Tappa numero 4, Dal 16 al 18 agosto 2022
Martedì 16 agosto 2022 – Verso Berlino
La stanza d’albergo è essenziale, quasi spartana. Poco più grande di un letto matrimoniale, con un minuscolo lavandino d’angolo che sembra lì più per decorazione che per reale utilità . Il bagno in camera? Assente. Ma poco importa, perché proprio fuori dalla porta c’è una lunga fila di wc e docce condivise. Per gli standard di Copenhagen, 88 euro per una notte qui sono un affare.
La mia corriera parte presto, quindi il tempo per preparare lo zaino e salutare Lippifi è minimo. Il congedo scorre via veloce, quasi indolore, senza il peso emotivo della sera prima. Sono da poco passate le otto quando scendo in strada, mescolandomi alla marea di biciclette e pedoni che si muove compatta verso il lavoro. È una danza urbana armoniosa, ordinata. Tra i ciclisti noto qualcosa di curioso: molti al posto del casco indossano una sorta di collare che, in caso di incidente, si gonfia come un airbag. Un’idea brillante, tanto pratica quanto futuristica.
La stazione degli autobus è vicina all’hotel, ma nonostante questo riesco comunque a sbagliare l’ingresso, ritrovandomi in una via anonima, silenziosa, quasi fuori dal tempo. Non cambia, però, la sensazione di calma che mi avvolge. La mattina è grigia, le strade ancora bagnate dalla pioggia notturna. Dopo giorni di sole quasi mediterraneo, finalmente la Danimarca si mostra con il suo volto più autentico.
La corriera parte puntuale. Non è affollata, meno della metà dei posti sono occupati. Scivoliamo verso sud, attraversando l’isola di Sjælland fino al punto più meridionale. Da lì, due ponti ci portano prima sull’isola di Falster e poi su quella di Lolland.
La nostra meta è Rødbyhavn, un luogo che sembra esistere solo per il suo terminal dei traghetti. Qui enormi navi fanno la spola con l’isola di Fehmarn, la prima propaggine della Germania. Il confine è solo acqua, un sottile tratto di mare che presto sarà cancellato da un’opera ingegneristica ambiziosa: un tunnel sottomarino che collegherà Danimarca e Germania (il Fehmarn Belt Fixed Link), unendo non solo due nazioni, ma anche i loro destini commerciali e culturali.
Attraversare la frontiera via traghetto è un passaggio quasi impercettibile. Una volta in Germania, il paesaggio non cambia: campi agricoli si alternano a piccoli boschi, il terreno è appena ondulato, proprio come in Danimarca. Fehmarn è collegata alla terraferma da un altro ponte, ma anche qui la sensazione rimane immutata: una distesa rurale, ampia, pacifica.
Poi la monotonia e la stanchezza prendono il sopravvento. Il paesaggio scorre davanti agli occhi sempre più sfocato, finché comincio a cedere al sonno, alternando brevi dormite a risvegli fugaci.
Quando mi rendo conto di essere nei pressi di Berlino, è come se il viaggio fosse passato in un battito di ciglia.
La grande capitale tedesca mi accoglie con un muro di calore. Sono quasi le sei di sera, eppure la temperatura supera ancora i 30 gradi. È un leitmotiv di questo viaggio: sole cocente, cieli limpidi e temperature da sud Europa, ovunque io vada.
L’albergo che ho scelto si trova a Friedrichshain, dall’altra parte del centro rispetto al punto in cui la corriera mi ha lasciato. La scelta di questo quartiere non è casuale: qui vive Carlo, non un Rezzonico stavolta, ma un inventore di giochi come me. L’ho conosciuto anni fa, e da allora i nostri percorsi si sono incrociati più volte. Originario di Agordo, ha trovato in Berlino la sua casa da parecchi anni.
Attraversare la città per raggiungere Friedrichshain mi dà il tempo di assorbire le prime impressioni. Metro e tram mi trasportano in un viaggio di tre quarti d’ora attraverso l’umanità varia e cangiante di Berlino. Qui più che altrove, le persone sembrano libere di esprimere la loro individualità senza filtri. Tagli di capelli eccentrici, piercing, tatuaggi, vestiti dai colori improbabili e accessori stravaganti si mescolano in un mosaico di personalità uniche. Ragazzi con lo smalto sulle unghie, look audaci, sperimentazioni estetiche: tutto sembra essere accettato, forse persino incoraggiato. Berlino trasmette una sensazione di libertà profonda, un’energia artistica che attraversa le sue strade e i suoi abitanti.
