Tappa numero 7, Dal 12 al 14 agosto 1998
Mercoledì 12 agosto – Nantes e Tours
Alcuni di noi cominciano ad essere un po’ stanchi di tutto questo muoversi,
altri invece sembrano “tarantolati” e smaniano dalla voglia d’inforcare la
bicicletta per sfrecciare veloci sull’asfalto in direzione di Nantes. Tra chi
spinge per accelerare i tempi e chi li rallenta, giungiamo nel capoluogo della
regione de Les Pays de
La città ci accoglie con il suo traffico, i suoi rumori ed i suoi odori
innaturali. I due giorni bucolici appena trascorsi sono sufficienti per farci
sentire degli estranei tra tutte queste macchine e tutto questo vociare. Paui
ha coniato un termine ben preciso per la sensazione di forte smarrimento che si
prova nel percorrere le vie trafficate e congestionate di una grande città:
“crisi metropolitana”. Ne siamo, chi più chi meno, tutti vittima. Così
concediamo a Nantes solo il tempo d’attendere il primo treno verso Tours, tempo
che passiamo per lo più all’interno di una bella chiesa nei pressi della
stazione.
Ma anche alla bella Tours non possiamo concedere molto tempo, perché
siamo costretti a vagare fino quasi a sera alla ricerca di un campeggio libero,
che troviamo nel piccolo paesino di La Ville-aux-Dames, ad oltre cinque
chilometri dal centro città. Qui i ritmi si fanno, se possibile, ancora più
lenti e passiamo il tempo che ci divide dal tramonto a montare le tende e
gironzolare senza scopo per il piccolo campeggio.
Quando ormai la luce comincia a scarseggiare, decidiamo di cenare a
Tours. A nostre spese scopriamo che
La corsa al buio per tornare al campeggio lungo una strada trafficata non
risulta poi essere così piacevole, ma tutto sommato è il giusto modo per
concludere una giornata per lo più non esaltante.
Giovedì 13 agosto – Chenonceau
Un sole brillante ci accoglie al risveglio, riscaldando le ossa che si erano
in parte infreddolite durante la notte. Più ci spingiamo nell’interno, più le
notti si fanno fresche. Il ricordo della prima terribile notte a Châtillon sur
Cher aleggia su Paui e David, che cominciano a pensare già di primo mattino come
e quanto intabarrarsi per la prossima notte.
Ricaricate le biciclette come da consuetudine, spesso con svariata
biancheria intima svolazzante sul retro per facilitarne l’asciugatura, ci
dirigiamo verso est seguendo il corso del fiume Cher. La piccola cittadina di
Chenonceaux dista poco più di una ventina di chilometri e vi giungiamo, anche
tenendo dei ritmi davvero blandi, in poco più di un’ora. Non siamo giunti fin qui
per vedere il paese, ma il famoso castello (quasi) omonimo costruito
direttamente sull’alveo del fiume appena a sud del centro.
Il castello di Chenonceau fu costruito nel 1513 sulle fondamenta di un
vecchio mulino fortificato, del quale conservò soltanto la torre di vedetta.
Dal 1535, anno in cui fu acquisito dalla Corona, il castello accolse
regolarmente le feste di Francesco I e della sua corte. Alla morte del re,
Enrico II offrì la proprietà a Diane de Poitiers, sua amante, che fece costruire
un ponte sul fiume Cher. Alla morte di Enrico II, Caterina de Medici, sua
moglie, si riprese il castello offrendo in cambio alla rivale in amore il
castello di Chaumont. Caterina fece costruire una galleria a due piani sopra il
ponte per accogliere i ricevimenti di corte, creando così una maestosa sala da
ballo, lunga più di sessanta metri e larga una mezza dozzina. Alla sua morte,
nel 1588, il castello passò a Louise de Lorraine, vedova di Enrico III,
soprannominata
Quello che comunque affascina il visitatore odierno, anche quello a
corto di nozioni di storia, è la perfetta simbiosi creatasi tra il castello ed
il fiume, che scorre placido tra le grandi arcate di quello che un tempo fu un
ponte, ma ora è uno splendido palazzo aggraziato che si specchia quasi con
vanità nelle sue acque.
Il castello è racchiuso all’interno di un fresco boschetto, quindi per
raggiungere le sponde del fiume è necessario percorrere circa mezzo chilometro all’ombra
degli alberi lungo un ampio viale in ghiaino. Quando si riaffiora alla luce del
sole, l’impatto scenico offerto della facciata del castello, che appare oltre
una prima serie di giardini, è emozionante. Sui lati si aprono i due giardini
che arricchiscono da secoli la fama di questo splendido castello, a sinistra l’ampio
giardino di Diane de Poitiers, dalla forma perfettamente rettangolare e dal
disegno delle aiuole e dei viali che sembra ritrarre l’Union Jack britannica, a
destra il più piccolo giardino di Caterina de Medici, con l’ampia vasca
centrale a forma circolare. Sembra di essere entrati in un mondo da fiaba.
È il nostro ultimo castello, quindi, a dispetto del prezzo d’ingresso
comunque alto, decidiamo di visitarlo completamente. Gli interni sono davvero
belli, con le stanze spesso arredate con mobilio originale. Conturbante la
stanza dipinta di nero di Louise de Lorraine, cupa e dai molti riferimenti
religiosi. Davvero belle sono anche le ampie cucine che occupano la base del
castello, quasi a pelo d’acqua. Restaurate nel secolo scorso, mostrano tutti
gli utensili in uso in una cucina del sedicesimo secolo. Un vero viaggio nel
tempo che mi godo tutto d’un fiato.
Vale veramente la pena perdersi in questo castello, e vale ancora più
la pena godersi l’audacia della sua architettura seduti su un prato in riva la
fiume.
Rimaniamo lì distesi finché il tempo ce lo permette, poi ci aspettano
circa quaranta chilometri di profumati campi fioriti fino a Châtillon sur Cher.
Ritorniamo così alla origini, un momento in parte triste, ma indubbiamente dal
forte significato. Stessa cittadina, stesso campeggio, anche stesse piazzole.
Ceniamo in campeggio, come abbiamo fatto per la maggior parte del viaggio,
cucinandoci una pastasciutta sul fornelletto da campo. Poi Paui e David
iniziano a vestirsi con quanti più abiti possono, si stringono stretti l’un l’altro
e ci salutano con lo stesso sguardo di un soldato che sta per essere spedito al
fronte. Riusciranno a sconfiggere il freddo?
Venerdì 14 agosto – Verso casa
Al mattino ritroviamo Paui e David vivi ed arzilli: non hanno patito il
freddo.
Ci accordiamo con la ditta di trasporti per lasciare loro le biciclette
e poi attendiamo la corriera del solito autista innamorato a Meusnes. Privarci
così delle bici è quasi come amputarsi una gamba. Ormai eravamo un tutt’uno.
Questa sensazione di mancamento pare condivisa, perché durante tutto il
viaggio di ritorno, attraverso Blois, Parigi e Milano, le chiacchiere non sono più
così attive e brillanti. Forse è giunto il tempo per ognuno di noi di
soffermarsi su quanto di bello è stato vissuto, un periodo di calma
metabolizzazione assolutamente necessario. Anche questo fa parte del viaggio.




















