Tappa numero 1, 18 agosto 1997
Lunedì 18 agosto
Alle otto di mattina parte il
treno che ci condurrà a Trieste. Siamo in quattro, perché Carlo salirà sul
treno più avanti, alla stazione di Sacile.
Giunti a Trieste, usciamo dalla
stazione ma non sappiamo dove dirigerci. Cosa si fa in questi casi? Si fa una
abbondante sosta in un bar (magari sito di fronte allo stadio di calcio della
Triestina) e s’incarica Paui di raccogliere le informazioni del caso a qualche
passante. Finito lo spuntino, Paui torna raggiante ed esordisce con un: “ho la
dritta!”. Ugualmente non riusciamo ad uscire da Trieste e si ha la netta
sensazione di tornare sempre al punto di partenza.
Ad un tratto però imbocchiamo
una salita che pare finalmente quella giusta. Carlo, dalla pedalata più leggera
e veloce, si pone subito in testa, imponendo un ritmo al di sopra delle sue
capacità. Dopo poco David gli grida il cambio, lo guarda negli occhi e capisce
che per lui è già finita!
Tra un’informazione e l’altra,
si prosegue quasi sempre in salita fino al confine dove ci si riposerà per
riprendere energie e fiato. Il passaggio della frontiera Italo-Slovena è
accompagnato dall’aria menefreghista dei doganieri sloveni, con tanto di
battuta da parte di uno dei due: “Afete carta ferde?” La fatica appena compiuta
ci permette solo un sorriso tirato (la carta verde è necessaria per le
automobili).
Si prosegue in terra slovena tra
vari saliscendi mentre all’orizzonte si preannuncia il problema pioggia, che ci
impedisce ad un tratto di proseguire. A causa anche di una foratura arriviamo
solo alle quattro e mezza alla frontiera sloveno-croata, dove passiamo senza
quasi esibire i documenti.
Subito dopo il confine ci
aspetta la prima vera grande discesa. La pioggia ci impedisce di sviluppare le
massime velocità, ma nonostante questo, i sei chilometri scorrono velocissimi.
Pego rischia una fragorosa caduta a causa di una buca (state attenti mi
raccomando!) e del suo poncho che sventola all’aria provocandogli paurosi
movimenti laterali.
La pedalata prosegue ormai a
ritmi più serrati e l’arrivo a Rijeka (Fiume) è imminente. Prima di arrivare
sulla costa però ci perdiamo di vista, due da una parte e tre dall’altra. Per
fortuna ci ritroviamo poco dopo e possiamo iniziare a cercare insieme un
campeggio. La scelta cade obbligatoriamente su un campeggio strapieno e con
delle pessime docce, malaugurato modo di terminare la prima faticosa giornata.
Inoltre siamo costretti a cenare a base di hot dog, hamburger e birra di
pessima qualità.
L’unica cosa degna di nota, per
concludere degnamente la fine della giornata, è un’affermazione di Carlo che,
svegliatosi da una crisi afasica, all’improvviso esclama: “La foto della baia
la facciamo domani, quando il sole la illumina”. Decidiamo infine di andare a
dormire nelle nostre tendine, per forza di cose mal picchettate per il fondo
roccioso.
Come non bastasse la stanchezza
accumulata durante il giorno, la notte va in scena l’opera lirica “Nessun
Dorma”, con bufera notturna che provoca vari sventolii di tende e ci tiene
tutti svegli.




















