Tappa numero 2, Dall'11 al 15 dicembre 2009
Venerdì 11 dicembre – Hampi
Il viaggio notturno è un lento
caracollare verso nord, accompagnato dal
perenne fischio del treno, che echeggia ostinato ad intervalli di tempo
davvero
ravvicinati. Suonare il clacson deve essere uno degli sport nazionali
indiani.
Hospet c’accoglie con il sole alto nel
cielo, anche se sono passate da
poco le sette del mattino. Un nugolo di conducenti di tuk-tuk invade
già il
marciapiede del binario, pronto a proporsi ai turisti che scendono dal
treno. La
gazzarra che si crea intorno a noi ha quell’anarchico sapore
che ormai associo
all’India. Cercando di ignorare tutti, proseguiamo fino
all’uscita della
stazione, dove troviamo un piazzale colmo di tuk-tuk. Decidiamo di
affidarci al
conducente con la faccia più simpatica che, per cento rupie,
accetta di
portarci direttamente ad Hampi.
Usciamo da Hospet in fretta per ritrovarci a
correre in mezzo a campi di
canna da zucchero, palme e banani, tra villaggi dalle case in muratura
piccole
e rozze. Bambini giocano a rincorrersi ai lati della strada, vestiti
con
magliette logore e sporche. Vecchi macilenti se ne stanno seduti ai
lati delle
porte delle case ad osservare la vita scorrere, mentre donne e uomini
lavorano
duramente nei campi sotto un sole sempre più impietoso.
Un’India all’apparenza
povera, ma che possiede quel fascino esotico che vado cercando.
Poco prima di giungere ad Hampi, cominciamo a
correre tra colline
tappezzate di macigni di granito rosa, piazzati gli uni sugli altri in
modo assurdamente
precario. Questo scenario da favola custodisce forse il più
bel tesoro
dell’India meridionale, le rovine della capitale
dell’impero Vijayanagar. Per
due secoli e mezzo, dagli inizi del 1300 fino a meta del XVI secolo,
l’India
del sud fu dominata da un impero hindu che aveva il proprio centro
governativo
nell’attuale Hampi, un impero a cui fu dato il nome della sua
incantevole
capitale. Negli anni del suo massimo splendore, la grande regione
intorno a Vijayanagar,
circondata da sette linee di fortificazioni, copriva una superficie di
650 kmq
e contava una popolazione di 500 mila abitanti. Negli animati bazar
ferveva una
vitalità cosmopolita, con mercanti che provenivano da terre
lontane per
commercializzare pietre preziose, oro e tessuti pregiati. Tutto questo
terminò
bruscamente nel 1565 quando la città fu saccheggiata da una
confederazione
mussulmana dei sultanati del Deccan. Da quel momento, anche se
l’impero
scomparve del tutto solo nel 1646, il declino fu molto rapido.
Oggi Hampi è un sito archeologico di
grande rilevanza, patrimonio dell’umanità
dell’Unesco. La superficie su cui si estendono le rovine
è molto estesa,
raggruppata in due aree principali: quella sacra, sulla riva sud del
fiume
Tungabhadra, e quella regia, tre chilometri nell’interno. Ma
un po’ tutta la
zona è tappezzata di templi votivi, incastonati tra le rocce
o sulla sommità
delle stravaganti montagne bitorzolute costituite dagli enormi massi
granitici.
Tra le rocce e nei fondovalle brilla la rigogliosa vegetazione dei
banani,
arricchita dall’oro delle risaie mature. Lunghe, sottili e
flessuose palme
svettano ai lati della strada e lontano a delimitare i campi,
frusciando alle
carezze del vento. Il tutto immerso in un’aria polverosa che
rende etereo
l’orizzonte, quasi fosse una fotografia sbiadita dal tempo.
È proprio questa la
prima impressione che Hampi trasmette al visitatore: essere di colpo
catapultati in un’altra epoca, ferma ad un imprecisato
passato, vaga ma
immobile.
Visto l’alto richiamo turistico, Hampi
offre una grande quantità e
varietà di sistemazioni, sia ad Hampi Bazaar,
l’agglomerato urbano che si è
ricostituito negli ultimi anni all’interno del Centro Sacro,
sia appena al di
là del fiume a Virupapur Gaddi. È proprio verso
quest’ultima zona che siamo
diretti. Per arrivarci è necessario servirsi di una barca
che tutto il giorno
fa la spola tra le due rive, proprio alla base delle grandi scalinate
che dai
principali templi del Centro Sacro scendono verso le rive del fiume,
anch’esso
tappezzato di enormi massi granitici. Un chiassoso gruppo di bambine si
sta
lavando proprio in prossimità dell’imbarco,
nient’altro che tre o quattro
sacchi di sabbia parzialmente ricoperti dall’acqua ed un
pneumatico ancorato ad
un masso per attutire il contatto tra la barca e la roccia. Ridono e
scherzano
lanciandosi addosso spruzzi d’acqua marrone, prima di
rivestirsi con gli abiti
della scuola e correre veloci a lezione. Altre persone, più
discoste,
continuano a lavarsi minuziosamente, con gesti quasi religiosi per la
loro
compostezza. Lavano il proprio corpo, i denti e gli indumenti, del
tutto
indifferenti alla sporcizia che è trasportata a valle dalle
acque,
nient’affatto limpide. Il trascendentale rapporto tra gli
indiani e il loro
fiume, un rapporto che appare evidentemente intriso di
sacralità, cozza
totalmente con la sporcizia e l’inquinamento che vedo intorno
a noi mentre
aspettiamo la barca.
Virupapur Gaddi ci appare come una piccola enclave hippie in un territorio agricolo indiano.
