Tappa numero 6, Dal 24 al 26 dicembre 2006
Domenica 24 dicembre (... segue)
L’intensità dei raggi del sole
è diminuita di colpo, come al
solito. È come se qualcuno avesse girato improvvisamente la
rotella di un
interruttore con potenziometro: un momento il sole t’incendia
la testa e l’aria
che respiri, quello dopo senti che un peso davvero gravoso ti
è stato tolto
dalle spalle e respirare è tornato un piacere. Anche i
colori cambiano di
colpo, o meglio ritornano. Prima tutto è uniformemente
accecante, poi il verde
della vegetazione comincia a differenziarsi dal rosso della pista di
terra. È
impressionante quanto poco tempo trascorra da una situazione
all’altra.
Io, Simone e Vincenzo siamo seduti dietro,
piuttosto a
nostro agio perché Doriana si è accomodata sulla
piccola ghiacciaia portatile
tra Dario e Peppino, lasciandoci così più spazio.
L’architetto porta sul capo
un cappello bianco fatto con la stoffa bogolan, uno degli acquisti al
mercato,
una via di mezzo tra un cilindro ed un panama. Ne è davvero
fiero, anche perché
se l’è fatto fare su misura in pochi minuti
(quelli disponibili erano tutti
troppo piccoli).
Carolina più è carica,
più pende. Ma l’atmosfera al suo
interno è veramente rilassata, fatta di chiacchiere e risa.
Stiamo proprio bene
insieme. È così che dalle parti di Pâ
decidiamo di fermarci per mangiare e bere
qualcosa, una sorta di ultimo momento tra tubabu
prima di immergerci nuovamente nella “bolgia” del
Centro. A lato della strada,
appena presa la via per Diebougou, ci sono alcuni locali che
commercializzano
l’immancabile birra. Qualche tavolino di plastica davanti ad
una costruzione di
legno contorto e tetto di lamiera ed il gioco è fatto. Solo
qualche metro più
in là un gruppo di donne sta grigliando dei pezzi di carne
scura su una lamiera
rovente, probabilmente montone. È tutto quello che cerchiamo.
Beviamo la birra con avide sorsate, mentre la pace
crepuscolare ci restituisce quell’agio che il sole ci aveva
negato durante
tutto il giorno. La temperatura è ottima ed il corpo gode un
benessere
finalmente ritrovato. Non mi stancherò mai di dirlo, ma
quelle del tramonto
sono sempre le ore più belle della giornata. Peccato che
durino appena il tempo
di un battito d’ali. Dopo poco che siamo lì
seduti, infatti, Dario, osservando
che il sole è ormai prossimo a sparire dietro le chiome
degli alberi, c’invita
a ripartire. Anche se vorremmo trascorrere ancora degli attimi di pace
e
tranquillità, scevri di preoccupazioni di qualsiasi genere,
c’è da organizzare
una festa al Centro, incombenza a cui non possiamo sottrarci.
L’oscurità ci sorprende che
siamo ancora per strada. Il buio
oltre il cono di luce dei fari si fa assoluto in men che non si dica,
diventando subito impenetrabile. Abbandonata la strada principale, a
Lotò solo
le tre lampadine del Centro illuminano debolmente la brousse,
tre
piccole lucciole notturne che scorgiamo non appena sbuchiamo dal
sentiero nei
pressi della pompa. Varie anime scure brulicano intorno alle luci, come
brune
falene notturne. Molte delle donne del villaggio sono già
arrivate: sono lì,
sedute sulle sedie o sulle panche che Abdoul ha portato con
sé da Diebougou,
mute e con lo sguardo impassibile. I loro figli vagano senza uno scopo
apparente nei pressi delle capanne, ma parlano tra loro a bassa voce,
contrariamente al solito. Degli uomini del villaggio, invece, ancora
nessuna
traccia. C’è un silenzio a cui non siamo abituati.
