A zonzo con i Rezzonici

Dal 7 al 21 agosto 2022

di Carlo Camarotto

Passo del San Gottardo
Birchwil
Brütten
Fraumünster
Grossmünster
Lago di Zurigo

Tappa numero 1, Dal 7 al 10 agosto 2022

Zurigo

Domenica 7 agosto - verso Zurigo

Ed eccoci di nuovo in partenza.

Dopo sei anni dall’ultimo viaggio con la famiglia e sette dall’ultimo in solitaria, in Indonesia, torno a caricare lo zaino sulle spalle per intraprendere un nuovo itinerario, questa volta attraverso l’Europa. Come ormai accade troppo spesso, il momento della partenza non mi coglie né rilassato né particolarmente emozionato. Al contrario, mi sento teso, nervoso, quasi incapace di rivolgere uno sguardo aperto al mondo che mi attende. Le ragioni di questa inquietudine sono, in fondo, semplici e riconoscibili.

La prima è il tempo trascorso dall’ultima volta in cui ho provato quella meravigliosa ebbrezza che solo il viaggio sa regalarmi. Viaggiare, per me, è come una dinamo che ricarica la mia energia vitale. Senza la pausa rigenerante di un’avventura itinerante, la mia quotidianità italiana perde sapore, lasciandomi privo di quella calma interiore che rende la vita piena e degna di essere vissuta con intensità.

Il secondo motivo è il peso del distacco dalla famiglia. Partire lasciando a casa le bambine e mia moglie mi carica di un senso di colpa difficile da scrollarmi di dosso. Cerco di convincermi che il viaggio non è una fuga, ma una necessità, un ritorno a una parte di me che ha bisogno di respirare. Eppure, quel nodo resta lì, ostinato, a ricordarmi ciò che lascio.

So per esperienza, però, che questa tensione iniziale svanirà presto. Bastano poche ore, immerse nelle prime emozioni del viaggio, per farmi ritrovare la leggerezza perduta. Tuttavia, non posso nascondere un sottile dubbio sulla natura di questa nuova avventura.

Non sarà un viaggio del tutto solitario, come quelli che mi hanno sempre regalato le esperienze più intense. Le prime tappe prevedono incontri con amici emigrati: vecchi compagni di appartamento e un inventore di giochi. Saranno momenti piacevoli, certo, ma comporteranno anche compromessi che, per come intendo io il viaggio, rischiano di attenuare quella pura estasi che provo quando mi perdo senza vincoli per il mondo. Solo l’ultima tappa, Bratislava, sarà dedicata alla scoperta in solitaria. Ed è proprio lì che conto di ritrovare pienamente quel senso di libertà e avventura che solo il viaggiare senza rete sa darmi.

Infine, c’è l’Europa stessa, una destinazione che, troppo simile all’Italia, non sembra promettere quel senso di estraneità che tanto mi affascina. Eppure, so che i dubbi e le resistenze si scioglieranno presto. Perché il viaggio, in fondo, è un percorso che trasforma non solo lo spazio intorno a noi, ma anche il nostro sguardo, rendendolo più aperto, più ricettivo. E io non vedo l’ora che questo processo abbia inizio.


Jimbo, un altro Rezzonico, lo ha chiamato "Interflixbus". Un soprannome affettuoso, quasi un’etichetta per un’avventura lenta e tenace. A chiunque altro è sembrato un monumento allo spreco di tempo: ore e ore trascorse su una corriera, incastrato tra i sedili con troppo poco spazio per le gambe e avvolto da un’aria viziata per l’eccessiva convivenza forzata. Ma per me sarà ben altro.

Quattro viaggi su sei saranno notturni, un compromesso pragmatico per risparmiare sia sul tempo che sul costo di un letto. Certo, il sedile della corriera non offrirà il comfort di una camera d’albergo, ma una volta chiusi gli occhi, il tempo scivolerà ugualmente. Ogni sobbalzo sulle strade europee diventerà parte di un ritmo, un promemoria della destinazione che si avvicinerà con lenta determinazione.

E poi, c’è la terra stessa. A differenza di un volo, che comprime tutto in un atto istantaneo, quasi violento, il viaggio in corriera è un racconto a tappe, un mosaico fatto di paesaggi colti dal finestrino e di soste inaspettate. Campi verdi, stazioni deserte illuminate da lampioni arancioni, volti sconosciuti che si incrociano per pochi istanti prima di perdersi nuovamente.