Lungo la sua unica strada
sterrata, che corre dietro le guest house
affacciate sul fiume, camminano perlopiù freakettoni
israeliani, tedeschi e inglesi
con i cappelli rasta, i pantaloni e le magliette slabbrate e
l’aria di non
lavarsi da parecchi giorni. “Peace
and
love” sembra il detto emblema di questo piccolo
agglomerato di case, dove
anche gli indiani che ci lavorano si riferiscono a te come
“fratello”. Se
questo aspetto non è che propri mi affascini,
perché assolutamente
decontestualizzato, l’atmosfera offerta dal luogo
è ugualmente piacevole e
rilassante, un vero toccasana dopo l’estrema confusione di
Bangalore. Dalla
nostra stanza, un bungalow proprio
al
limite dell’abitato, si gode di una veduta meravigliosamente
bucolica su
terrazze coltivate a riso che digradano fino al fiume, nascosto tra una
verde
vegetazione compatta in cui spiccano i ciuffi verde-giallastri delle
palme da
cocco. All’orizzonte le montagne rosa incorniciano il
panorama, perdendosi in
lontananza nella foschia. Nessun clacson, nessun rumore estraneo, solo
il vento
tra le foglie ed il cinguettio degli uccelli. A tratti giunge da
lontano il
suono di un motore, ma è quello di un trattore che sta
arando le risaie. Una
pace davvero rigenerante.
Prima di partire alla scoperta di Hampi, ci
concediamo un ulteriore
attimo di riposo in uno dei tanti ristorantini hippie
che si affacciano sulla riva nord del fiume. Al di là,
sbiaditi dalla perenne foschia, si stagliano i due gopuram
principali del Virupaksha Temple, il più importante del
Centro Sacro. Il gopuram maggiore,
eretto nel 1442, svetta fino a cinquanta metri da terra (il terzo per
altezza
nell’India del sud), monopolizzando il nostro sguardo
meravigliato. Ci gustiamo
una semplice colazione facendoci inebriare da tale vista,
finché un giovane
israeliano con la chitarra in mano e l’aria trasognata non si
siede a nostro
lato e c’impone una conversazione di cui faremo volentieri a
meno. Dopo qualche
parola superficiale di circostanza, ci chiede cosa ne pensiamo della
situazione
tra israeliani e palestinesi, un argomento spinoso nel quale
né io né Chris
vorremmo addentrarci. Il mio amico cerca di rimanere sul vago, ma
scoperte le
posizioni molto intransigenti del giovane, quelle tipiche della destra
israeliana, non riesce a trattenere il suo disappunto.
“Ricordati che dalla
violenza può nascere solo altra violenza,
dall’odio solo altro odio. Oggi avete
gli occhi annebbiati dal sangue, se volete uscire da questa situazione
accettate di farvi aiutare da una parte terza”. Parole sagge
che evidentemente
non fanno presa sull’animo dell’israeliano, rese
vane dal forte senso di
frustrazione e dalla tanta rabbia che albergano in lui. Lo aspetta un
futuro
niente affatto roseo.
Abbandonato l’israeliano e attraversato
il fiume, risaliamo le scalinate
e ci addentriamo tra le affollate stradine di Hampi Bazaar, che ci
conducono
fino alla base dell’alto gopuram
del Virupaksha
Temple. La sua mole si staglia su di noi all’improvviso,
fuoriuscendo dalla
chioma degli alberi e dai tetti delle case circostanti, conquistando il
cielo
opalescente. Piccole sculture induiste lo adornano dalla base fino alla
cima,
finemente cesellate, ma non più colorate come dovevano
essere un tempo.
Altri due gopuram
di più
piccole dimensioni, ma con sculture ancora più definite,
sovrastano le entrate
dei recinti interni del tempio, che conducono a luoghi ancora
considerati
sacri. Per accedervi dobbiamo infatti abbandonare le calzature ed
addentrarci
tra le pietre vecchie di secoli a piedi nudi. Ci mischiamo
così al grande
fermento che pulsa intorno e dentro il tempio, preso
d’assalto sia da turisti,
per lo più indiani, sia da fedeli indù. Spinto da
Chris, ricevo uno smooch
(benedizione) dall’elefantessa
sacra del tempio in cambio di una semplice offerta di dieci rupie.
È la stessa
elefantessa e prenderti delicatamente la banconota dalle mani,
passandola poi
con un movimento sinuoso al suo attento addomesticatore. Il tutto
termina con
una proboscide inumidita appoggiata sulla testa e la speranza mai vana
che la
benedizione serva a qualcosa.
All’interno del tempio si stanno
festeggiando un paio di matrimoni,
accompagnati da musica e da una movimentata allegria. Chris si fa
assorbire da
uno di questi per far cadere del riso sulla testa degli sposi.
È un rito
propiziatorio che, se fatto da uno straniero occidentale, porta ancora
più
fortuna. Sono quindi gli stessi parenti a prendermi sottobraccio e
spingermi al
centro del grande assembramento, in cui i due sposi si trovano seduti a
terra.
Il momento in cui lascio cadere il riso in testa ai due fortunati
è accolto da
un’esplosione di risa entusiaste. Tante pacche sulle spalle e
decine di volti
felici.
In tutto questo marasma festante, cerchiamo di
goderci le sculture del
tempio per conto nostro, ma non passa mai molto tempo che qualcuno
viene a
chiederci qualcosa: se abbiamo bisogno di una guida, se desideriamo
altro, da
dove veniamo, chi siamo, cosa vogliamo, un fiorino.
D’altronde non sono molti i
turisti occidentali ed è ovvio che le attenzioni che si
concentrano su di noi
siano molte. La stessa persona che ci ha aiutati a ricevere la
benedizione dell’elefantessa,
un uomo piccolo e magro, con due folti baffi brizzolati e la pelle
brunita
cotta dal sole, ci segue passo dopo passo e ogni cinque minuti si
propone come
guida. Alla fine, dopo il matrimonio, acconsentiamo, più
esasperati che
convinti. Ma facciamo bene. Il tipo ci conduce in zone del tempio che
non
avremmo mai raggiunto da soli. Come la parte più antica,
vecchia di quasi 3000
anni e dedicata a Vishnu, dall’evidente
grossolanità delle lavorazioni della
pietra, squadrate e solide, al tempio sotterraneo dedicato a Vishnu e
Shiva,
uno dei pochi in India dove si assiste alla contemporanea presenza dei
due dei.
