Tappa numero 3, Dal 16 al 23 dicembre 2009
Mercoledì 16 dicembre – Panaji
Ho una certa titubanza ad affrontare
l’India. La confusione d’anime, lo
stridente clangore, il perenne vociare, i penetranti olezzi, la
varietà di
colori, gli innumerevoli ossimori. È un continuo assalto ai
sensi che alla
lunga porta stanchezza e uno struggente desiderio di un rifugio
tranquillo e conosciuto.
Svegliato da un’alba lattiginosa, mi
ritrovo a fissare la vita scorrere
oltre il finestrino della corriera più stanco di quando mi
sono coricato. Ho
viaggiato su una cuccetta piuttosto stretta, condividendola con un
giovane
basco dal volto allegro e una sana voglia di vivere negli occhi. Per
troppe
volte durante la notte sono rimasto a guardare gli infiniti ingorghi
strombazzanti di veicoli immobili, lì bloccati in mezzo al
nulla da lavori
notturni sulla sede stradale. Il viaggio mi è apparso
infinito.
Non appena la corriera si ferma in
prossimità della stazione di Panaji,
la capitale del piccolo stato del Goa, quattro o cinque persone fanno
quasi a
botte per entrare, superando in un balzo il piccolo inserviente di
bordo e
correndo su e giù per il corridoio proponendosi come autista
di taxi. Urlano,
si spingono, s’affacciano ansiosi su tutte le cuccette.
Generano una tale
confusione all’interno dell’angusto mezzo che per
un attimo mi passa la voglia
di scendere. Cosa c’è là fuori? Che
tipo d’assalto dovrò affrontare appena
metterò piede a terra? Sono troppo stanco per difendermi da
un’agguerrita marea
di procacciatori d’affari.
È un sollievo scoprire che mi sbaglio,
che Panaji ha altro da offrire. Quello
che mi attende è una sommaria calma, una pace inaspettata,
nella quale posso
muovermi indisturbato. Solo qualche sguardo alla pelle chiara ed al
naso
enorme, ma nulla di più insistente. Posso concedermi il
lusso di camminare
guidato solo dall’ispirazione e dal senso
d’orientamento, verso quella che
penso sia la parte giusta della città (provo un infinito
piacere nel muovermi
in un posto sconosciuto basandomi solo sulle mie conoscenze e sui miei
sensi,
senza concedermi l’aiuto di una cartina stradale o di
qualsiasi altro supporto,
cartaceo e non). Ho così modo di scoprire lentamente la
città.
Panaji (chiamata anche Panjim) sorge presso la foce
dell’ampio fiume
Mondavi, alla base e lungo le pendici di una bruna collina di laterite.
I
vecchi quartieri si estendono dalle piane nei pressi del fiume su lungo
il
versante della collina, con strade che s’inerpicano
faticosamente in salita,
talvolta sostituite da scalinate pedonali per superare le pendenze
maggiori. Case
coloniali portoghesi in muratura e legno, spesso con ampie verande
ariose ad
abbellire l’ingresso, punteggiano un tessuto urbano di vie
non lineari e
stretti vicoli, un dedalo di viuzze che profuma di vecchia Europa.
Alcune sono
state restaurate negli ultimi anni, fatto che le rende superbe nelle
forme e
nei colori, ma la maggior parte porta su di sé i segni del
tempo e sembra possa
cadere a pezzi da un momento all’altro. Quelle costruite
sulla collina sono
circondate da un verde selvatico che le ghermisce con una forza ed una
tenacia
tipicamente tropicale, dando l’impressione di poterle
sopraffare da lì a poco,
riguadagnando lo spazio perduto negli ultimi cinque secoli.
Tutto ciò odora solo parzialmente
d’India, almeno di quell’India che ho
conosciuto finora. Inequivocabile è l’impronta
mediterranea, nell’architettura
e nelle numerose chiese cattoliche, sfumata però da un
accenno d’esuberanza e
appariscenza che riconosco più tipicamente indiana. Qui mi
sento già più vicino
a casa, pur consapevole, anche per la presenza continua di un
ininterrotto suono
di clacson, d’essere ancora nel subcontinente. Quella che
posso definire un’autentica
via di mezzo, la noto anche nella fisionomia degli abitanti. I
lineamenti si
fanno più vicini a quelli europei, con nasi più
marcati e zigomi più spigolosi,
e la carnagione si va schiarendo. Le donne appaino quindi
più carine e
desiderabili, più affini ai miei gusti. Cambia anche il loro
modo di vestire,
che cede alle lusinghe della moda occidentale. Panaji, da tutti i punti
di
vista in cui la guardo, rappresenta un perfetto ponte tra il ricordo di
una
vecchia Europa mediterranea e la sostanza di un’India attuale
(non per nulla il
Goa è stato un possedimento portoghese fino al 1961).