Forse saranno proprio i disagi a rendere tutto più vivo. Le lunghe attese in stazioni polverose, il brusio di lingue diverse che si sovrappongono nella penombra della corriera, il cercare di dormire con la testa reclinata su una spalla ormai dolorante. Ogni piccolo fastidio aggiungerà profondità all’esperienza, un sapore inaspettato a un viaggio che non si accontenta di essere solo un passaggio, ma vuole essere un pezzo di vita.


Il viaggio da Padova a Zurigo, a parte due momenti indimenticabili, scorre tra paesaggi familiari e ore di sedile. Ma il passo del San Gottardo e la visione di Arth al tramonto lo trasformano in qualcosa di unico.

La pianura padana si distende davanti a noi, piatta e ordinaria, come sempre. Entrati in Ticino, i panorami non sembrano troppo diversi da quelli delle montagne italiane. Il traforo del San Gottardo è un nodo di traffico, e così la corriera inizia a salire verso il passo. Tornante dopo tornante, lasciamo il fondo valle e ci immergiamo nei pascoli battuti dal vento, dove le vacche brucano tranquille, come regine incontrastate di quei pendii.

Più saliamo, più la valle di Leventina si svela sotto di noi, avvolta in un’atmosfera quasi magica, dominata dalle vette del Pizzo Centrale. Facciamo una breve sosta in un locale abbarbicato sul versante ticinese del passo. L’aria è pungente, i 14 gradi e il vento freddo mi pizzicano il viso, ma la vista mozzafiato mi spinge a scendere. Cammino nel parcheggio per sgranchirmi le gambe e godermi ogni secondo di quella visione superba, intuendo che prima o poi le nuvole verranno a farci compagnia.

Come previsto, la nebbia avvolge tutto appena superiamo il valico. Niente più panorami, solo un grigio uniforme che toglie gran parte del piacere alla discesa. Ma dopo il passo il cambiamento è evidente. I villaggi sull’altro versante non assomigliano più a quelli italiani; le case hanno un profilo diverso, con uno stile architettonico che parla un’altra lingua. La Svizzera italiana cede il passo a quella tedesca, e con essa a un’atmosfera diversa, più rigida e composta.

Tornati sull’autostrada, costeggiamo il lago dei Quattro Cantoni. Le montagne si alzano imponenti ai lati, precipitando a strapiombo nelle acque scure. Le pareti rocciose coprono gran parte del cielo e l’acqua sembra quasi intimidatoria.

Poi, finalmente, la visione di Arth. Superata una lunga galleria, il paesaggio cambia. Il lago di Zugo si apre davanti a noi, e il fondo valle si allarga, creando spazio per il cielo. Un prato verde brillante si distende dolcemente verso le acque calme. Al centro, la cittadina di Arth appare come un piccolo gioiello, con le sue case raccolte e qualche edificio sparso che punteggia il verde. Il cielo è tinto di rosa e arancio, riflesso sulle acque del lago. Il sole, ormai basso, si nasconde dietro le colline, lasciando un alone caldo e rasserenante. È una scena da fiaba, che cancella ogni fatica e disagio del viaggio. Arth, con il suo paesaggio perfetto, ripaga di tutto.


Lunedì 8 agosto 2022 – Birchwil

A Zurigo mi aspetta Roby, con cui ho condiviso sei anni di vita universitaria a Padova, anni indimenticabili di risate e amicizia. Quando l’ho rivisto la sera prima, alla stazione delle corriere, è stato come se il tempo non fosse mai passato. Lo stesso sorriso sornione, la stessa pacatezza di sempre. Ora vive a Birchwil-Nürensdorf, un tranquillo angolo rurale appena fuori Zurigo. La casa che condivide con Marcella, sua moglie, è un piccolo gioiello: moderna, luminosa, circondata da campi e boschi che sembrano dipinti su una tela.

La mattina dopo, mentre Marcella esce di corsa per il lavoro e Roby si prepara per le sue riunioni, io mi organizzo per la mia esplorazione solitaria. Ho deciso di immergermi nel paesaggio rurale che hanno scelto come loro rifugio. La sera prima, con mappa alla mano, Roby mi ha aiutato a tracciare un percorso ad anello: un dedalo di sentieri pedonali e ciclabili, perfettamente segnalati, che si snodano tra campi, boschi e piccoli villaggi. La rete è talmente vasta e intricata che senza una mappa da utilizzare offline nel cellulare rischierei di perdermi dopo pochi passi (ho utilizzato l’app OsmAnd).