Qui ci facciamo entrambi benedire, passando alla sinistra della statua
della
mucca posizionata come consuetudine di fronte agli dei, fermandoci con
il viso
rivolto ai suoi posteriore e concedendoci al tocco e alle parole della
nostra
guida indiana. Durante la benedizione sento scorrere nel corpo
un’energia
frizzante, sapientemente richiamata da un tocco vecchio di secoli, se
non
millenni. La volta bassa del soffitto, quasi una cripta, i colori scuri
della
pietra, punteggiati con le polveri gialle e rosse così
comuni nei templi indù,
unita alla consapevolezza della profonda sacralità del
luogo, insinuano in me
un timore reverenziale non comune. Mi riapproprio dell’aria
aperta con un misto
di piacere e dispiacere.
Per altri venti minuti vaghiamo nei meandri meno
conosciuti del tempio,
giungendo anche in una stanza completamente chiusa tranne che per un
piccolo
pertugio da cui si vede la parte sommitale del gopuram
principale. La distanza dalla torre e le dimensioni della
fessura sono state a suo tempo progettate per far sì che
sulla parete di fronte
alla fessura si disegni la sagoma della torre al contrario, un gioco di
rifrazione della luce che ha oltre cinquecento anni di storia,
incredibile.
Quando abbandoniamo il recinto sacro, ci sediamo
all’ombra di un albero e
chiacchieriamo con un gruppo di giovani indiani che sono al seguito di
uno dei
due matrimoni. In India è usuale vedere gruppi di uomini o
di donne, mentre è
difficile, se non impossibile, vedere gruppi misti. Scopro in loro
compagnia il
particolare interesse che lo straniero esercita sul giovane indiano,
una
curiosità quasi infantile, ma non contaminata da interessi
opportunistici.
Mentre usciamo dal portone principale del tempio,
sotto l’alto gopuram, lo
sguardo è catturato da due
bambine splendidamente vestite e truccate. Sono due gioielli
sorridenti,
bellissime, e per colpa loro non mi accorgo di finire dritto con un
piede su
un’enorme “margheritone” di merda di
vacca. In India non bisogna mai
distogliere lo sguardo da dove si mettono i piedi. Risate appena
trattenute da
parte delle due bambine e qualche imprecazione da parte mia.
Dal Virupaksha Temple, Hampi Bazaar si distende
lineare verso est per
oltre novecento metri, fino a giungere ai piedi di una montagnola
rocciosa
chiamata Matunga Hill. In origine due portici paralleli di dura pietra
granitica, posti ad una quarantina di metri l’uno
dall’altro, percorrevano
tutta la distanza, offrendo una visuale prospettica che dal Virupaksha
Temple
sarebbe apparsa infinita. Ora, in seguito al ripopolamento delle zone
in
prossimità del tempio, a risaltare sono le insegne che
addobbano le precarie
case in muratura e lamiera che hanno inglobato i portici. Nel primo
tratto
prolificano guest house e piccole
rivendite, la parte benestante del paese, poi case via via
più essenziali. Sono
perlopiù piccole, disadorne, buie e pericolanti,
così la vita dei residenti si
è spostata nel piccolo tratto di terreno polveroso tra le
case e la strada. Qui
le donne preparano i cibi e lì cucinano, qui i bambini
giocano a rincorrersi ed
a fare i loro bisogni, se necessario. Le case, costruite le une
appresso alle
altre, si spingono fino a mezzo chilometro dal tempio, poi cominciano a
diradarsi, fino a scomparire del tutto. Gli ultimi metri non sono
ancora stati
ripopolati, così da lasciare i porticati in pietra
completamente spogli,
restituiti alla loro bellezza.
Al termine di Hampi Bazaar, un’ampia
scalinata conduce ad un tempietto
posto su un basso valico. Proprio a lato della prima serie di gradini
si trova
un enorme monolite di pietra nera raffigurante un toro (Monolitic
Bull), una raffigurazione rozza, ma imponente e con un
certo fascino. È Nandi, la mitica cavalcatura di Shiva, le
cui quattro zampe
rappresentano
L’Achyuta Raya’s Temple
è a tutti gli effetti una rovina, nel senso che
non custodisce più alcun dio indù, ma tutta la
struttura di pietra del primo
piano è perfettamente conservata. Meno lo sono i piani
superiori dei vari gopuram che,
costruiti con più teneri
mattoni di terracotta, sono stati più sensibili alle
ingiurie del tempo. Ora
sembrano dei cappelli marroncini tutti consunti calati a forza sulla
compatta
pietra color ocra. Dalla posizione privilegiata offerta dal valico, si
nota
come il tempio sia costituito da due recinti, uno inserito
completamente
nell’altro, fatto unico in tutta Hampi. Non è
ovviamente questo a rendere il
posto divino, ma che sono veramente poche le persone che hanno la
voglia e la
fortuna di giungere fin lì. Qualche turista disperso,
qualche lavoratore
indiano in pausa pranzo, nessun altro. Nel seminascosto Achyuta
Raya’s Temple
la magia di Hampi può essere vissuta senza compromessi. Lo
stesso Chris ne
rimane stupito: “Non mi era mai capitato in India
d’essere solo, senza qualcuno
intorno pronto ad importunarti. Che sensazione strana. Non ci sono
più
abituato.”