Mi lascio avvolgere da questa nuova atmosfera, che
porta alla mente
quella che tante volte ho vissuto in America Latina, dopo aver trovato
da
dormire nel vecchio quartiere di Sao Tomé, in una casa
bianca dalle fattezze
coloniali non troppo trasandate, ed essermi concesso un pasto in un
ristorantino
nell’adiacente quartiere di Fontainhas, quello dove sembrano
essersi concentrati
maggiormente gli sforzi di restauro del bel patrimonio architettonico.
Entrambi
i quartieri meritano un’attenta visita, depositari di un
fascino fuori dal
tempo, sospeso nella storia.
Bella,
nella sua semplicità, è anche
Giovedì 17 dicembre – Old Goa
Una cappa d’umidità tropicale
aleggia su Panaji, rendendo la pelle
attaccaticcia e il respiro pesante. Le fresche serate
dell’altopiano del Deccan
sono ormai solo un bel ricordo, spazzate via da un nugolo di zanzare
agguerrite
e dal vorticare incessante di un ventilatore appeso al soffitto. Appena
sveglio, davanti allo specchio, leggo sul mio volto tutti i segni
lasciati da
due notti consecutive prive di un buon riposo.
La stazione delle corriere è il mondo
caotico che mi aspetto, dove nulla
sembra organizzato e razionale. L’assenza totale
d’indicazione è però il meno
spaesante dei miei problemi. Ci sono le urla, i clacson, il via vai
continuo di
persone, i venditori ambulanti fermi ad ogni angolo, la polvere che
aleggia
nell’aria, i rifiuti che tappezzano i marciapiedi, le vacche
che ruminano calme
tra la folla. Ed io sono l’unico bianco in mezzo a tutto
questo. Chiedo una
decina di volte informazioni per capire da dove partono le corriere per
Old
Goa, simulando ogni volta di aver compreso quanto mi viene detto. In
realtà
comprendo poco o nulla e continuo a procedere alla cieca. Devo riuscire
a
sedermi su una corriera diretta verso chi sa che meta per rendermi
conto che
tutto ciò è bellissimo. Un semplice click in
testa e quello che prima mi
intimoriva diventa tutto d’un tratto il vero motivo per cui
sono qui. Un velo
che per troppo tempo ho avuto davanti agli occhi scivola via e mi rendo
conto
che mi sento bene in mezzo a tutta questa confusione, a questa continua
caciara. Questa è l’India più autentica
e per la prima volta mi ci trovo a mio
agio.
Old Goa è la vecchia capitale della
colonia portoghese, una città che già
pochi anni dopo la fondazione rivaleggiava con Lisbona per splendore e
ricchezza ed aveva un numero di abitanti prossimo a quello di Londra.
Ma peste
e colera misero fine alla sua sfavillante ascesa, decretandone la
scomparsa nel
giro di pochi decenni. Ora Old Goa non appare più come un
abitato, nel senso
che le case sparse tra la fitta vegetazione sono poche e discontinue.
Quello
che rimane è un insieme piuttosto vasto di magnifiche
cattedrali cattoliche che
si contendono l’attenzione dei tanti pellegrini e turisti,
immerse in una densa
giungla tropicale che pare pronta a ghermirle ad ogni istante. A
visitarla ci
sono forse più pellegrini che turisti. Il Goa è a
maggioranza cattolica,
indiani che praticano il cattolicesimo con lo stesso fervore religioso
che
prima dedicavano agli dei indù. Ovunque si scorgono chiese e
croci, altari e
capitelli, tutti inneggianti al Signor Gesù e alla Madonna.