Friedrichshain incarna perfettamente questa atmosfera. È un quartiere giovane, informale, con un’anima alternativa ben radicata. Le strade pullulano di locali e ristoranti, tutti con i tavolini che si estendono sui marciapiedi, creando un flusso continuo di persone che si muovono tra una cena e una birra all’aperto. C’è una vitalità coinvolgente nell’aria, alla quale mi unisco quando incontro Carlo per cena.
Tra le infinite possibilità di scelta, optiamo per una pizza napoletana. Ordinata in italiano, servita da italiani, in un locale gestito da italiani. Berlino ne è piena: si dice che siano circa 10.000 gli italiani che vivono qui, molti dei quali nel settore della ristorazione.
La serata scorre via leggera, tra il profumo della pizza, una cortese cameriera che si prende cura di noi e parole semplici, dirette, ma mai banali. C’è tempo per scoprire Berlino nei prossimi giorni. Oggi mi basta lasciarmi trasportare dal ritmo della città , che già promette di essere una delle tappe più interessanti di questo viaggio.
Mercoledì 17 agosto 2022 – Berlino
Friedrichshain è un quartiere dalla doppia anima. Un tempo cuore operaio della Berlino Est, oggi è un angolo vibrante di creatività e vita notturna. Per raggiungere il centro, il famoso Mitte, mi appresto ad affrontare la lunga Karl-Marx-Allee, un viale che sembra non finire mai. L’architettura è inconfondibile: palazzi enormi, rivestiti di piastrelle color crema, testimonianze dell’era comunista che si ripetono con una regolarità quasi ipnotica. Camminare qui significa immergersi nella vecchia DDR, dove ogni edificio racconta un passato non così lontano.
A svettare all’orizzonte c’è la Fernsehturm, la torre della televisione, alta 368 metri. Costruita tra il 1966 e il 1969, era il simbolo di una Berlino che cercava di mostrare al mondo il proprio progresso socialista. Al tempo, solo la torre televisiva di Mosca e l’Empire State Building di New York la superavano in altezza. Oggi la sua sfera argentata riflette il sole e continua a essere uno dei punti di riferimento visivi più iconici della città .
Proprio sotto la torre si apre Alexanderplatz, una piazza che porta su di sé il peso della storia. Qui non ci sono edifici antichi: i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale hanno spazzato via quasi tutto, lasciando spazio a costruzioni moderne, dominate dal grigio del metallo e del vetro. Eppure, Alexanderplatz ha un fascino tutto suo. Più che per ciò che c’è, affascina per ciò che manca. Rimangono la torre, l’orologio del mondo e la storica stazione con la sua scritta ben visibile, “Alexanderplatzâ€, un nome che richiama ricordi e canzoni.
Da qui, la mia passeggiata prosegue verso la Sprea e l’Isola dei Musei. Il fiume, poco prima, si divide in due rami per poi riunirsi più avanti, creando un’isola che ospita alcuni tra i più importanti musei di Berlino. Gli edifici, maestosi e imponenti, valgono già la visita solo per ammirarli dall’esterno. Ma oggi la mia voglia è di camminare, respirare la città all’aperto, rimandando la visita ai musei a domani.
Superato il fiume, mi ritrovo su Unter den Linden, il viale che conduce a una delle mete simbolo di Berlino: la Porta di Brandeburgo. Un tempo, questo era il punto d’accesso al cuore della città . Durante la Guerra Fredda, invece, si trovava esattamente al confine tra Berlino Ovest e Berlino Est, diventando un simbolo della divisione. Quando il muro venne costruito, la Porta di Brandeburgo si trasformò in una porta senza accesso, chiusa da una barriera di cemento e filo spinato.
A pochi passi da qui, nel parco adiacente, mi fermo davanti al memoriale per i sinti e i rom morti durante la Seconda Guerra Mondiale. Le immagini in bianco e nero che vi sono esposte raccontano storie di vite spezzate dalla follia umana. Berlino è così: una città che non si nasconde, che espone le sue ferite con la dignità di chi ha scelto di non dimenticare.
Appena oltre la Porta di Brandeburgo, già in passato territorio di Berlino Ovest, si erge il Reichstag, sede del Parlamento federale tedesco. La sua facciata porta i segni delle tempeste della storia: incendi, bombardamenti, ricostruzioni. La vecchia cupola in vetro e metallo, un tempo simbolo del potere imperiale, è stata sostituita alla fine del secolo scorso con una nuova struttura trasparente, da cui oggi si può godere di una vista straordinaria sulla città . È un perfetto equilibrio tra memoria e modernità .