Il tempio è parzialmente coperto
dall’ombra della Matunga Hill, una
montagnola piuttosto alta sulla cui sommità
s’intravedono altre mura sacre. La
via per raggiungere il nuovo tempio sembra erta, con rocce granitiche
scivolose
e paurose verticali a lato del sentiero. Non mi accingerei alla scalata
se non
ci fosse Chris ad esortarmi. E avrai fatto male. La visuale a
trecentosessanta
gradi offerta dal Veerabhadra Temple è un premio
più che sufficiente a ripagare
il piccolo sforzo della scalata. Ad ovest s’innalzano i gopuram del Virupaksha Temple, con i
riverberi dorati offerti dal
fiume alle loro spalle, ad est s’osserva la geometria
perfetta dell’Achyuta
Raya’s Temple, a nord s’intravedono altre
suggestive rovine, da scoprire nei
giorni a venire, a sud s’estendono campi di banani e di canna
da zucchero, che
nascondono alla vista le rovine del Centro Regio. Il sole, che sta
scendendo
velocemente ad ovest, stende un etereo velo rossastro su tutto questo,
incendiando i colori già dominanti del paesaggio. Un solo
giorno, seppur
intenso, è stato sufficiente a farmi innamorare di Hampi.
Il primo tramonto di Hampi ce lo godiamo seduti
nella veranda del bungalow,
sorseggiando una birra
ghiacciata. Le gambe sono stanche per il lungo camminare, ma entrambi
siamo
colti da una soddisfazione avvolgente.
Ceniamo nel pergolato di in un ristorantino
decisamente freak, tra odore
d’incenso e marijuana,
e poi, tornati alla guest house, ci
concediamo il lusso di un rum ad allietare la notte. Lo beviamo seduti
su dei
materassi disposti intorno a bassi tavolini in muratura, illuminati
dalla
tremolante luce delle candele e protetti da una pergola di foglie di
banano. Lo
sguardo rivolto alle buie risaie, gustiamo i sorsi dolci e densi
dell’Old Monk,
un rum indiano a basso costo, leggendo e commentando passi del libro di
Moravia
“Un’idea dell’India”.
Ritroviamo negli scritti molto dell’India che Christian
conosce e che io inizio ad intravedere.
Un brindisi all’India, mia cara Hampi, mio caro amico.
Sabato 12 dicembre – Follow the path
Facciamo colazione seduti sugli stessi materassi in
cui avevamo bevuto il
rum la sera precedente. Le risaie sfuggono lontano alla nostra vista,
scaldate
da un forte sole mattutino e immerse nella consueta aria polverosa.
Nella
maggior parte delle piccole parcelle in cui sono divisi i campi il
raccolto è
avvenuto da poco, con le stoppie giallastre del riso che spiccano dal
terreno scuro.
Solo la parcella appena sotto di noi è di un verde
brillante, con le piccole
piantine appena nate mosse dal vento.
Partiamo con l’idea di visitare il Centro
Regio, ma l’Hemakuta Hill, la
collina che sorge subito a sud di Hampi Bazaar, attira la nostra
attenzione non
appena usciamo dall’abitato. Sulla collina, da cui si
ammirano ampie vedute del
Centro Sacro, sorgono svariati piccoli templi giainisti, dalle forme
squadrate
e rudi, molto più essenziali rispetto agli arzigogolati
templi indù. I loro
strani tetti a piramide coprono tutto il versante nord della collina
che,
dolcemente, scende verso i grandi gopuram
del Virupaksha Temple. È un luogo stranamente ignorato dai
turisti, se non per
le poche comitive di giovanissimi studenti indiani che, guidati dai
loro
altrettanto giovani professori, s’incamminano chiassosi ed
ilari su per la
collina. Eppure ha un fascino davvero ammaliante, intriso nelle pietre
lavorate
dei templi che sono antecedenti alla nascita dell’impero
Vijayanagar. Apprezziamo
talmente questo luogo misconosciuto, che ci perdiamo in lui per tutto
il resto
della mattinata, riparandoci dai forti raggi del sole meridiano
all’ombra di un
tempio posto sulla sommità della collina.
Dall’altro lato, poco più in basso
rispetto a dove ci fermiamo, s’impone alla vista
un’enorme statua nera di
Ganesh, il “Signore del buon auspicio” che dona
prosperità e fortuna, il dio
indù dalle quattro braccia, la testa d’elefante
provvista di una sola zanna ed
il ventre pronunciato (Sasivekalu Ganesha). Le leggende che narrano di
come
questo dio è nato sono molteplici, ma la più
conosciuta è probabilmente quella
tratta dallo Shiva Purana: una volta Parvati volle fare un bagno
nell’olio, per
cui creò un ragazzo dalla farina di grano di cui si era
cosparsa il corpo e gli
chiese di fare la guardia davanti alla porta di casa, raccomandando di
non far
entrare nessuno. In quel frangente Shiva tornò e, trovando
sulla porta uno
sconosciuto che gli impediva l’ingresso, si
arrabbiò e lo decapitò con il suo tridente.
Parvati ne fu molto addolorata e Shiva, per consolarla,
inviò le schiere
celesti a cercare la testa della prima creatura che avessero trovata
addormentata con il capo rivolto a nord. Questi trovarono un elefante.
Shiva attaccò
al corpo del ragazzo la testa dell’elefante così
trovato e poi lo resuscitò.
