasta, leggera ed effervescente. Per un’ora e mezza ha cantato felice di
quanto fosse bello volare, emozionata a ogni nuvola e a ogni scorcio di terra
lì sotto. Il viaggio era iniziato per lei, e non solo per lei. Mia madre stava
andando in Francia e questo era sufficiente a renderla felice. Al suo primo
volo pareva ben più navigata: “Mi pare di aver sempre volato”. Le paure di mio
padre poi erano ben nascoste, coperte da un perenne sorriso e da quella
maschera di contegno che indossa da sempre, probabilmente da quando è nato. Io
e Cate eravamo di nuovo in movimento, la prima volta da quando abbiamo messo al
mondo le due stupende creature che tanto ci fanno dannare quando ci riempiono
di gioia la vita. E anche questo era sufficiente a renderci più leggeri e
pronti ad assaporare l’attimo.
L’Aquitania
è verde, un verde che ti ammalia già dal finestrino dell’aereo, per poi
catturarti e farti suo una volta giunto a terra. La densità dei francesi è
mediamente poco più di un terzo di quella degli italiani, ma molti di loro sono
addensati nei pressi di Parigi, quindi in Aquitania questa proporzione è ancora
più a loro favore. In Pianura Padana siamo francamente troppi e per di più
abbiamo costruito in ogni dove, ben al di sopra delle nostre effettive
esigenze. Nei dintorni di Bordeaux le persone sono poche, disperse, e non hanno
costruito più del dovuto. Il resto è verde, che sia dei campi coltivati, dei
boschi oppure dei giardini fioriti poco importa. È un impatto di naturalità che
allieta, alleggerisce l’animo, ti riappacifica con il mondo.
A
parte la circonvallazione esterna di Bordeaux che, all’ora di punta del tardo
pomeriggio, è stracolma di macchine, già sull’autostrada verso sud-est in
direzione Tolosa il viaggio si fa più solitario, più personale. La strada
dritta e la poca presenza di macchine permette a tutti di osservare il
paesaggio e di godere della sua armoniosità. La fanno da padrone le vigne, con
i frutti verdi appena abbozzati sui rami, o i campi di girasoli e grano, ma ci
sono anche ettari e ettari di boschi a circondare i borghi medioevali che si
intravedono sui colli lontani ai lati dell’autostrada. Questa è terra di bastides, cittadine fortificate del XIII
e XIV secolo che, diversamente dalla tipica città medioevale con vicoli stretti
e tortuosi, erano realizzate a pianta quadrata o rettangolare ed erano
attraversate da strade ampie e dritte (le charretieres)
che si intersecavano secondo uno schema a griglia. Molte sono le cittadine che
hanno mantenuto inalterato questo schema, con ancora molti edifici dell’epoca a
impreziosire la piazza centrale o le strade per accedervi. Sarà nostra cura
visitarne alcune delle più belle.
Correndo
rapidi non ci mettiamo molto a giungere a destinazione, anche se il sole ancora
alto ci imbroglia sulla reale ora di arrivo. In Aquitania l’ora è la stessa che
in Italia ma, stando molto più a ovest, praticamente al di là di Greenwich, il
sole viaggia un bel po’ in ritardo rispetto quanto siamo abituati. Sono già
passate le sette di sera e il sole è ancora alto nel cielo, per nulla
indebolito dall’incedere della sera.
Dall’Italia
ho prenotato da dormire in una chambres
d’hôtes, il termine francese per indicare una sorta di bed & breakfast,
ospitato in una stupenda casa restaurata del XVIII secolo. L’interno de La Roseraie è stato sapientemente
arredato con un gusto che mescola antico e moderno in un connubio affascinante.
La visione sui campi offerta dalle finestre delle camere è poi quanto mai
rigenerante. La casa dei cugini di mia madre è nemmeno a un chilometro di
distanza. Un buon posto dove passare i prossimi cinque giorni.
Note
Chambres d’hôtes La
Roseraie (Peyriere
- Lot et Garonne): voto 9.5. I soffitti altissimi, i solai di legno che
cigolano al passaggio, le anguste scale a chiocciola che collegano gli ampi e
luminosi corridoi centrali. Tutto odora meravigliosamente di storia.
Splendidamente arredata.




