I nostri ragazzi appaiono un po’ persi in
tutta questa
moltitudine di persone. Se dovessi guardarli con occhio occidentale
direi che
si sono certamente sentiti smarriti quando non ci hanno visto arrivare
prima
del tramonto, con le persone che piano piano giungevano dal villaggio e
tutto
ancora da preparare. Forse noterei, o mi parrebbe di notare, che, ora
che siamo
arrivati, sui loro volti c’è una piccola traccia
di rilassamento, segno di uno
sgravio di responsabilità. Ma se questo è quello
che i miei occhi vedono, o
credono di vedere, ben diverso è quello che adesso, dopo una
quindicina di
giorni africani, suppongo di aver capito di questo popolo: vedono le
cose in
modo differente dal nostro, c’è poco da fare.
La nostra vita non è solo cadenzata dal
tempo, ne è
completamente inclusa, ne è schiava. Tutto quello che
facciamo, lo facciamo in
previsione di un momento ben preciso, come un appuntamento, una
scadenza o
quant’altro. Quando questa precisione, o anche solo questo
obbiettivo, viene
meno, perdiamo il nostro normale equilibrio. Qui in Africa è
diverso. Non è la
vita ad adeguarsi al tempo, ma il concetto di tempo ad adeguarsi ad
ogni
singola esistenza. Noi diremmo che una riunione inizia alla data ora,
loro
dicono che la riunione inizia quando sono arrivati tutti i
partecipanti. Cambia
tutto, completamente.
È per questo che le persone dal
villaggio continuano ad
arrivare al Centro alla spicciolata, uno ogni tanto, solo raramente a
gruppi.
Ci arrivano a piedi o in sella a dei motocicli impolverati.
Più tardi arrivano,
soprattutto se sono uomini, più sono bevuti, con gli occhi
lucidi e la lingua
impastata che invece accomuna tutti gli ubriachi del mondo. Il vero
motivo del
loro arrivo è dovuto probabilmente al fatto che possono
continuare a bere senza
spendere denaro. Abbiamo infatti comprato una tanica di
chapalò ed una di
bissaf, da distribuire a tutti i convenuti. Abbiamo anche chiamato due
ragazzi
per suonare il balafon, una specie di xilofono caratteristico
dell’Africa
occidentale, composto da una struttura di legno sotto la quale sono
poste delle
zucche (calebasse) che fungono da cassa di risonanza.
Quando il numero di persone riunito è
sufficientemente
numeroso, Abdoul prende brevemente la parola, per cederla subito a
Dario. Il
catanese non so cosa dire, in realtà, quindi farfuglia le
solite frasi in
francese che ripete ogni volta che si trova a parlare del progetto con
qualche
burkinabè interessato. Mentre parla i bambini sono seduti
nei pressi della
capanna circolare, proprio sotto una delle lampadine, perfettamente
ordinati e
silenziosi. Basta l’occhiata di una madre, tutte sedute poco
più in là, a
zittire qualsiasi parola di troppo, a bloccare qualsiasi movimento
inopportuno.
Ancora più lontani, quasi avvolti
nell’oscurità della brousse,
stanno
gli uomini. Tre gruppi distinti, separati da tratti di terreno deserto.
Anche
noi bianchi ci siamo divisi, chi si tiene all’ombra della
capanna, proprio
dietro i bambini, come Peppino, chi qualche passo dietro le donne, come
me.
Non so quanto si capisca del discorso di Dario. In
realtà io
stesso afferro poco delle parole del catanese, che volano via nel
silenzio
della notte senza lasciare traccia. Certamente poco capiscono gli
uomini, molti
dei quali se ne stanno ancorati alla sedia per non stramazzare a terra,
l’equilibrio instabile e la testa ciondolante. Poco mi pare
comprendano anche
le donne, rigide e ferme, sia nel comportamento, sia nello sguardo,
talmente
impassibile da apparire assente. Sicuramente nulla capiscono i bambini,
identici nell’incapacità di concentrarsi a quelli
di tutto il mondo.
Ma non sono le parole ad essere importanti,
è il gesto di offrire
qualcosa a tutti, di cercare di far comprendere all’intero
villaggio che la
nostra azione non è selettiva, non è solo
“per alcuni”, ma è indirizzata a
tutti, a chiunque di loro voglia starci vicino. Alla fine
l’importante è stare
insieme per una notte, anche se magari accomunati dal frizzante torpore
del
chapalò.
Quando parte la musica gli animi cominciano ad
infiammarsi.