Oltre alla statua, si notano i bassi gopuram
del Krishna Temple, una delle rovine maggiormente visitate di Hampi,
anche
perché la strada proveniente da Hospet ci passa giusto in
mezzo, transitando sotto
due ampie porte di pietra del recinto esterno. Le sculture che
abbelliscono i
suoi padiglioni interni sono finemente accurate, in particolar modo
quelle
raffiguranti danze di prosperose fanciulle. Non sfuggono al nostro
sguardo
interessato gli altorilievi che ritraggono espliciti atti sessuali, da
osservare un po’ ovunque nel tempio. Un altro contrasto di
questa India sempre
così misteriosa e illeggibile. Cinquecento anni fa
c’era la libertà di ritrarre
senza pudore atti sessuali all’interno di un tempio sacro,
considerati
probabilmente essi stessi un gesto di una sacralità
profonda. L’India attuale
invece è pudica e ritrosa: fino a pochi anni fa era molto
comune incontrare nei
parchi i membri della “polizia morale” che, dotati
di bastoni di bambù, colpivano
in segno di ammonimento le coppiette scoperte a baciarsi; le donne
fanno il
bagno nell’oceano ancora vestite con il sari, senza mostrare
niente di più del
consentito. Le mille sfaccettature dell’attuale etica
indiana, sempre pronte a
lapidare qualsivoglia indecenza o presunta tale, appaiano ai miei
occhi, anche
alla luce del “libertino” passato che scopro con la
visita al tempio, davvero
indecifrabili.
Dall’altro lato della strada rispetto al
recinto interno del tempio, una
cisterna sacra chiude la visuale al termine di un lungo e lineare
porticato. Al
centro della vasca campeggia un tempietto sovrastato da una torretta
logora di
mattoni di terracotta. Alle spalle della cisterna, ora utilizzata come
riserva
d’acqua per le adiacenti coltivazioni di banani, si staglia
la sagoma
inconfondibile della Matunga Hill. Quante visuali fantastiche
è in grado di
donare Hampi, una ogni volta che si supera l’angolo. Non
riusciamo quasi a
staccare le mani dalla macchina fotografica, sempre presi dalla voglia
di immortalare
l’attimo, quanto mai vivo.
Dal Krishna Temple non s’incontrano
più rovine lungo la strada verso sud,
ma solo campi di banane e di canna da zucchero, più qualche
isolato tempietto
votivo ancora in uso, colorato di rosso e bianco, i due colori sacri
indù. Il
Centro Regio dista tre chilometri, strada che decidiamo di percorrere a
piedi. Il
passo ha lo stesso ritmo del battito del cuore, per questo è
il modo di
muoversi che maggiormente ti ricollega con il ritmo naturale della
vita. È una
passeggiata piacevole, allietata dalla verde vegetazione che sussurra
leggermente al nostro passaggio.
La prima rovina del Centro Regio che visitiamo
è l’Underground Temple, un
tempio dedicato a Shiva costruito stranamente qualche metro sotto il
livello
del terreno, in modo che questo coincidi con il tetto. Parte del tempio
è
allagata. Lo sono le buie stanze sacre più interne, che
ospitano ancora un lingam
(letteralmente “marchio” o
“segno”
in sanscrito) rappresentate Shiva, di solito una pietra nera dalla
forma
fallica che fuoriesce dal terreno. È una ragazza indiana a
darci
l’informazione, con l’indicazione che se vogliamo
addentrarci tra l’acqua scura
e stantia dobbiamo prima levarci le scarpe. Il tempio è
circondato da un ampio
prato, perfettamente curato. Quattro anziane donne si prodigano a
mantenerlo
tagliato all’inglese: una falcia la tenera erbetta con un
falcetto ricurvo, le
altre tre fanno la spola con delle ceste di vimini, che si caricano
sulla
testa, tra il luogo del taglio e la staccionata che delimita
l’area del tempio,
oltre la quale fanno cadere l’erba. I loro movimenti sono
lenti, ma precisi e
solenni.
Quando usciamo dall’area del tempio ci
rendiamo conto, osservando la
rapida discesa del sole ad ovest, che il tempo a nostra disposizione
sta
volgendo rapidamente al termine, avendo come limite le sei per prendere
l’ultima barca per attraversare il fiume. Spinti ancora dalla
curiosità
c’inoltriamo tra le rovine del Centro Regio, passando a lato
del Mohammadan
Watch Tower, la più grande torre d’osservazione di
Hampi, un edificio squadrato
di pietra dall’architettura indù-mussulmana con
tre piccole cupole ad
abbellirne la sommità. All’interno della
Dannayaka’s Enclosure, l’unica area
del Centro Regio che abbiamo il tempo di vedere, altri due edifici di
valore,
A quel punto giunge l’ora di ritornare sui nostri passi. Nell’avvicinarci al Centro Regio, avevamo incontrato un giovane che si era proposto di accompagnarci fino alla vetta di una montagnola granitica a lato della strada. Chris è intenzionato a farsi guidare fin lassù, ma quando giungiamo nei pressi della montagnola non c’è nessuno ad attenderci. Non demordiamo e partiamo ugualmente alla ricerca del sentiero che conduce fin sulla sommità. Facciamo un giro della base e ci ritroviamo all’interno di massicce mura che delimitano un’altra area di rovine. Proseguendo ed iniziando a salire, abbandonando così qualsiasi percorso turistico, troviamo un nutrito gruppo di scimmie dal muso nero, diverse da quelle quasi domestiche che si trovano in tutta Hampi, intente a mangiare i legumi di una piantina che cresce abbondante nella zona. Ci osservano passare con una finta noncuranza, rimanendo vigili finché non ci allontaniamo. Alla fine il sentiero per salire sul monte non lo troviamo, ma ne ritroviamo uno per ridiscendere fino alla strada. Ad ogni modo questa ricerca ci permette di godere di un intenso momento d’esplorazione che, a dispetto dei pruriti alle gambe causati dalla folta vegetazione erbacea, ci fa sentire particolarmente vivi. Di nuovo sulla via per Hampi, dobbiamo avvalerci di un passaggio in tuk-tuk per arrivare in tempo al fiume per prendere l’ultima barca.