Ed Old Goa è in
tutto ciò il fulcro, il nucleo primigenio, il perno attorno
al quale ruota la
loro sfera religiosa. Quando si festeggia San Saverio, il missionario
spagnolo
a cui fu dato compito di evangelizzare le Indie orientali, Old Goa
viene
letteralmente invasa da milioni di persone, provenienti da ogni angolo
dello
Stato. Tutti in processione per rendere onore alle sue spoglie,
custodite in quella
che è forse la più bella tra le innumerevoli
cattedrali di questa strana città
fantasma. Visitare Old Goa è un autentico viaggio nello
spazio e nel tempo. Qui
c’è l’Europa, o almeno traccia del suo
grande sogno, come difficilmente può
esserci in un altro luogo nel subcontinente. Sempre
quell’Europa vecchia e un
po’ logora che ho intravisto anche a Panaji, una visione
indubbiamente ricca d’atmosfera
e di fascino.
Al luogo dedico l’intera la giornata,
vagando avanti e indietro per
ammirare tutte le chiese. La loro architettura coloniale portoghese mi
entusiasma più per ciò che riesce a portare alla
mente, rovistando tra i
ricordi più cari, che per la bellezza in sé
dell’opera. La dolce atmosfera
latina mi allieta e mi culla, dandomi sempre l’impressione di
essere da tutta
altra parte del mondo, in quel Centro e Sudamerica che tanto amo. Ed
è proprio
tra le rovine di un vecchio monastero che rivivo la stessa atmosfera
delle
missioni gesuitiche argentine di Misiones, un parallelismo che
è una comune
storia a creare. Poco più a ovest di quello che
può essere considerato il
centro di Old Goa, sopra una bassa collina, appena al di sopra della
compatta
linea verde degli alberi, si staglia la sagoma di un’alta
torre, che anche da
lontano pare avere un equilibrio instabile. È ciò
che resta del campanile
incluso nella facciata anteriore di un complesso monasteriale costruito
dai
frati agostiniani verso la fine del 1500. Il resto del vasto e
imponente
monastero è completamente in rovina, invaso e ricoperto da
un denso strato di
vegetazione, anche se un’equipe d’archeologi e
restauratori sta assiduamente
lavorando per restituire all’umanità vari pezzi
della sua storia. L’abbandono,
e la seguente caduta in rovina, fu determinato dalla decisione della
Corona
portoghese di espellere vari ordini religiosi dal Goa nel 1835, tra cui
quello
degli agostiniani. La stessa sorte, solo in un periodo lievemente
antecedente
(nel 1768), colpì i gesuiti in Sudamerica, che, espulsi
dalla regione, furono
costretti ad abbandonare le loro reducciones.
Un analogo destino accomuna così i due luoghi, distanti
svariate migliaia di
chilometri, ed ancora oggi simili sono le sottili vibrazioni
d’emozioni che s’intrecciano
tra le rovine, la vegetazione ed il casuale viaggiatore che si ritrovi
a
camminarci nel mezzo.
Nel
costante girovagare, incontro un altro
luogo che merita di essere citato,
Venerdì 18 dicembre – Mapusa e Anjuna
Il viaggio in autobus fino ad Old Goa, che da
Panaji dista appena dieci
chilometri, è costato circa dodici centesimi di euro. Con il
piacere di
viaggiare sui mezzi pubblici locali, in compagnia di soli indiani, ho
ritrovato
così anche quella economicità che ha reso
l’India tanto popolare tra i
viaggiatori zaino in spallo. Non che sia ovunque ancora
così, purtroppo. L’India,
o almeno una cospicua sua parte, sta diventando giorno dopo giorno
più ricca e
l’inflazione è ovunque galoppante. Sono ormai
altri i paesi che fanno il sogno
del viaggiatore errante squattrinato, perché in India,
soprattutto in città
come Bangalore, un po’ tutto comincia a costare. Solo alcuni
servizi, quelli ad
uso della grande massa di indiani a basso reddito (o di questo privi),
hanno
mantenuto per noi prezzi risibili. Tra questi un passaggio sui loro
sgangherati
autobus.
Non più intimorito dal caos dei
trasporti pubblici indiani, decido di
partire con la corriera per una giornata alla scoperta del Goa
settentrionale. Pochi
chilometri a nord di Panaji s’incontra la cittadina di Mapusa
(che si pronuncia
Mapsa, come in realtà Panaji si pronuncia Panji), che il
venerdì ospita un
grande mercato per la gente del posto. Si trovano prodotti di tutti
tipi, in
cui spiccano le bancarelle coloratissime di spezie e di alcune non ben
definite
salsicce di carne e gli odori del pesce essiccato. In mezzo a tutto
ciò, però,
ci sono anche venditori di prodotti artigianali tessili e lignei,
quelli che
fanno la gioia di qualsiasi turista.