Le stesse persone che se ne stavano sedute in precario equilibrio sulle
sedie
iniziano a muoversi nello spazio terroso antistante la capanna seguendo
un
ritmo sincopato fatto di movimenti scattosi, nervosi, quasi fossero in
preda ad
uno stato di trance. Il loro corpo è un
fremito continuo, precario
quanto l’equilibrio che si mantiene minimo anche in posizione
eretta.
Il padre di Bajo, una bombetta nera in testa,
è uno di
questi. Ogni tanto m’intravede nei fumi dell’alcol
che gli annebbiano la vista
e compie dei rapidi passi nella mia direzione, senza mai perdere quel
ritmo che
fuoriesce immutabile ed alienante dal balafon. Quasi mi corre incontro,
fermandosi di colpo a pochi passi dai miei piedi. Mi guarda con occhi
spiritati, il corpo fremente, mi stringe le mani, pare chiedermi
qualcosa (o
forse salmodia solo qualche canzone tradizionale), poi si volta e torna
a
girare frenetico intorno agli strumenti, calpestando con vigore il
terreno ed
alzando una densa nuvola di polvere. Non riuscendo a comprendere cosa
realmente
voglia da me, inizio a vagare tra le case, in modo da non farmi
scorgere con
così tanta facilità. Così facendo
ho anche modo di vedere cosa succede in
giro, oltre al ballo scalpitante di una decina di scalmanati (tra i
quali ad un
tratto si aggiunge Doriana). Tra le altre, mi ritrovo nel bel mezzo di
una
lezione di educazione burkinabè, cioè come vieni
trattato da tua madre se
combini una marachella nel bel mezzo di una festa. Vittima della
“lezione” il
povero Liabà, accusato dalla madre di avere bisticciato con
un altro bambino;
punizione una sequenza impressionante di sberle e calci, alcuni
talmente forti
da far alzare da terra il piccolo corpo dello sventurato. In risposta
ad un mio
sguardo incredulo, Sami e Siè si sono avvicinati alla madre
per calmarla, ma
ormai Liabà era stato cacciato, dolorante, verso casa.
Come sono arrivati alla spicciolata, anche il
ritorno degli
invitati alle proprie capanne è frazionato. Quando i
suonatori si ritengono
soddisfatti della propria performance,
più o meno dopo due ore di musica
sempre identica, le persone che rimangono in piedi sono al massimo una
mezza
dozzina, ed anche a loro non serve molto per accorgersi che la festa
è finita
ed è ora di andarsene. Al momento di chiudere il generatore,
la notte si
riappropria del Centro e le stelle si riappropriano della notte. Il
luccichio
che risplende in cielo è reso ancora più intenso
dal precedente confronto con
la luce innaturale delle lampade, come il silenzio risulta
più avvolgente se
confrontato con il precedente assordante ritmo del balafon. Concludo
questa
lunga giornata ammirando la notte in compagnia di Peppino e Doriana.
È Natale.
Lunedì 25 dicembre
È Natale. Non importa se il sole al mio
risveglio sta già
incendiando la brousse e la temperatura
è in procinto di superare i
trenta gradi. E pensare che non sono nemmeno le nove di mattina.
È che qui il
sole è già potente non appena valica
l’orlo della collina, cosa che avviene
poco dopo l’alba. Ugualmente il calendario non mente:
è il mio primo Natale
tropicale. Di per sé la stranezza climatica di questa
festività non mi tange
più di tanto, nel senso che non sono mai stato affezionato
al Natale ed al modo
di festeggiarlo. A mancarmi è invece il panettone, dolce di
cui sono
ghiottissimo. A sostituirlo non c’è nulla: questo
sì che un po’ mi rattrista. A
sostituire invece il normale chiacchierio della preparazione del
pantagruelico
pranzone c’è il belare di una creatura sotto la
finestra. Il giorno precedente
i ragazzi hanno comprato al mercato un piccolo montone, vittima
sacrificale
della nostra voglia di festeggiare degnamente questa giornata
particolare. Alla
vittima Simone ha voluto anche affibbiare un nome: Serafino. Sapendo
che da qui
a breve avrà un appuntamento con Siè, non voglio
nemmeno vederlo. So che
inizierei a provare pena per lui. Meglio evitare.