Domenica 13 dicembre – Anegundi
La nostra è una delle ultime capanne di
Virupapur Gaddi. Oltre a noi si
estende un brullo paesaggio ondulato che termina con le velate montagne
color
rosa che riempiono con soddisfazione il mio sguardo ogni mattino. Le
rovine di
Hampi sono al di là del fiume, verso sud, ma quel bucolico
paesaggio arso dal
sole verso nord continua a sussurrarci un invito al quale né
io né Chris
possiamo rimanere indifferenti. Sentiamo entrambi la
necessità di addentrarci
in quel mondo indiano che si allontana dai percorsi più
turistici, ricercando
la possibilità di vedere un’India più
vera e pura. Per questo noleggiamo due
biciclette e partiamo alla volta di Anegundi, un villaggio che si trova
a valle
lungo il fiume, sulla nostra stessa riva.
Il fluire del vento in faccia ci rigenera
l’animo e rinfresca la mente.
Superato un piccolo guado, all’ombra delle vestigia di un
antico acquedotto, ci
colleghiamo alla strada che proviene da Hospet. Da lì
corriamo tra risaie dorate
dove la gente è china a lavorare, zigzagando alla base
d’alte montagne sopra le
quali s’intravedono bianche mura sacre. Non abbandoniamo la
via principale,
ripromettendoci di deviare verso qualcuno di questi templi al ritorno,
e
continuiamo in direzione di Anegundi. Un ambiente tipicamente indiano,
poco
corrotto dalla presenza dei turisti, scorre davanti ai nostri occhi,
avvolgendoci. La sensazione di libertà che la bicicletta ci
offre è completa.
Il sole è particolarmente tenace, più dei giorni
scorsi, ma l’aria non è mai
opprimente. Prima d’entrare in paese dalla porta meridionale
(Anegundi è ancora
circondato dai resti ben conservati di estese mura difensive), ci
fermiamo nei
pressi dell’imbarco di coracle che
collega le due sponde del fiume. Il coracle
è un’imbarcazione tipica del luogo, un cesto di
vimini circolare del diametro
di un paio di metri con il fondo incatramato. Non dà
l’idea di grande solidità,
ma ci vedo trasportare sette persone più una moto. Il ponte
che secondo la
guida Lonely Planet avrebbe dovuto rendere più semplice
l’attraversamento del
fiume è afflosciato sulle sponde, nient’altro che
due tronconi di cemento che
si fissano impotenti tra le due rive.
Protetti dai raggi del sole, un gruppo di pescatori
lavora pazienti sulle
reti da pesca sotto il pergolato di pietra di uno dei tanti tempietti
disseminati un po’ ovunque nella zona. I loro figli
giocherellano con la statua
di una mucca che osserva impassibile il fiume. Chris scherza un
po’ con loro,
ma poi viene ripreso quando sta inavvertitamente pestando un masso nero
chiazzato di rosso che fuoriesce appena dal terreno: un lingam
di Shiva, a detta dei bambini.
Anegundi ha poco di turistico da offrire, se non
una genuina atmosfera
indiana (che è poi quello che andiamo cercando). Poche
persone vagano per le
strade, molte delle quali sono bambini che ci salutano festosi e
chiedono di
essere fotografati. Siamo a pochi chilometri da una delle zone
turistiche più
rinomate dell’India del sud, ma Anegundi non sembra essere
“appena al di là del
fiume”, ma ben più lontana, persa in una distanza
che non è solo materiale. Ci
muoviamo con cautela in questo incanto speciale fuori dal tempo,
cercando di
non comprometterlo con la nostra presenza curiosa. Visitiamo
l’interno di un
tempio induista che sorge proprio in centro al paese, decorato con
splendide
pitture dei principali Dei indù, tra le quali spiccano le
rappresentazioni dei
dieci Grandi Avatar (Maha Avatara)
di
Vishnu e quelle di Hanuman, lo spirito dall’aspetto di
scimmia. Sari arancioni,
stesi ad asciugare sotto i portici colorati di bianco e rosso, ci
circondano da
ogni lato, conferendo al tempio un aspetto informale, più a
misura d’uomo.
Usciti dalla porta settentrionale, ritorniamo sui
nostri passi alla
ricerca di quei templi che avevamo scorto all’andata. Il
primo è seminascosto a
circa metà di una parete granitica verticale. Si raggiunge
solo attraverso una
ripida scalinata in ombra, che si perde nei bui anfratti rocciosi che
ne
costellano il percorso. È un luogo magico, solenne, che
porta alla memoria l’austerità
sacra dei templi buddisti tibetani. Ci siamo solo noi a passeggiare
all’interno
del piccolo recinto dipinto di bianco e rosso, colori che ritroviamo
anche
sulle rocce che ci hanno condotto fin lassù. Lungo il
percorso, ad un tratto,
gli scalini scavati nelle rocce piegano verso il basso, insinuandosi al
di sotto
di due grandi massi. La nuova via porta nei pressi di un rivolo
d’acqua
seminascosto che, visto l’alto numero di segni e idoli, deve
essere considerato
sacro.
Il secondo tempio che visitiamo è invece
il più famoso Hanuman Temple, la
cui bianca sagoma posta sulla vetta della Anjeyanadri Hill è
praticamente
visibile da ogni altura di Hampi, come la lunga serie di gradini che
sale lungo
il versante del monte fino a raggiungerne la cima. Il luogo
è frequentato da
molti turisti, indiani e stranieri in egual misura, ma anche da
numerosi
pellegrini che si recano in preghiera al santuario. Pur con tutta
questa folla,
il panorama offerto dal tempio è magnifico e vale appieno la
fatica di giungere
fin lassù. È possibile ad ogni modo trovare degli
angoli appartati dove
contemplare la bellezza del paesaggio in relativa solitudine.