Il mercato è vasto, labirintico e molto
frequentato. Ugualmente non
risulta eccessivamente caotico ed è piacevole immergervisi,
facendosi catturare
dai mille colori che danzano tra le bancarelle. Purtroppo il pallido
colore
della pelle attira qualche venditore ambulante di troppo, che
è pronto a
tempestarti di proposte non appena ti fermi a guardare qualcosa. A
qualcuno
basta un cenno per vederlo desistere, oppure la frase lanciata
lì che si sta
solo dando un’occhiata, ma con altri bisogna inserire la
modalità automatica di
segno di diniego con il capo e allo stesso tempo bisogna cercare di
seminarlo
tra la folla degli acquirenti.
È proprio per sfuggire ad un tipo
insistente che accetto di seguire una
giovane ragazza in sari che, intercettandomi ad un incrocio tra i viali
di
bancarelle, mi chiede se voglio dare un’occhiata al suo
negozio. In parte
stregato dalla sua bellezza, la segue per qualche svolta e mi ritrovo
in un
angolo del mercato che non avevo ancora visitato, lievemente discosto
dai
passaggi più frequentati. Il “negozio”
di Nishia, così si chiama la ragazza, è
in realtà un semplice telo posato a terra, con sopra della
mercanzia piuttosto
varia, perlopiù di prodotti tessili. Con un inebriante
sorriso, mi porge un
piccolo sgabello per sedermi, mentre lei si fa scivolare con grazia a
terra,
poggiandosi sul telo stesso. Mi chiede di dare un’occhiata e
non so se è perché
è lei a chiedermelo, ma tra quella montagnola di prodotti
scorgo subito
qualcosa che varrebbe la pena di comprare. Mostro interesse per un
soffice scialle
arancione ed iniziamo così a contrattare. Una contrattazione
leggera, fatta di
sorrisi, battute spiritose e ilari risate. Resisto finché
posso, rispondendo di
volta in volta ai suoi “ma così mi prendi per il
collo” e “sono già partita con
un prezzo basso perché hai un bel sorriso e mi stai
simpatico” con piccoli rilanci
ed un scrollare continuo di spalle. Ma tra i due è Nishia ad
avere il sorriso più
bello, troppo accattivante per poterle resistere a lungo. In breve mi
ritrovo a
darle 800 rupie (poco più di 13 euro) per quattro scialli
colorati ed una pura
boccata di frizzante vitalità indiana. Alla fine ci
guadagniamo tutti e due.
Fatto l’acquisto, mi rendo conto che gli
odori e la folla mi affaticano
più di quanto mi piaccia ammettere. Decido così
di partire con un nuovo mezzo
verso la vicina spiaggia di Anjuna, tra le più rinomate
della parte
settentrionale dello Stato. Anche ad Anjuna è ospitato un
famoso mercato, ma
cade di mercoledì. Ugualmente alcune bancarelle di prodotti
etnici sono disposte
ai lati della stradina polverosa che dalla fermata del corriere conduce
alla
spiaggia. Tiro comunque dritto. Sono giunto fin qui per concedermi un
pomeriggio di sole e relax, senza troppi pensieri a navigarmi per la
mente.
La spiaggia è molto lunga e, visto che
quando ci arrivo la bassa marea è
quasi al culmine, appare anche piuttosto larga. La sabbia grossolana
tende
all’arancione e non è così sporca come
me l’aspettavo. Non si notano tracce di
immondizie, come è invece naturale vedere in qualsiasi altra
parte dell’India. Purtroppo
il fondo sabbioso dona all’acqua un colore bruno poco
invitante. Varie verande
di legno si appoggiano sulla prima serie di dune, circondate da palme
da cocco
e da una bassa vegetazione alofila sulla quale si schiudono bei fiori
rosa
simili a quelli della malva.
Per la spiaggia, oltre a qualche turista, vagano
ragazze in sari che
cercano di vendere prodotti dell’artigianato locale e gruppi
di ragazzi che
camminano avanti e indietro lungo il bagnasciuga per catturare qualche
scorcio
di pelle delle turiste occidentali in costume da bagno, eccitandosi a
queste
visioni come scolaretti imberbi. Con il procedere del pomeriggio,
quando i
raggi del sole si fanno meno forti, cominciano ad apparire le prime
famigliole,
che alla lunga riescono a riempire la spiaggia poco prima del tramonto.
