Tappa numero 5, Dal 22 al 24 dicembre 2006
Venerdì 22 dicembre
Il viso contrariato di Teremì si staglia
nitido nell’insieme
di piccole facce africane che ci osserva preparare i bagagli. Lo
sguardo
sfuggente, il labbro imbronciato, le braccia conserte. Quel capo
inclinato
lievemente in avanti a testimoniare una volontà
incrollabile. Peppino deve
raccogliere nuovamente gli attrezzi e dettare i ritmi del lavoro,
Doriana deve
ritornare nella capanna per insegnarle a cucinare, Dario deve
richiudere la
portiera di Carolina e dimenticarsi, forse per sempre, di avere una
macchina.
Mentre gli altri sorridono, lei non fa altro che ripetere che non
dobbiamo
partire. Nessuna motivazione a tale richiesta, solo quelle poche parole
ripetute come una cantilena petulante. Quel nostro gesto, che la sta
offendendo
nel profondo, non merita altro, probabilmente.
La reazione che crea in noi è
però solo di divertita
sorpresa. Il fine settimana lo passeremo a Bobo, tra compere
necessarie,
africane esperienze e vari momenti di riposo. Ad attenderci
c’è l’universo di
Bissirì, con i suoi batik, la sua corte, la sua strada, la
sua città. Non sono
l’unico ad essere galvanizzato dalla cosa.
Un’autentica gioia traspare da tutti
i volti, che appaiono sereni e rilassati, con sorrisi aperti e
naturali. È come
se stessimo andando in gita. Poche cose potrebbero guastarci questi
attimi,
sicuramente non i capricci di Teremì. In ogni caso nessuno
può dimostrarsi
indifferente all’evidente attaccamento che questa ragazza
inizia a provare per
noi. La morbosità con cui oggi lo sta esternando
è solo un fatto di minima importanza,
tutto sommato trascurabile.
Con qualche ritardo dovuto alla tipica calma
africana che
sembra aver colpito alcuni di noi, partiamo alla volta di Bobo lungo la
strada
asfaltata che passa per Pà. La giornata in città
sembra una ripetizione di
quella passata il secondo giorno in Burkina. La polvere che aleggia
sopra la
città non è cambiata, come la confusione che
anima i grandi boulevard e le vie
più piccole che da questi dipartono. Anche il ristorante
dove ci fermiamo a
mangiare è lo stesso, un’aia chiusa da spesse mura
intonacate di bianco con
tavolini posti all’ombra di un paio di manghi.
Ma ad essere uguale è soprattutto il
luogo dove trascorrere
l’intera giornata, la corte di Bissirì. Nulla
sembra cambiato, a parte
l’intraprendenza di un gruppo di bambine che si fanno via via
più vicine a
Doriana. In breve riescono ad ottenere ciò che vogliono,
adornarle
l’acconciatura con delle trecce. Sono affascinate dai lisci
capelli della
catanese, una vera novità quaggiù in Burkina,
come i peli che coprono il corpo
di quasi tutti i tubabu. Gli
africani
sono per lo più glabri. Si avvicinano quasi timorose al mio
braccio per poi
emettere sottili risate quando ci passano sopra la mano, accarezzando
la pelle
e la rada peluria che la ricopre. Siamo per loro una continua scoperta,
il
primo approccio ad una diversità sconosciuta.
Anche la cena si svolge nel solito posto, nella
penombra
creata dalle chiome degli alberi che oscurano parzialmente la comunque
flebile
luce dei lampioni della strada. A cambiare è solo il luogo
dove andiamo a
dormire, degli alloggi sparsi in un boschetto d’eucalipti
gestiti da
un’associazione religiosa. Prima dell’esperienza al
Centro nel mio immaginario
nulla mi sarebbe apparso più africano di queste casette di
cemento poste in
fila sotto le chiome degli alberi, dove lo sforzo maggiore del
personale è
quello di tenerle pulite dalla polvere rossa che ad ogni istante cerca
di
sopraffarle. Anche se l’assedio è evidente, i
locali sono talmente ordinati e
puliti da distaccare il luogo da ciò che lo circonda, la
città di Bobo che vive
pacificamente la sua confusione al di là del recinto che
delimita il boschetto.