È quello che sia
io sia Chris facciamo, separandoci per concederci un rapporto unico e
diretto
con il luogo. Un vento insistente sale dalla pianura e spazza la vetta,
facendo
dondolare con energia le bandierine e i pezzi di stoffa appesi
all’albero sacro
di fronte all’ingresso del tempio. Un bramino dalla folta
barba nera e dal
ventre prominente cammina avanti e indietro, lo sguardo solo a tratti
presente,
alla ricerca di non so cosa. Un gruppo d’audaci scimmie
s’avvicina alle persone
cercando qualcosa di commestibile da ricevere in dono oppure rubare
dalle borse
o gli zaini lasciati incustoditi. Sopra Hampi c’è
sempre la stessa foschia: da
un lato non permette allo sguardo di scorrere lontano,
dall’altro rende il
paesaggio unico, sospeso ed immobile nel tempo.
È con questa immagine negli occhi che
torniamo verso la guest house,
facendo scorrere gli ultimi
attimi di questa esperienza di viaggio condivisa. Chris è
atteso a Bangalore
per l’indomani e partirà da Hospet con il treno
della sera. Ci salutiamo con
affetto sulla riva del fiume, senza quasi aver il coraggio di
salutarci. Poi lo
vedo andar via sulla barca, bagnato dai rossastri raggi del sole al
tramonto.
Continuo a farmi avvolgere dal crepuscolo seduto davanti alla nostra capanna, lo sguardo fisso sul sole al di là della fila di palme, immerso nel volo delle libellule che danzano tra i fiori, l’erba e le risaie, ora sommerse d’acqua. Sorseggio una birra, senza in realtà pensare a nulla. Mi faccio solo cullare da una lieve malinconia.
Lunedì 14 dicembre – Vittala Temple
Camminando verso la fine di Hampi Bazaar, quando
ormai le case si sono
diradate e si è circondati solo dagli antichi portici di
pietra granitica,
sulla sinistra si dirama una piccola stradina sterrata che riconduce
prima
sulle rive del fiume, poi ancora più avanti ad un altro
gruppo di rovine. La
passeggiata è piacevole, anche se il percorso è
uno dei più frequentati di
Hampi. Enormi massi scuri ornano le acque del fiume ed il sentiero,
inframmezzati ad una verdissima vegetazione e alle forme squadrate di
piccoli
templi. Portali e colonne di pietra s’innalzano ai lati della
via, spezzando
l’orizzonte con le loro preziose incisioni, mentre alle
spalle l’alto gopuram del
Virupaksha Temple, che
fuoriesce da una cresta compatta di fronde di palme da cocco, si
confonde
nell’eterna foschia. Sulle piane granitiche che digradano
dolcemente verso il
fiume, s’intravedono le forme gibbose dei coracle
trascinati a riva e poi rovesciati, lasciati lì a prendere
il sole in attesa di
qualche turista che voglia scendere a valle su queste stravaganti
imbarcazioni.
Più o meno ad un paio di chilometri
dall’inizio della stradina sterrata,
si cominciano ad intravedere le spesse mura di un vasto tempio, orlate
da
massicci gopuram che sormontano le
quattro entrate al recinto. Protetto da quelle mura
c’è forse la più bella
opera architettonica di Hampi, il Vittala Temple. Il tempio, dedicato
ad una
delle forme di Vishnu, è unanimemente considerato la
più alta espressione dell’arte
lapidea Vijayanagar. Al suo interno la trama delle sculture
è impressionante,
per magnificenza, ricchezza e vitalità. Consapevole di
questa bellezza, l’ente
del turismo ha deciso di far pagare un biglietto di 250 rupie per gli
stranieri,
biglietto valido anche per due templi del Centro Regio se visitati
nella stessa
giornata.
Il Vittala Temple è formato da un unico
ampio recinto, nel quale si
trovano vari padiglioni, sale e templi più piccoli. Tra il
padiglione più
grande e l’ingresso principale, fa bella mostra di
sé un carro di pietra (Stone Chariot)
che, per la bellezza
delle sculture, è diventato l’icona del tempio, e
quindi dell’intera Hampi. Le
sue pesanti ruote di pietra, un tempo, potevano ruotare sui perni. Alle
spalle
del carro, il padiglione principale si presenta alla vista con una
breve
scalinata protetta da due elefanti di pietra, dall’apparenza
maestosa, anche
senza le due proboscidi che il tempo, nel suo logorante scorrere, ha
portato
via con sé. Fasci di sottili colonne, dall’aria
eccessivamente fragile,
sostengono un pesante solaio di pietra e “cantano”
se percosse nel modo più
appropriato. La pratica oggi non è più permessa,
almeno ufficialmente, perché
la delicatezza dell’opera non è solo
un’apparenza. Sono stati costruiti in
tempi recenti, infatti, dei pilastri in mattoni per sostenere i tetti
dei vari
padiglioni, in modo da non caricare eccessivamente le vecchie colonne.
Un
intervento un po’ grossolano, oserei dire quasi deturpante,
ma questa è
veramente l’unica pecca del Vittala Temple.
Il bello di avere oltre un mese di viaggio da
sfruttare è che ci si può
concedere tutto il tempo che si vuole, senza il pericolo di sentirsi in
colpa
perché si rimane troppo tempo fermi in un posto. E in
realtà, l’ultima cosa che
mi sognerei è sentirmi in colpa per passare
un’intera giornata ad ammirare le
forme aggraziate delle sculture che adornano il Vittala Temple, o
rimanere seduto
in qualche suo recesso nascosto ad assaporarne la magica atmosfera.
Rimango
così tanto al suo interno da vedere il sole spostare le
ombre dei padiglioni e
dei gopuram da ovest a est, da
osservare svariati nutriti gruppi di turisti indiani entrare ed uscire
dalle
porte dell’entrata principale, spesso portatori di quello
sguardo assente che
così tanto caratterizza il turismo di massa, da perdermi
nella vita frenetica
dei mille scoiattolini dalla coda striata che vivono tra le rovine.