Sono
tutti vestiti da capo a piedi, sandali compresi, e così
abbigliati si gettano
in acqua per un bagno ristoratore. Uomini e bambini giocano festosi,
mentre le
loro mogli li osservano sedute sulla spiaggia, calme e pacate come
sempre.
Osservo
tutto questo in compagnia di una
ragazza italiana in viaggio con due dei suoi tre figli. Mentre il
più piccolo
di solo un anno e mezzo è in Italia con il padre, i due
più grandi (di otto e
sei anni) l’hanno seguita per tre settimane alla scoperta
della bellezza
dell’India. Faccio la sua conoscenza sotto una delle verande,
mentre beviamo
qualcosa di fresco per dissetarci. Continuiamo a chiacchierare di noi e
del
nostro viaggio mentre i piccoli si lanciano sulla spiaggia e poi in
acqua a
giocare, scoprendoci molto simili. Quando la saluto, poco dopo il
tramonto, so
di portarmi via qualcosa di lei, come so di lasciarle qualcosa di mio.
Fa tutto
parte del viaggio, e forse è la sua parte più
bella.
Da sabato 19 a mercoledì 23 dicembre – Colva
È ora di salutare Panaji. Al mio arrivo
nel Goa non avevo ancora ben
chiaro come organizzare l’intera settimana di permanenza
nello Stato,
preferendo decidere tutto al momento, in base alla sensazioni e ai
desideri
istantanei. E i desideri ora portano lontano dalla capitale, verso
qualche
località di mare dove starmene ad oziare con un mojito in
mano e qualche vago
pensiero nella mente: mare, sole e un buon libro.
All’ultimo istante scelgo di puntare a
sud, verso il Goa meridionale che
ancora non ho visto e di cui ho letto un gran bene. Prendo la prima
corriera
per Margao e, con estrema disinvoltura, mi immergo nuovamente nel
variegato
mondo indo-portoghese di questo piccolo angolo di subcontinente. Prima
Margao e
poi Colva, accompagnato dall’ormai piacevole richiamo del
bigliettaio di bordo,
che urla milioni di volte il nome della località di
destinazione, quasi
cantandola: “Margao, Margao, Margaooooo”;
“Colvaaa, Colvaaa, Colvaaa!!!”.
Sull’ultima
corriera mi ritrovo a viaggiare in piedi a lato
dell’ingresso, agganciato al
corrimano imbullonato al tettuccio. Intorno a me solo signore fasciate
in sari
colorati e qualche anziana inghirlandata con un vestito dalla foggia
più
tipicamente europea, sempre di quella Europa vecchia di mezzo secolo,
però.
Scambio sorrisi con tutte loro, viaggiando nell’aria calda e
polverosa che
entra prepotente da tutti i finestrini con un’eterea
leggerezza che mi
solletica il corpo. Sono ormai tre giorni che dove mi muovo lo faccio
con
indiani. Nessun altro pelle bianca a sporcarmi l’idea di
essere un
privilegiato. Tre giorni di stretto contatto con un’India
più vera, non
ricreata per il mio uso e consumo. In viaggio non ho bisogno di grandi
cose per
essere felice, mi basta assaporare la soporifera
quotidianità di un breve viaggio
su un mezzo pubblico locale.
Colva è un insieme di case piuttosto
piccolo, cresciuto turisticamente
solo negli ultimi anni. Prima era solo villaggio di pescatori, ed in
parte lo è
ancora. Le guest houses sono letteralmente fiorite da quando il turismo
occidentale ha scoperto la docile calma del Mar Arabico e sono andate a
tappezzare l’ombra al di sotto delle palme lungo le
principali vie del vecchio
villaggio. Alcune sono piuttosto belle, altre sono invece nate
all’interno di vecchi
e decadenti edifici: la scelta è piuttosto vasta ed
eterogenea. Ai lati della
strada principale che conduce alla spiaggia si trovano sia veri e
propri negozi,
sia venditori ambulanti, tutti pronti a proporsi ai turisti che
camminano
avanti e indietro all’apparenza senza meta. Per la maggior
parte vendono
prodotti dell’artigianato kashmiro, che sembra essere il
più diffuso nei luoghi
di villeggiatura. Gli approcci non sono comunque insistenti, come non
lo è
l’atteggiamento dei pochi venditori che vagano sulla
spiaggia. Colva può essere
considerato un posto tranquillo.