L’evidenza di questa cura mi trasporta repentinamente in un
mondo più
famigliare, in un equilibrato connubio di africanità ed
occidentalità. Dall’Italia
ci avrei visto l’Africa in questa rappresentazione, ora,
sdraiato su un comodo
materasso appoggiato sopra una rete metallica, ci vedo
l’Europa.
Sabato 23 dicembre
Aspettare, aspettare, aspettare. Non
c’è veramente nulla di
più africano dell’attesa.
Seduti sui sedile di Carolina, accerchiati dal
calore che
sale dalla terra in onde fluttuanti, aspettiamo la madre di
Bissirì. Siamo
parcheggiati ai bordi di una delle strade principale del centro di
Bobo, per
nulla larga, ma piuttosto lunga. Alle nostre spalle s’innalza
verso il cielo
un’affascinante moschea in terra, splendido esempio di
architettura sudanese,
con le travi di legno che sporgono in tal numero dalle pareti color
ocra da far
pensare che l’edificio sia sottoposto ad una continua seduta
di agopuntura.
Intorno alla moschea, e lungo la strada, ferve la solita vita
cittadina, un
formicaio in perenne movimento noncurante della calura che strozza
invece il
mio respiro. Ai lati della strada alcuni venditori ambulanti sono
disposti con
le bancarelle sotto degli enormi eucalipti. Oltre loro si apre una
piana gialla
dove, vista anche la presenza di due porte di legno, deve essere uso
giocare a
pallone.
Alcuni anziani se ne stanno seduti di fronte alle
bancarelle
ed osservano l’andirivieni lungo la via, degnandoci solo
raramente di uno
sguardo. Tra questi c’è il padre di
Bissirì, il volto scavato da profonde rughe
ma i capelli ed i baffi ancora scuri, con solo qualche ombra
brizzolata.
Bissirì è riapparso da poco, dopo essersi
allontanato un attimo in cerca della
madre. Ora aspetta come tutti, tranquillamente seduto sul sedile
anteriore, di
fianco a Dario, gli occhi leggermente persi per le troppe canne fumate,
anche
di prima mattina. Il tempo scorre, misurato dal ticchettio delle dita
di Peppino sulla portiera di
Carolina, le ombre si
comprimono sempre più, quasi a voler sfuggire il calore che
si fa di momento in
momento più accentuato. Poi d’un tratto
Bissirì ci scuote dal torpore eseguendo
un balzo rapido fuori dalla macchina con l’intento di aprire
la portiera alla
madre. Vediamo così entrare una donna di mezza
età, vestita tradizionalmente
con una sgargiante stoffa verde a ricoprire tutto il corpo, il tutto
abbellito
dall’immancabile drappo dello stesso colore a proteggere il
capo. Il suo è un
saluto silenzioso, solo un timido sguardo ed una veloce stretta di mano
alla
moda occidentale, su evidente richiesta del figlio.
Si può finalmente partire. Siamo diretti
al villaggio bobo
(inteso come etnia) del padre di Bissirì, sperduto
nell’infinità di colli che
circonda da vicino la grande città. Parteciperemo ad un
sacrificio rituale che
si svolgerà per portare fortuna alla nostra associazione e a
quella dello
stesso Bissirì. A farci compagnia ci sono anche sei polli,
che Bissirì si è
premunito di comprare poco prima dell’arrivo della madre.
Saranno i
protagonisti del rito sacrificale, il veicolo con cui gli spiriti e gli
avi
comunicheranno con noi e ci faranno sapere se ci proteggeranno lungo il
cammino. In più saranno anche un ottimo pasto per molta
gente del villaggio.