Quando abbandono il Vittala Temple è
solo perché il sole, che ha ormai
affievolito la forza dei suoi raggi, mi avverte che non ho
più molto tempo per
concedermi un ultimo desiderio. Da giorni ho impresso nella mente
un’immagine,
che si è stampata indelebilmente nei miei affetti:
l’Achyuta Raya’s Temple
visto dalla forcella alla base della Matunga Hill. Desidero con tutto
me stesso
vederla nuovamente, questa volta con la luce calda e soffusa del
crepuscolo.
Il Vittala Temple si trova immerso in una piana
ampia e quasi deserta, percorsa
da una stradina sterrate che fila dritte nel tremolio
dell’aria calda che sale
dal suolo, perdendosi in lontananza. Con un ampio giro verso est,
quella
stradina conduce alle rovine del Centro Regio. Direttamente a sud del
tempio
s’innalzano alcune colline rocciose bitorzolute, oltre le
quali immagino essere
la mia meta. Potrei tornare sui miei passi e seguire la facile via che
conduce
all’Achyuta Raya’s Temple passando per Hampi
Bazaar, ma arrivarci seguendo vie
meno consone mi pare un’idea più apprezzabile.
Seguendo l’istinto mi lancio a
caso su per la montagna e le valli alla sinistra del sentiero
principale,
abbandonando la strada sicura per un momento d’esplorazione
tutto mio. Ed è
così che mi ritrovo a camminare tra templi sempre
più piccoli ed in rovina,
sommersi in parte dalla vegetazione, e tra mastodontici macigni di
granito che
mi costringono a giri sempre più ampi per raggirarli.
Procedo così per circa
mezz’ora, finché non supero uno stretto valico e
vedo in fondo sulla mia sinistra
il Sule Bazaar, il lungo viale deserto che conduce al tempio. Ancora
qualche
peripezia per raggiungerlo, come sempre cercando di seguire un sentiero
che non
c’è, e mi riapproprio con un sorriso di un angolo
di territorio antropizzato.
Con
l’Achyuta Raya’s Temple ritrovo quella
silenziosa emozione che andavo cercando. Mi accomodo su un masso piatto
alla
base della Matunga Hill e mi immergo completamente nel paesaggio, quasi
dimenticandomi della barca. Riesco a prendere l’ultima solo
grazie ad una corsa
rapida e leggera lungo tutta Hampi Bazaar.
Martedì 15 dicembre – Metabolizzare
Hampi mi ha dato davvero tanto. I giorni trascorsi
qui sono stati tra i
più intensi e belli mai passati in viaggio. Merito del
fascino di un luogo
fuori dal tempo, ma anche della giusta compagnia e
dell’ottima predisposizione
d’animo.
In serata partirò da Hospet verso il
piccolo stato del Goa, affacciato
sulle calde acque del Mar Arabico, abbandonando questa terra di
polvere, di
macigni granitici, di templi e di acque che, lente, scorrono verso
valle. Ci
sarebbe ancora tanto da visitare, praticamente tutto il Centro Regio,
ma sento
forte l’esigenza di fermarmi, di respirare e metabolizzare
quanto è già stato
intensamente vissuto. La voglia di scrivere è un pulsare
vivo, uno stimolo che
mi sale da dentro, un’esigenza a cui non posso rinunciare. Ed
a cui non voglio
rinunciare.
Rimanere sdraiato sui materassini della zona relax
della guest house, lo sguardo che a
tratti
fugge lontano oltre le risaie e le palme, per appoggiarsi sulle
montagne rosee,
la penna che scorre sul diario e porta con sé la marea
d’emozioni vissute nei
giorni scorsi, donando loro una precisa forma, una sostanza che appare
da
subito granitica, inattaccabile dal tempo, è un piacere
intenso, parte
integrante del mio peregrinare. L’esperienza di Hampi
può trovare una degna
conclusione solo attraverso questa lenta e fitta trasposizione
d’emozioni in
parole.
Rimango seduto a scrivere fino alle prime ore del
pomeriggio, poi mi
carico lo zaino sulle spalle e saluto Viripapur Gaddi, prendendo la
consueta
imbarcazione all’ombra degli alti gopuram
del Virupaksha Temple. Decido di passare gli ultimi attimi ad Hampi al
Mango
Tree, un locale vivamente consigliato dalla Lonely Planet. Il posto
è
effettivamente carino, con una bella vista sul fiume ed un bel percorso
per
raggiungerlo su un sentiero di terra rialzato all’interno di
un bananeto acquitrinoso.
Purtroppo capita spesso che i luoghi nominati dalla guide turistiche
assumano
con il tempo un’aria altezzosa ed impersonale: il Mango Tree
non sfugge a
questa maledizione.
Per tornare a Hospet scelgo il conduttore di
tuk-tuk dall’aria più
simpatica. Lascio così definitivamente Hampi a suon di
musica indiana sparata a
mille dalle casse poste nel retro dell’abitacolo, che
è addobbato come fosse un
carro cerimoniale. Il giovane ragazzo alla guida è
effettivamente simpatico e
comunicativo, anche se il vizio di sputare a terra, tipico di tutti gli
indiani, è a dir poco accentuato. Lungo la strada
c’imbattiamo prima in una
cerimonia festosa che colora e rende vitale un piccolo villaggio di
casupole
screpolate, poi in un corteo guidato da un gruppo di percussionisti, al
sound del quale ci uniamo con il
nostro continuo
strombazzare.
Quando giungiamo ad Hospet il sole è ormai tramontato e nel piccolo piazzale da cui dovrebbe partire la corriera per Panaji sta già scendendo l’oscurità. Svariate persone attendono l’arrivo del mezzo, molte delle quali sono appoggiate agli zaini sporchi e ingombranti tipici dei backpackers. Una vecchia vestiti di stracci logori e stinti cammina tra le persone in attesa e chiede la carità ad ognuno: il suo moto è continuo, senza posa. Faccio in tempo a negarle la carità almeno una mezza dozzina di volte prima di salire sulla corriera che mi condurrà nel Goa.




