Avrei voluto partire presto, quando il sole appena sorto accarezza i campi e l’aria porta ancora con sé il profumo della rugiada. Ma tra chiacchiere rilassate e il ritmo lento del risveglio, mi metto in cammino solo a metà mattinata, con il sole già alto a illuminare i prati.

I paesaggi sembrano disegnati per essere vissuti senza fretta: campi di mais che ondeggiano al vento, stoppie dorate, pascoli punteggiati di vacche tranquille. Ogni tanto mi fermo a raccogliere le more dei rovi che crescono a lato dei sentieri. Sono così dolci che non riesco a smettere.

Il percorso mi porta attraverso piccoli villaggi come Gerlisberg, Oberembrach e Brütten. Ogni agglomerato è un incanto, un mix di case tradizionali e costruzioni moderne, con centri che si stringono attorno alle chiese. Le strade sono silenziose, quasi sospese nel tempo. Poche persone, nessun traffico, solo il fruscio del vento e il canto degli uccelli. Nei boschi la pace è ancora più profonda. Gli abeti e i faggi si alzano imponenti, filtrando una luce morbida, mentre il sottobosco è vivo di sambuchi, noccioli e rovi carichi di frutti. Scorgo un capriolo che fugge via veloce tra gli alberi, lasciandomi con un sorriso.

Ogni tanto mi fermo su una panchina, facendomi cullare dal paesaggio. Sopra di me, poiane e nibbi rossi volteggiano, sfruttando le correnti ascensionali con una grazia che ipnotizza. Questo ritmo lento, immerso nella natura, è incredibilmente rinfrancante.

Dopo venti chilometri di camminata, torno a casa stanco ma soddisfatto. Roby mi accoglie con un aperitivo in terrazza, e mentre il sole tramonta tingendo il cielo di rosa, ci concediamo un lungo brindisi accompagnato da risate. La cena è un capolavoro: costicine cotte a bassa temperatura, tenere e deliziose. Ma la giornata non è ancora finita. Una passeggiata serale nei dintorni di Birchwil, sotto un cielo stellato, aggiunge un’ultima nota magica. Quando rientro, il contapassi segna venticinque chilometri, ma la stanchezza è dolce, come il ricordo delle immagini che mi accompagnano fino al sonno: i campi, i boschi, il vento e il cielo stellato che promette per domani un altro giorno perfetto.


Martedì 9 agosto 2022 – Zurigo

Il sole, già alto nel cielo limpido, penetra con prepotenza in casa, dissolvendo gli ultimi residui di sonno. L’aria fresca del mattino è un vero toccasana, anche se non riesce del tutto a scacciare la lieve pesantezza lasciata dalle troppe birre della sera prima.

Marcella esce di casa presto, com’è consuetudine da queste parti. Gli zurighesi sembrano prediligere giornate lavorative che iniziano alle prime luci dell’alba e si concludono a metà pomeriggio. Io e Roby ci alziamo poco dopo aver sentito il clic della porta che si chiude alle sue spalle. Lui passerà gran parte della giornata lavorando da casa, ma abbiamo già fissato di ritrovarci in centro nel tardo pomeriggio. Nel frattempo, in serata arriverà anche Giorgio, un altro Rezzonico, che giungerà a Zurigo in Flixbus direttamente da Padova. Ora vive a Leiden, in Olanda, e domani affronteremo insieme il lungo viaggio notturno verso Amsterdam.

Nonostante un risveglio promettente e carico di energia, la stanchezza prende presto il sopravvento. I preparativi per decidere cosa visitare a Zurigo si protraggono più del previsto, e finisco per uscire di casa ben oltre le dieci. Per fortuna, il viaggio in treno verso il centro dura meno di un quarto d’ora: un attimo, e mi trovo proiettato nel cuore pulsante della città.

Zurigo mi accoglie con un fascino inconfondibile, in equilibrio tra tradizione e modernità. Il centro storico, piccolo e compatto, custodisce un’identità architettonica intatta, mentre tutt’intorno si mescolano elementi antichi e contemporanei, segno di una città che sa reinventarsi.

Gli zurighesi sembrano avere un approccio pratico con il presente, evidente anche nella lista delle “dieci cose da fare†in città. Oltre alle due chiese iconiche che si riflettono nelle acque tranquille del fiume Limmat, molte attrazioni principali sono moderne: una via dello shopping e due piattaforme panoramiche spiccano tra le proposte. Zurigo ha un fascino particolare, ma sembra aver sacrificato parte della sua memoria storica per abbracciare una visione rivolta al futuro.