Non ci vuole molto per abbandonare il centro di
Bobo ed
inserirsi nelle più larghe strade dei quartieri periferici,
assembramenti
casuali di muri di cemento e lamiere ondulate. Ciò che non
differisce dal
centro è la terra ugualmente piena di buche e insozzata
dalle più svariate
immondizie. Poi d’un tratto ci ritroviamo a correre nella brousse africana, quel mondo avaro che ti
accerchia con la solita
monotona tonalità di marrone, facendoti immediatamente
seccare la gola. Qui il
percorso è ancora più accidentato e gli sbalzi a
cui deve sottostare Carolina
sono innumerevoli. Dario deve prestare molta attenzione nella guida e
noi,
raggomitolati sugli sconquassati sedili posteriori, dobbiamo
preoccuparci di
non sbattere dolorosamente il capo in seguito ai ripetuti sobbalzi. Il
mio
stomaco è sempre più in subbuglio mentre
superiamo figure scure che camminano a
lato della strada, spesso sovraccaricate di oggetti o alimenti da
portare in
città. Il loro sguardo è pieno di
curiosità e la maggior parte si concede un
ampio sorriso nel vederci traballare dentro Carolina. Alcuni di loro ci
salutano allegri prima di scomparire inghiottiti
dall’ennesima curva. Per mia
fortuna ci fermiamo nei pressi di un agglomerato di case di terra,
proprio
sotto la fitta chioma verde di un mango, prima di arrivare al punto di
rigettare l’intera colazione del mattino.
Veniamo subito accolti, prima ancora del nugolo
festante di
bambini, da una serie di sedie per accomodarsi all’ombra
dell’albero. A farci
compagnia ci sono un paio di signori anziani che si perdono in
prolungati
saluti con Bissirì. Sua madre scompare invece tra le
stradine polverose del
villaggio per fare ritorno solo al momento del sacrificio. Oltre il
cerchio di
sedie, ad una distanza di qualche metro, si dispongono quasi tutti i
bambini
del villaggio, allegri ed entusiasti come se stessero partecipando ad
una
proiezione cinematografica. E noi rimaniamo lì, a farci
scrutare senza
pronunciar parola, aspettando come di consueto. L’unico a
parlare con gli
anziani, anche grazie all’aiuto di Bissirì,
è Dario. Ma i convenevoli sono
limitati ed in breve anche lui rimane in silenzio nella calma quasi
innaturale
di questo primo pomeriggio di dicembre. L’ombra agitata da un
lieve venticello,
il soffuso chiacchierio dei bambini, il tenue pulsare della brousse, tutto si allinea per
intorpidire i miei sensi. Il passare del tempo perde
d’importanza, creando una
sorta di limbo temporale nel quale tutti sembriamo adagiarci.
Potrebbero essere
passate delle ore quando un ometto più anziano degli altri,
con un maglione di
cotone blu simile a quello usato dalla marina militare italiana, si
avvicina al
cerchio di sedie e viene reverenzialmente salutato da tutti i presenti.
È il
capo del villaggio, colui che eseguirà il rito propiziatorio.
Risvegliati dal torpore, lo seguiamo sgranati verso
la sua
corte, osservando il labirinto di vie che corre tra muretti di terra
color
rosso mattone, facendo scappare impaurite alcune galline e qualche
maialino,
animali intenti a razzolare nelle aie che si aprono
all’improvviso lungo la
strada.
Di fronte l’abitazione
dell’anziano dobbiamo nuovamente
attendere, questa volta in compagnia di un numero maggiore di persone e
dei
loro sguardi. Il tempo perde di nuovo di consistenza, trasformandosi in
una
nuvola eterea impalpabile, senza alcuna rilevanza. Rischio di
addormentarmi, lì
seduto su una piccola panca di legno, la schiena appoggiata al muro di
una
casa. Abbandonato il maglione, vestito con una tradizionale tunica
marrone
lunga fino alle caviglie, l’anziano mi si avvicina poco dopo
per compiere uno
strano rito. Sedutosi sui talloni in una posizione rannicchiata che
farei molta
fatica a tenere, lo vedo bere qualche sorso di chapalò
da un recipiente di zucca, mormorare qualche parola e
versare il restante contenuto della bevanda sulla terra arsa con un
gesto
all’apparenza stizzito. Ripete il rito per tre volte prima di
rialzarsi e
ritornare nella casa che mi pare ora un antro scuro e misterioso.