Abbiamo invitato a pranzo Jean Renè e
tutta la sua famiglia,
cioè la moglie e le due figlie. Aspettando il loro arrivo,
non ho molto da fare
durante la mattinata, se non preparare la tavola e le sedie
all’interno della
casa di terra. La maggior parte del mio tempo la passo a bighellonare
tra la
fresca ombra della casa e la più calda, ma più
ariosa, ombra che gli edifici
concedono all’esterno, una sottile striscia scura che va
assottigliandosi
sempre più appropinquandoci a mezzogiorno,
un’incerta protezione nella quale si
riuniscono tutti i bambini che animano il Centro. Se ne rimangono
lì,
asserragliati con le spalle al muro, a ridere e scherzare nel modo
sguaiato di
sempre. Scompaiono solo quando Siè decide che è
ora di fare le feste a
Serafino. In quel particolare momento sto leggendo un libro, seduto
all’interno
della casa. Alzando il capo vedo Siè passare davanti
l’uscio accecante
portandosi appresso il montone, tenuto al collo per una corda. Dietro
di loro
la fila di bambini ridenti, una processione da pifferaio magico. Poi il
silenzio.
Casualmente mi ritrovo seduto sulla stessa sedia,
nella
stessa particolare angolazione, quando Siè, due ore dopo,
torna a passare
davanti allo stesso uscio, questa volta in direzione opposta, con in
mano una
pentola piena di pezzi di carne sanguinolenti. I minuti intercorsi tra
questi
due eventi si volatilizzano all’istante, lasciandomi
l’impressione che non sia
trascorso nemmeno un secondo da quando ho visto Siè andare
via con Serafino a
quando l’ho visto tornare con il piccolo montone macellato.
Al momento di pranzare, al Centro rimaniamo solo
noi e i
nostri ospiti. Forse qualcuno ha avvertito i bambini di concederci
questo
attimo di tranquillità, o forse l’hanno capito da
soli osservando i nostri
volti desiderosi di pace. Sta di fatto che il pranzo si svolge in una
atmosfera
conviviale ma tranquilla, immersa in un silenzio esterno a cui siamo
tutti poco
abituati. Anche a tavola le parole sono poche, quasi avessimo paura di
rompere
l’incantesimo natalizio lanciato sul Centro. Le figlie e la
moglie di Jean Renè
mangiano senza proferire parola, come la moglie di Issà,
invitata a forza da
Dario contro la volontà dello stesso marito. È lo
stesso siciliano ad intrattenere
Jean Renè, seduto al suo fianco. Io rimango tra Doriana e
Peppino, a
rimpinzarmi di verdure, visto che la carne di montone, se non frollata,
è
davvero dura da mangiare.
Ci ritroviamo ugualmente tutti pasciuti alla fine
del
pranzo, fatto di per sé non straordinario per noi, ma
abbastanza inusuale per i
nostri amici africani. Ciò nonostante, cioè pur
con la pancia piena, ho un
compito da svolgere non appena il sole mi permetterà di
lavorare all’aperto.
Devo piantare gli alberi comprati a Bobo, o almeno quelli che appaiono
in
condizioni non proprio ottimali. Devo farlo il prima possibile e poco
importa
se è Natale. Il senso di colpa che mi porto dentro da giorni
per aver fatto
morire i primi alberi comprati (sia che sia effettivamente colpa mia
oppure no)
è ancora molto forte.
Mi cambio con estrema calma, quasi seguendo un
lento rito di
preparazione, e poi mi dirigo verso il giardino recintato con in mano
le prime
piantine di mango. Le buche, fatte nei primi giorni, sono
già state riempite
con del terriccio superficiale e praticamente inondate
d’acqua per due
giorni. Della
paglia è stata poi stesa
sopra il terreno, in modo da mantenerlo umido. Questa volta sono
fiducioso.
Martedì 26 dicembre
Alle prime luci del giorno mi alzo silenzioso dal
materasso.
Cauto mi vesto, nella speranza di non svegliare Dario, che dorme ancora
pacifico in parte a me. Infilati gli scarponi da lavoro, sono pronto a
continuare
il lavoro iniziato la sera precedente.