La prima tappa è Lindenhof, una terrazza panoramica sulla sponda destra del fiume. Questo spazio, ombreggiato da platani secolari e coperto di ghiaino, è intriso di storia: proprio qui, secoli fa, venne sancita la nascita della Confederazione Svizzera. Appoggiandomi al parapetto in pietra, lascio che lo sguardo spazi sul fiume, le cui acque cristalline riflettono i tetti delle due sponde del centro storico. È un panorama suggestivo, ma anche un promemoria di una città che ha ricostruito e reinventato molte delle sue facciate.

Scendendo da Lindenhof, mi immergo negli stretti vicoli medievali dell’Altstadt. Tra le tortuose stradine acciottolate si susseguono case dai colori vivaci, che conferiscono al quartiere un’atmosfera sospesa tra vitalità e storia. Proseguendo il cammino, raggiungo Fraumünster, una delle due chiese iconiche di Zurigo. La struttura, semplice e raccolta nelle dimensioni, incarna la sobrietà del romanico-gotico. All’interno, l’austerità degli spazi testimonia l’influenza della Riforma protestante, che spogliò la chiesa degli eccessi ornamentali per renderla più accessibile al popolo. Eppure, il vero tesoro è di epoca moderna: le cinque vetrate di Marc Chagall, realizzate nel 1970, esplodono di colori vibranti che catturano immediatamente lo sguardo, trasformando la luce in un’emozione palpabile.

La vetrata centrale, un’esplosione di verde vibrante, cattura i momenti fondamentali della vita di Cristo: la nascita e la morte, emblemi del sacrificio e della redenzione. Ai suoi lati, due finestre più strette completano la narrazione cromatica: una gialla, irradiata da una luce calda e intensa, e una blu notte, che con il suo tono freddo e profondo evoca la quiete notturna. Le ultime due vetrate, una dominata da sfumature rosse e l’altra da un azzurro cristallino, narrano rispettivamente l’ascesa al cielo del profeta Elia e il dono delle Tavole della Legge a Mosè. La luce filtrata attraverso queste opere d’arte trasfigura l’intero ambiente, avvolgendolo in un’aura di spiritualità e bellezza quasi soprannaturale.

Mi fermo a lungo a osservarle, lasciandomi avvolgere dai colori che sembrano cullare lo sguardo, più che dalle figure rappresentate, evanescenti e quasi sfumate. Nella navata principale della chiesa spicca anche un rosone creato dallo stesso Chagall. Da lontano, però, la sua immediatezza si affievolisce, trasformandosi in un mosaico etereo di luci e forme, che sembra fondersi con l’atmosfera circostante.

Sull’altro lato del fiume, di fronte a Fraumünster, mi attende Grossmünster, con le sue iconiche torri gemelle. Questo maestoso simbolo di Zurigo, con la sua architettura gotica sormontata da cupole squadrate, domina il panorama e cattura l’attenzione già da lontano, imponendosi con la sua solennità.

All’interno, però, la chiesa si rivela meno affascinante di quanto avessi immaginato. Le navate, sobrie ed essenziali, sono prive di ornamenti, avvolte in un’austerità che sfiora l’ascetismo. Le vetrate di Augusto Giacometti, disposte lungo i lati, spezzano questa semplicità con i loro colori intensi e il design geometrico. Creano un contrasto intrigante con l’atmosfera minimalista, pur senza raggiungere la carica emotiva e la vivacità delle opere di Chagall.

Dopo le chiese, è il Lago di Zurigo, con la trasparenza delle sue acque e la vivacità delle sue sponde, a diventare la prossima tappa. La giornata è splendida, e lungo le rive si incontrano zurighesi intenti a prendere il sole, leggere o rilassarsi sull’erba. Qualcuno, più audace, si tuffa nelle acque cristalline. È sorprendente come questo lago sembri intrecciato alla quotidianità cittadina. Gli abitanti, fieri della sua purezza, non perdono occasione per vantarsene. “Dicono che l’acqua è talmente pulita da poter essere bevuta!â€, mi racconterà Roby più tardi con un sorriso.