Al momento di varcare la soglia di
quell’uscio mi trovo
difatti immerso nel buio, dove una innaturale frescura mi trasmette un
brivido
lungo la schiena e mi fa accapponare la pelle. Mi ci vuole qualche
minuto per
abituarmi all’oscurità. L’abitazione
è composta da una sola stanza con al
centro due pali di legno infissi nel terreno a sostenere un tetto di
terra alto
al massimo due metri. Lungo le pareti sono disposti dei bassi sgabelli,
i
nostri posti a sedere, mentre il vecchietto se ne sta rannicchiato
dietro la
porta d’ingresso, dove il buio è ancora
più profondo visto il confronto con
l’accecante riquadro che conduce all’esterno.
Davanti a se fanno bella mostra
alcuni massi imbrattati di sangue, i feticci che catalizzeranno
l’influenza
degli spiriti e degli avi per il rito propiziatorio. Regna il silenzio
dentro
l’abitazione, gli sguardi rivolti al pavimento in segno di
grande umiltà e
devozione, come se un cattolico stesse entrando in un’immensa
cattedrale.
L’unica eccezione è il battito delle mani della
madre di Bissirì che accompagna
nei momenti cruciali lo svolgersi del rito.
Il primo pollo compare quasi magicamente nelle mani
tremolanti del capo del villaggio, le ali e le zampe strette comunque
in una
morsa decisa. Salmodiando parole sconosciute, l’anziano
chiude gli occhi e
comincia a ciondolare il capo ed il corpo in quello che pare
l’inizio di uno
stato estatico. Sta cercando il contatto con gli spiriti, richiamandoli
con
parole, suoni e gesti ereditati dalla tradizione orale africana
attraverso
innumerevoli generazioni, l’essenza stessa
dell’animismo. Finita la sua parte,
il capo del villaggio passa l’animale a Bissirì,
che poi lo passerà a Dario.
Entrambi devono, ora che la porta che conduce al mondo degli spiriti
è aperta,
elencare ciò che desiderano. Dario può parlare
tranquillamente in italiano, gli
spiriti lo capiranno ugualmente, perché è nel
cuore di ognuno di noi che
guarderanno. Inizialmente il catanese è in evidente
imbarazzo, sicuramente poco
convinto della fondatezza di questi riti. Ma con il tempo e con il
passare di
mano in mano di altri tre polli, le sue parole si fanno più
sciolte e sicure,
pronunciate comunque sempre con quella solennità che
l’ambiente impone.
Finite le richieste il pollo torna nelle mani
dell’anziano
capo che si appresta, con un tremore dovuto
all’età, a tagliare la giugulare
dell’animale. Il sangue che cola copioso dalla ferita viene
versato sui feticci
e poi il pollo viene lanciato a terra. Dal modo in cui cade si
può capire
l’esito del rito, se gli spiriti e gli avi hanno accettato o
no le richieste
fatte. Se l’animale cade con le zampe ed il petto rivolto
verso l’alto, allora
il rito ha avuto esito positivo, se cade di lato invece non va bene, le
richieste sono state rifiutate. Il lancio dell’animale
è accompagnato da un
battito di mani sempre più ritmato e potente della madre di
Bissirì e da una
elettrizzata attesa da parte di tutti. Per i primi tentativi gli
spiriti ci
danno credito e il sorriso compare subitaneo sul volti degli astanti,
un
sollievo evidente che si trasmette anche al pubblico che aspetta
interessato
fuori della porta, sotto la canicola africana. Una volta
però il pollo non cade
per il verso voluto ed un’onda di delusione scorre rapida
attraverso la stanza.