Mi fermo nei pressi del Reichstag per una birra tranquilla, godendomi l’atmosfera rilassata che qui sembra contrastare con il peso della storia. Questa sarà la mia ultima incursione nella parte occidentale della città —ad eccezione del viaggio di arrivo e di partenza. È l’Est a catturare la mia attenzione, tutto ciò che un tempo si trovava al di là del Muro.
Ed è proprio il Muro che mi spinge a visitare il Checkpoint Charlie, forse il più celebre punto di passaggio tra le due Berlino. Un tempo separava la zona sotto controllo statunitense da Berlino Est, ed era attraversato solo da diplomatici o da chi, con grande fatica, era riuscito a ottenere un permesso speciale. Oggi, una riproduzione della vecchia garitta rimane al centro della strada, circondata da turisti e cartelli informativi.
Accanto al checkpoint si trova un piccolo memoriale che racconta la storia del Muro: dalle sue prime costruzioni nel 1961 fino alla sua caduta nel 1989. Ventotto anni di separazione, tensione, fughe disperate e vite spezzate. All’inizio era solo filo spinato, poi divenne un muro, poi due muri, con in mezzo la famigerata “striscia della morteâ€. Con il passare del tempo, la barriera divenne sempre più alta, sempre più invalicabile. Ma più cresceva il Muro, più cresceva il desiderio di superarlo. Molti ce la fecero, troppi morirono nel tentativo.
Una lunga bacheca elenca i nomi di coloro che non sono riusciti a oltrepassarlo—giovani, anziani, perfino bambini. Uno stillicidio continuo fino a quel fatidico novembre del 1989, quando migliaia di berlinesi si riversarono ai checkpoint e poi al Muro stesso, abbattendolo con le proprie mani. Un evento storico che, incredibilmente, avvenne per un errore di comunicazione: Günter Schabowski, portavoce della DDR, annunciò in diretta televisiva che i confini erano aperti “immediatamenteâ€, innescando la corsa al Muro. Una piccola svista, che accelerò la fine di un’epoca.
Salutato il Checkpoint Charlie, torno a Friedrichshain, dove mi aspetta Carlo. Il nostro pomeriggio sarà dedicata a quello che ci unisce: i giochi da tavolo. Abbiamo un playtest da fare e lo accompagniamo con un paio di bibite in un locale affollato. Qui, tra i tavoli, incontriamo un altro game designer, perché Friedrichshain ne è piena. È una comunità viva, che si nutre di creatività e scambi spontanei.
Per cena scegliamo un ristorante vietnamita, una delle tante tracce lasciate dalla storia della città . Durante la Guerra Fredda, infatti, la DDR accolse molti vietnamiti, tra i pochi a cui era permesso emigrare nel paese socialista. I loro ristoranti sono presenti qui da decenni.
La giornata si conclude così, tra passato e presente, tra ricordi e nuove connessioni. Berlino è una città che vive di contrasti, eppure riesce a farli convivere con naturalezza.
Giovedì 18 agosto 2022 – DDR
Mi sveglio con un’altra giornata luminosa ad accogliermi. Friedrichshain è ancora immersa in un sonno leggero: pochi locali aperti, il silenzio delle strade interrotto solo dal ronzio lontano dei tram. Mi metto in cerca di un posto dove fare colazione, camminando tra vie alberate che raccontano storie di ribellione e creatività . L'obiettivo di oggi non è quello di perdersi per la città , ma di immergersi nella sua storia, di saziare una fame diversa: quella di conoscenza.
La prima tappa è il Museo della DDR, situato sulle rive della Sprea, nei pressi dell’Isola dei Musei, ma sul lato opposto del fiume. È uno spazio relativamente piccolo, ma denso di oggetti, testimonianze, esperienze interattive che riportano in vita il quotidiano della Germania dell'Est.
Posso salire su una Trabant, l’auto simbolo del regime, l’unica a cui un cittadino comune poteva aspirare—forse, dopo anni e anni di attesa. Posso esplorare una ricostruzione di un tipico appartamento della DDR, standardizzato in ogni dettaglio, o entrare in un asilo nido, dove l’accesso era garantito a tutti. E poi c’è il lato più oscuro: la Stasi, il Ministero per la Sicurezza dello Stato, con le sue stanze degli interrogatori e le celle delle sue prigioni, dove finirono in troppi.
Leggo, osservo, ascolto, cercando di capire cosa significasse vivere al di là del Muro. Una vita scandita dal lavoro, dalla propaganda, dall’uguaglianza forzata. Ma davvero tutti erano uguali? Approfondendo, diventa evidente che esisteva una classe privilegiata: i membri del Partito avevano case migliori, accesso ai beni di lusso occidentali, auto diverse dalle Trabant. Una piccola élite che controllava ogni aspetto della vita di milioni di persone.