Non attrezzato per un bagno, decido di proseguire lungo il litorale, immergendomi nell’energia della folla che anima la passeggiata. Arrivato nei pressi del Chinagarten, seguo il consiglio di Roby e salgo su uno dei traghetti che attraversano il lago. Queste imbarcazioni, progettate appositamente per navigare anche lungo il fiume Limmat, vantano un design particolare: profilo basso e copertura essenziale, ideali per passare sotto i numerosi ponti storici di Zurigo senza difficoltà.

Seduto a pochi centimetri dall’acqua, la prospettiva cambia radicalmente. Da questa posizione così vicina alla superficie, il panorama si rivela straordinario: il lago si apre in tutta la sua maestosità, incorniciato dalla vivacità delle sue sponde e sovrastato, in lontananza, dalla cima dell’Üetliberg.

Rientrato in città, mi dirigo verso la stazione centrale. Qui, sotto la celebre scultura dell’angelo sospeso – un’opera moderna e un po’ bizzarra che osserva con calma il viavai incessante dei pendolari – aspetto Roby. Insieme, ci uniamo a Marcella per un aperitivo lungo un altro ramo del fiume. L’atmosfera è vivace e accogliente: locali gremiti di giovani, risate che si intrecciano nell’aria e una temperatura ideale per godersi la serata all’aperto.

La giornata si conclude con l’arrivo di Giorgio. Il nostro incontro segna l’inizio di una serata all’insegna della leggerezza, immersi nell’energia notturna della città. Tra chiacchiere, ricordi e nuovi progetti, la notte avanza. Quando finalmente torno a casa, il contapassi segna quasi 20 chilometri percorsi. Non solo passi, ma un cammino di emozioni e scoperte che resterà impresso nella memoria.


Mercoledì 10 agosto 2022 – Relax al lago

La giornata si apre nella luminosa cucina di Roby e Marcella, un luogo che sembra amplificare la luce del mattino attraverso le sue ampie finestre, affacciate sui boschi che respirano quieti oltre il vetro. Giorgio e io sediamo al tavolo, il caffè caldo tra le mani e un’abbondante colazione a fare da cornice alle prime parole del giorno. Roby, con la serenità del padrone di casa, si muove tranquillo mentre si prepara per iniziare la sua giornata lavorativa. La sua presenza è un filo rassicurante, ma presto dobbiamo lasciarlo ai suoi impegni.

Il nostro piano è semplice: vivere il lago. Con i costumi già sotto i pantaloni e gli asciugamani ripiegati nello zaino, ci incamminiamo verso le sponde, le nostre voci intrecciate in un flusso ininterrotto di chiacchiere. Non ci vedevamo da troppo tempo, e ogni parola è un ponte gettato oltre la distanza che ci aveva separati.

Le rive del lago ci accolgono con un’energia vibrante. È affollato, ma non soffocante; l’aria è quella di una vacanza condivisa, dove la leggerezza scivola tra le persone come una brezza. Troviamo un angolo perfetto sotto l’ombra di un albero maestoso, stendiamo gli asciugamani e ci lasciamo abbracciare dall’acqua. Non troppo fredda, ci avvolge senza esitazione. Da qui, il mondo assume un’altra prospettiva: le guglie di Grossmünster si stagliano nitide contro il cielo azzurro, mentre i monti all’orizzonte completano il quadro con un tocco di solenne tranquillità.

Dopo il bagno, ci sdraiamo al sole, lasciandoci asciugare dal suo calore mentre il tempo scorre lento, dilatato. Le parole con Giorgio si susseguono morbide, scivolando tra ricordi lontani, aneddoti recenti e riflessioni inattese.

Il rientro a casa di Roby è pervaso da una lieve malinconia, quella sensazione familiare che affiora quando il tempo si fa breve e i momenti condivisi sembrano scivolare via troppo in fretta. Con un misto di gratitudine per la giornata vissuta e un velo di amarezza per il suo imminente epilogo, sistemiamo gli zaini.

La cena, però, regala un’ultima scintilla di calore. Giulia, un’amica di Marcella, si unisce a noi, portando con sé un’energia vivace e una sintonia naturale che trasformano la serata in un momento di rara leggerezza e complicità.

Ma il tempo non fa sconti. Quando scopriamo che il treno per Berensdorf è stato soppresso, Roby si offre di accompagnarci fino a Zurigo. Il saluto alla stazione è breve ma carico di significato, intriso di quella dolcezza amara che ogni addio porta con sé: un necessario preludio a nuovi inizi e nuove avventure.