Il battito delle mani si blocca di colpo, il silenzio
s’impadronisce
dell’abitazione placando i primi mormorii di disappunto.
Qualche attimo
d’irrequietezza e poi tutto torna alla normalità.
L’anziano si alza nuovamente
in piedi e sancisce la ripetizione del rito, tentativo di riparazione
che
questa volta ha esito positivo.
Le Grand Marché di Bobo è uno
dei mercati più belli
dell’Africa occidentale. L’interno, un vero
alveare, è un insieme di persone in
febbrile attività, dove si trova in vendita una
varietà sconsiderata di
prodotti. Ai margini del mercato ci sono le bancarelle con piccoli e
grandi
oggetti di uso comune, come pentole, contenitori di plastica, pettini o
quant’altro. Proseguendo verso il cuore del mercato, lungo
vie sempre più
oscure, si raggiunge l’area dei prodotti artigianali, dove
fanno bella mostra
di se splendide maschere di legno, vecchi sgabelli finemente lavorati,
collane
multicolori, giochi tradizionali, pozioni magiche e tessuti
artigianali, come i
batik e i bogolan. In mezzo a tutti questi prodotti artigianali trovo
totalmente soddisfatto il mio piacere estetico. Ma oggi è
solo una prima
visita, una breve ricognizione per studiare il palcoscenico che ci
vedrà
l’indomani attivi compratori.
Di ritorno dal villaggio del padre di
Bissirì, io, Peppino,
Doriana e Vincenzo ci siamo fatti lasciare in centro città,
in modo da goderci
la vita urbana burkinbè prima del tramonto. Simone e Dario
si sono diretti alla
Sirabà per darci un nuovo tetto sotto cui dormire. Prima di
accedere al mercato
ci siamo concessi un tè in un bar nelle vicinanze, un
semplice bicchiere di
acqua calda con una bustina di tè Lipton. Seduti sulle
panche di legno ai bordi
della strada abbiamo osservato il proprietario del bar e quello di un
vicino
negozio di prodotti etnici giocare a Bantumi (qui ha un altro nome, che
non
ricordo; da noi si chiama anche Mancala) su un grande pezzo di legno
scuro con
intarsiate figure gibbose a dominare i due campi di gioco. Le loro mani
correvano veloci sulla tavola da gioco, spostando rapide i semi da un
incavo ai
successivi. C’era qualcosa di affascinante, quasi di altri
tempi, in questo riquadro
di mondo in cui l’unico movimento era quello di un paio di
mani, mentre tutto
il resto sembrava immobile, come congelato nel tempo. Peppino non si
è fatto
sfuggire l’opportunità di capire il funzionamento
del gioco, per poi sfidare
Doriana ad una partita da principianti. Con l’aiuto non molto
nascosto dei due
professionisti, più che mai interessati ad una partita tra tubabu, la catanese ha avuto vita
piuttosto facile.
È piacevole veder scendere le ombre
sulle strade della
città, attendere la perdita di vigore dei colori, ammirare
il buio avanzare ed
inghiottire tutto tranne le forme dei corpi. Poche sono le luci che
cercano di
contrastare questo veloce incedere della notte, un numero talmente
esiguo che
permette solo la distinzione tra ciò che è umano
e ciò che non lo è. Scompare
così la distinzione tra nero e bianco, di nuovo tutti
uguali, solo uomini. Non
essere più gravato di mille sguardi curiosi, indagatori,
sospettosi,
approfittatori o quant’altro, mi rende leggero, libero. Bella
e dimenticata sensazione.