Eppure, il sistema socialista vantava anche traguardi reali: istruzione gratuita, assistenza sanitaria garantita, sicurezza lavorativa. Ma il prezzo da pagare era la libertà individuale. L’ideologia dell’uguaglianza veniva inculcata fin dalla più tenera età , con un controllo quasi totalizzante sulla vita delle persone.
C’è una fotografia che mi colpisce più di ogni altra: un gruppo di bambini seduti su una lunga tavola di legno con dei fori, intenti ad andare di corpo insieme, senza separazioni, senza intimità . Nessuno poteva alzarsi finché l’ultimo non avesse finito. Persino in un momento così personale, il collettivismo veniva imposto.
Ma l’essere umano non è una formica, e un sistema del genere era destinato a collassare.
Forse, più dell’oppressione della Stasi e delle limitazioni della libertà personale, è stata la contrapposizione visibile con l’Occidente a decretarne la fine. Non era solo la mancanza di denaro a pesare sulle famiglie dell’Est, ma il fatto che con quei soldi non si potesse comprare quasi nulla. La DDR era un paese austero, e quell’austerità diventava insopportabile se confrontata con l’abbondanza scintillante dell’Ovest, che traspariva dai programmi televisivi captati di nascosto e dai racconti di chi riusciva a oltrepassare il confine.
Quando esco dal museo, mi rendo conto che sto osservando Berlino con occhi diversi. Questa città ha attraversato l’intero XX secolo tra due estremi opposti e ugualmente distruttivi: la follia nazista prima, la rigidità comunista poi.
Eppure, oggi Berlino è un luogo in continua evoluzione, con un’energia giovanile e un dinamismo che poche altre città possono vantare. Porta addosso le sue cicatrici, le espone senza paura, ma il suo sguardo è rivolto fermamente al futuro. Un futuro che vuole costruire senza più muri.
Costeggiando la Sprea, mi ritrovo sull’Isola dei Musei, un angolo di Berlino che sembra sospeso nel tempo. Qui regna una pace rara, lontana dal caos di Alexanderplatz o dalle vie più trafficate della capitale.
Di fronte all'Alte Nationalgalerie, che ospita opere d’arte del XIX secolo, c’è un grande prato incorniciato da un porticato elegante. Il museo, con le sue colonne che richiamano l’architettura dell’Antica Grecia, per un attimo mi trasporta altrove. Mi siedo, lasciandomi avvolgere dalla tranquillità del luogo, e osservo l’armonia della struttura più per il senso di quiete che mi trasmette che per il suo stile leggermente fuori contesto. Così trascorro le prime ore del pomeriggio, senza fretta, semplicemente immerso nell’atmosfera.
Decido poi di visitare il Pergamonmuseum, il più celebre e imponente tra i musei berlinesi. Ma appena arrivo, il verdetto è chiaro: l'ingresso successivo è disponibile solo tra tre ore. Il tempo a disposizione è poco, e ho già un appuntamento con Carlo per il playtesting serale. A malincuore, devo rinunciare alla visita.
Approfitto del contrattempo per esplorare un mercato all’aperto nei pressi del ponte sulla Sprea, un piccolo angolo di vita berlinese tra bancarelle di artigianato e profumi di street food internazionale. Poi torno verso Alexanderplatz, camminando senza meta tra luoghi già noti, lasciando che Berlino si imprima ancora un po’ nella memoria.
Quando rientro a Friedrichshain, il tempo a disposizione è poco. La serata prevede un incontro ludico con altri appassionati di giochi da tavolo, e Carlo mi aspetta per raggiungere il locale. Ma proprio mentre ci incamminiamo, il cielo si apre all’improvviso: prima qualche goccia, poi una pioggia torrenziale. Ci bagniamo completamente.
A parte la maglietta fradicia, non ho altri problemi: lo zaino regge bene, e in fondo sono cose che capitano. Dopo un paio d’ore di playtesting, tra partite e chiacchiere, è il momento di salutare l’amico berlinese.
Mi carico lo zaino in spalla e attraverso Berlino un’ultima volta: prima a piedi, poi in metro. In meno di un’ora sono pronto per il mio penultimo viaggio notturno in corriera. Berlino scorre fuori dal finestrino, illuminata dalle luci della notte, mentre mi allontano con la sensazione di aver vissuto un’esperienza intensa e completa.




