Un Samì mezzo addormentato, con gli
occhi praticamente
socchiusi, ruota stancamente la pompa, mentre Siè e
Issà fanno la spola fino al
giardino per innaffiare gli alberi appena piantati, inumidire le tante
buche
ancora senza ospite e bagnare il piccolo pezzo di terra che lo stesso
Issà ha
trasformato in suo personale giardino. Tutti gli altri dormono ancora e
il
silenzio steso sul Centro è totale.
Completo il lavoro prima che il sole inizi a
sciogliermi,
piantando tutti gli alberi che avevamo comprato a Bobo. Appena finito
mi sento
soddisfatto e trangugio con estrema soddisfazione un’intera
brocca d’acqua,
ritenendo di meritarmela. Sarà anche Santo Stefano, quindi
ancora festa, ma
anche Peppino ritiene che sia utile
impegnarsi nel lavoro. Da qualche giorno ha un’idea in mente
ed ora trova il
tempo per realizzarla: un forno a legna.
Senza chiedere niente a nessuno, senza proferire
parola,
appena dopo colazione inizia a spostare mattoni di pietra ed a riempire
carriole
di ghiaia. Dopo poco lo affiancano Siè e Samì,
che si sobbarcano il trasporto
dei pesi, mentre l’architetto si concentra nella costruzione
della struttura.
Sarebbe quasi più giusto chiamarla creazione,
perché quello che esce dalle mani
di Peppino ha il sapore, per uno come me non dotato di grande
manualità,
dell’opera d’arte. Lo stesso parere, o la stessa
sensazione, sembra cogliere
anche Simone, che si dimostra quanto mai incuriosito dal tutto. Dopo un
po’ di
spiegazioni (“un po’” è un
eufemismo), riesce anche a comprendere le intenzioni
del pugliese, cosa che lo rende felice e spensierato per il resto della
giornata.
Per tutti gli altri invece è un giusto
giorno di riposo,
cosa che diventa pure per me al momento di finire il lavoro al
giardino. Anche Issà
si unisce al gruppo di “vacanzieri” e ci allieta
con delle trovate davvero
simpatiche. Ad un tratto appare a lato di Doriana indossando il nuovo
vestito
di Teremì, suscitando in tutti noi un sincero scoppio
d’ilarità.
Solo un fatto di una certa serietà
movimenta lo scorrere
placido della giornata, uno scontro verbale tra Peppino e Jean Martin.
Il
muratore, apparso a metà mattina in sella alla moto nera, in
risposta ad un
ulteriore rimprovero dell’architetto su come è
stato costruito il tetto, si
lamenta del fatto che le case che stiamo costruendo sono del tutto
differenti
da quelle che si costruiscono normalmente in Burkina Faso e che, a suo
parere,
sono abnormi come dimensioni. Lui il suo lavoro lo sa fare, dice, e le
nostre
pretese sono assurde. La risposta di Peppino è
sorprendentemente tranquilla, ma
carica di forza ed intensità. Lo guarda dritto negli occhi
ed afferma che anche
lui sa fare il suo lavoro e che se fornisce delle indicazioni, a queste
bisogna
attenersi.
Un veloce scambio di pareri che racchiude in
sé uno dei
problemi che la nostra opera di cooperazione in Africa deve affrontare
giornalmente. Attualmente siamo solo dei bianchi che stanno costruendo
cose da
pazzi: un bagno-doccia alto quattro metri con porte, finestre,
compostiera e
recupero dell’acqua, una casa enorme, un forno per il pane
tirato su dal nulla
e tante altre cose che inizieremo a fare con il tempo. Differenziamo
perfino i
rifiuti. Il Centro di formazione per l’agricoltura e
l’allevamento ad oggi,
almeno nelle loro teste, non esiste ancora. Per loro siamo solo una
fonte di
denaro e di materiale, non ancora una fonte di conoscenze. Il Centro
dovrà
essere un luogo in cui si scambierà conoscenza, in un verso
e nell’altro. Per
arrivare a questo ci vorrà tempo, tanto tempo.
Chissà a quanti altri scontri
come quello tra Peppino e Jean Martin dovremmo ancora assistere.




