Domenica 24 dicembre
Continuo a rigirarmi sul letto, del tutto incapace
a
prendere sonno. Il piccolo soppalco che ospita il letto matrimoniale
sul quale
dovremmo dormire io e Peppino è un autentico forno, una
soffocante gabbia di
calore. Peppino non ha nemmeno provato a salire le scale. Sento la sua
voce
provenire dalla piccola veranda antistante la stanza, un flebile
bisbiglio
nell’aria notturna. Da lì a poco, per mettere la
parola fine ad un estenuante
sfibramento, decido di raggiungerlo. Lo trovo in compagnia di Roberto,
un
ragazzo veneto dai folti capelli fulvi e ricci. È
l’accompagnatore di un gruppo
di italiani che sono giunti fin qui per seguire un corso di musica
africana.
Aspettando che la temperatura della notte scenda
verso
valori accettabili, mi unisco alla chiacchierata, un dialogo fatto
d’impressioni e d’esperienze, un confronto tra due
avventure africane
all’apparenza lontane, ma in realtà molto vicine.
Il mondo poliedrico africano
ha la capacità di presentarsi con quasi la stessa faccia
allo sporadico
visitatore occidentale. D’altronde per loro siamo tutti
uguali, figli di un Dio
maggiore che per acquisire ricchezza hanno rinunciato alla propria
spiritualità.
È parecchio tardi quando decidiamo di
farci abbracciare
dall’oblio del sonno.
Le ombre hanno già iniziato a
rimpicciolirsi quando i miei
occhi vengono accecati dalla luce del giorno. Fuori dalla stanza il
movimento è
minimo, con poche anime indistinte che si muovono di qua e di
là lungo lo
spiazzo spoglio di vegetazione che divide le abitazioni da
un’ampia veranda e
dal bancone di un bar. Solo qualche palma si alza verso il cielo,
fornendo
comunque un tocco esotico all’ambiente.
Ma a ravvivare ancora di più
l’aria ci pensa l’arrivo di
Eva, una Venere Nera dalla risata cristallina ed il sorriso
ammaliatore. La sua
compagnia è un continuo spettacolo, una rappresentazione
teatrale fatta di
tragedie e commedie, una continua messinscena per richiamare
l’attenzione, per
focalizzare su di se gli sguardi dei presenti. Per Eva la vita
è un palco, o
almeno lo è quando ha a che fare con noi tubabu.
I dialoghi, le battute e gli scherzi con Peppino, che già
conosceva, sono un
lieto modo per riprendere contatto con il giorno, per riaffrontare una
nuova
giornata africana, con i suoi disagi, ma anche con le sue attraenti
diversità.
L’esigenza di essere al Centro prima di
sera ci obbliga ad
accelerare i tempi da dedicare alle abluzioni mattutine, anche
perché ci
attendono delle frementi contrattazioni al mercato, un momento da me
agognato
fin dall’arriva in Africa che sembra aver coinvolto anche
Peppino.
È lui a guidare il gruppo
d’acquirenti, composto, oltre a
me, anche da Doriana e Vincenzo. Conoscendo già la direzione
da percorrere
all’interno del mercato, giungiamo rapidi nei pressi
dell’area adibita ai
tessuti. Le bancarelle nascono le une appoggiate alle altre, riparate
dal sole
da una serie di tettoie di lamiera che rendono bui i corridoi
labirintici che
si perdono nel cuore del mercato. Macchine per cucire Singer vecchie di
quarant’anni, quelle con ancora il funzionamento a pedale,
scandiscono il ritmo
della vita che si svolge tra i bogolan, una stoffa tradizionale formata
da
strisce di cotone tessute a mano e cucite l’una accanto
all’altra, i pochi
batik e i molti tessuti di cotone moderni.