La lingua di sabbia è davvero lunga,
perdendosi lontana all’orizzonte da
ambo i lati. Più a sud ci sono spiagge dove hanno trovato
dimora resort cinque
stelle tra i più esclusivi al mondo. A Colva, invece, il
target è un incrocio
tra il turista occidentale medio e la famigliola della nuova borghesia
indiana
in vacanza.
La sabbia è chiara e fine,
più attraente rispetto a quella vista a nord,
e le verande che servono vivande adagiate sulle prime dune sono
più curate e
con personale all’apparenza più professionale.
Durante il giorno mettono a
disposizione dei clienti lettini con ombrellone, per poi trasformarsi
al
crepuscolo in romantici ristoranti, con un’invidiabile vista
sull’orizzonte a
ponente. Al Papillon, il mio preferito tra questi locali, passo intere
giornate, sorseggiando di giorno più di qualche bicchiere di
Sweet Lime Juice,
una bevanda analcolica con acqua, succo di lime e zucchero, e di sera
concedendomi una o due birre. Il tutto accompagnato a cena da pesce
appena
pescato, cucinato alla piastra nel retro del locale. Lo scorrere del
tempo è dedicato
ad un buon libro (Slumdog Millionaire di Vikas Swarup) e
all’osservazione della vita
sulla spiaggia. Durante il giorno il sole picchia forte e le uniche
persone che
ne amano l’abbraccio sono gli occidentali, che alternano ora
dopo ora i bagni
di sole ai bagni in acqua. Degli indiani non c’è
traccia. Poi, quando il sole
comincia a scendere verso ovest, perdendo buona parte della sua
intensità, loro
cominciano ad arrivare. Prima i gruppi di giovani, poi le famigliole.
Nel giro
di un’ora la spiaggia si riempie, trasformandosi in una
chiassosa piazza dove
intessere i più svariati rapporti sociali. Seduti sulla
sabbia o immersi in
acqua, rimangono vestiti di tutto punto, come al loro arrivo, fedeli a
quel
puritanesimo di cui l’India odierna si è fatta
portatrice. I bambini sguazzano
allegri in acqua, con i genitori intenti ad osservarli, mentre i
tiepidi raggi
del sole morente li baciano in fronte. Qualcuno passeggia, la maggior
parte
stazione, chiacchierando e ridendo.
Quando giunge il buio, la spiaggia ritorna di nuovo
magicamente deserta. Al
Papillon una fila di bassi tavolini viene sistemata oltre il cerchio di
luci
elettriche della veranda principale, a pochi passi
dall’oceano. Solo la tenue
luce di una candela illumina il tavolino ed un cerchio di sabbia
intorno.
L’argentea luce della luna adagiata sull’acqua, il
suono eterno della risacca,
la sabbia fresca sotto i piedi, la brezza profumata che inizia a
spirare verso
il mare. Tutto è incantato.
Spingendosi
un poco più a nord rispetto al
Papillon, abbandonando i tratti di spiaggia più turistici, si giunge dove ancora il
mare è territorio di
pesca. Un po’ su tutta la spiaggia si notano lunghe barche di
legno scuro dotate
di un bilanciere che le tiene ben in equilibrio anche sulla terraferma,
mentre
più indietro, poco a ridosso della prima linea di palme,
sono stese a terra le
reti da pesca. Per tirare in secca le barche alla sera, e per
riportarle in
mare al mattino, si usa una serie di tronchi di legno su cui farle
scivolare, togliendo
quelli appena superati per riportarli all’inizio della fila.
Quattro o cinque
persone sono impiegate nello sforzo, con grida continue per coordinare
le
spinte e per darsi la carica. La giornata è cadenzata
comunque da un lavoro
continuo anche a terra, con le reti che devono essere accuratamente
districate
e il pesce essiccato. Drappelli di pescatori se ne stanno seduti
all’ombra
delle palme a chiacchierare, con le mani che si muovono sicure lungo i
sottili
fili delle reti, mentre le donne si prendono cura di rigirare i pesci
stesi a
seccare sotto ampie reti che li proteggono dai corvi che svolazzano
numerosi
nel cielo. A meno di un centinaio di metri da una nuova India fatta di
ombrelloni, cocktail e cibo raffinato da mangiare con le posate, a
Colva è
possibile vedere un’India meno contaminata, più
genuina, dove ancora si mangia
con la mano destra, quella pura, su piatti di metallo luccicante.
Questo non
può che essere un punto a suo favore.




