Come il giorno precedente, veniamo circondati da
frenetici
venditori non appena lo sguardo si posa su qualche mercanzia, tutti
pronti ad
esaudire il nostro più piccolo desiderio, autentici geni
della lampada al
nostro servizio. Quando rendiamo evidente l’interesse per i
bogolan, più che
per altri oggetti, c’è una sorta di rimescolamento
dell’universo fluttuante di
venditori che ci avvolge. Persone con le mani colme di collane vengono
allontanate, portate ai margini del nostro campo visivo, il loro posto
preso da
ragazzi che in un chiacchierio continuo ci accompagnano nei pressi di
una
bancarella dove troneggia un signore anziano vestito con un lungo abito
tradizionale di colore verde. Tanto è evidente la frenesia
dei ragazzi nel
proporci questo o quel bogolan, tanto è impassibile il volto
del vecchio, una
maschera di gesso resa viva solo dallo sguardo sornione e
dall’angolo della
bocca che ogni tanto s’inclina in un leggero sorriso. Decine
di persone si
prodigano nel proporci la merce, quasi creando una cintura umana a
farci da
scudo. Non appena si apre un varco in tale assiduo marcamento,
però, qualcuno è
pronto, giungendo dalle retrovie, ad affiancarti per proporti un set di
collane, qualche bella maschera, delle ottime miniature
d’animali in bronzo o
in legno. Se il nuovo arrivato non riesce ad attrarre più di
tanto la tua
attenzione è nuovamente allontanato e ritorna nel gruppo che
orbita ad una
decina di metri da noi, una folla sempre più nutrita che
rimane appoggiata alle
altre bancarelle, pronta a sfruttare la minima opportunità
di parlarti.
Evidentemente le voci della nostra presenza si sono diffuse in tutto il
mercato.
In questo marasma vorticante cerco di concentrarmi
sull’acquisto di un bogolan. Non è facile
perché quello che subiamo è un vero
bombardamento d’offerte e varie richieste, con gente che ci
strattona a destra
ed a sinistra, professandosi ad ogni istante tuo amico, bisognevole
d’aiuto o
quant’altro. Mi sento a tutti gli effetti il simbolo del
dollaro di una slot machine e come
questo non faccio
altro che vorticare.
La bolgia ha termine quando decidiamo i tessuti ai
quali
siamo interessati. La merce scelta viene posizionata davanti
all’anziano, che
si siede su uno sgabello di legno e ci invita a fare altrettanto. Tutto
in quel
momento tace, un silenzio reso ancora più evidente dal
continuo borbottio delle
macchine per cucire che si erge a colonna sonora di questo momento
solenne. È
proprio con solennità che l’anziano venditore si
accarezza il mento ed attende,
ci guarda negli occhi ed attende, si sistema l’abito ed
attende, si schiarisce
la gola ed attende. Siamo gli unici ad aspettare la cifra iniziale per
dare il
via alla contrattazione, gli altri attendono solo le nostre reazioni.
È un
momento dal sapore autentico, quasi poetico, romanzesco, che eccita e
solletica
la mia immaginazione. È come essere catapultati
d’un tratto in un’altra epoca,
quella dei grandi commerci con l’oriente in cui i bazar
rappresentavano un vero
crogiolo d’umanità, diventare protagonista di una
sua storia. In tale atmosfera
rivitalizzante poco importa quale è
l’esito della contrattazione. L’importante
è
vivere appieno il momento, con le sue sfumature, i suoi accenti, le sue
ovvie
contraddizioni.
Carolina è carica da far paura, con
oggetti di ogni tipo
accatastati fino a riempire anche i minimi interstizi. Alcune foglie di
un
piccolo alberello mi accarezzano la nuca, mentre un ramo è
costretto a piegarsi
in modo innaturale contro il finestrino. Proprio dietro il mio sedile
sono
posizionate trentacinque piantine, quelle che completeranno il
giardino/frutteto che abbiamo intenzione d’impiantare nei
pressi della pompa.
Così carichi ripartiamo alla volta di
Loto, dove ci aspetta
una serata particolare. Al Centro è organizzata una festa
per la gente del
villaggio, con chapalò, bissaf e musica per tutti. Per la
prima volta il Centro
si concede alla “mondanità”.




















