Tappa numero 4, Dal 23 al 25 dicembre 2009
Da mercoledì 23 a giovedì 24 dicembre – Verso Bangalore
Il buio ci sorprende rapido, avvolgendo Panaji con
uno spesso manto scuro
in meno di mezz’ora. Rimangono le luci delle macchine che
intasano le strade
d’accesso alla città, disposte tutte intorno alla
piccola area sterrata da cui
partono le corriere notturne per gli altri stati indiani.
Un’isola scura priva
d’illuminazione in mezzo ai flutti schiumosi del sempre
frenetico traffico
indiano.
Una trentina di persone è assiepata nei
pressi di un tavolino che fa da
biglietteria, centro informazioni e rivendita di bevande tutto insieme,
mentre
un altro centinaio staziona in attesa poco più in
là, chi seduto sulle valige,
chi per terra, chi su sedie da campeggio estratte magicamente dai
bagagli, chi
in piedi alternando il peso prima su una gamba e poi
sull’altra. Per la maggior
parte sono indiani, intere famiglie e qualche viandante solitario. Tra
loro una
dozzina di occidentali dallo sguardo sperduto, tutti diretti ad Hampi.
Sono
l’unico con meta Bangalore e non ho nessuno con cui
condividere il peso di un
ritardo che si fa di mezz’ora in mezz’ora
più abissale. Chiedo più volte lumi a
chi di dovere, cioè il gruppo di giovani che si barcamena al
di là del piccolo
tavolino all’ingresso dell’area sterrata, ma le
risposte sono sempre evasive e
confusionarie, non lasciandomi in dono nessuna certezza. Non posso far
altro
che aspettare, vedendo partire corriere per Bombay, per Hampi e per
Mangalore,
nessuna che indichi chiaramente il luogo di destinazione. Devo
attendere oltre
tre ore per scorgere i fari di una corriera che molti additano come
quella per
Bangalore. Con la visione del loro luccicante ammiccamento scivola via
anche il
dubbio che nelle ultime ore mi aveva accompagnato, quello di aver
sbagliato il
luogo della partenza o di essermela sbadatamente persa. Non sempre sono
in
grado di ignorare gli inutili dubbi che la smania tipicamente
occidentale di
avere tutto sotto controllo porta con sé.
La corriera per Bangalore è uno sleeper,
un mezzo in cui i posti a sedere sono stati in parte sostituiti da
cuccette dove
poter dormire sdraiati. Ogni cuccetta ospita due persone, che godono di
uno
spazio in larghezza di non più di cinquanta centimetri
ciascuno. Un viaggio
intimo che dovrò condividere con un giovane indiano che non
parla una parola d’inglese.
Le strade del Goa sono una curva continua e sembra
che il conducente
abbia deciso di recuperare le tre ore di ritardo trasformandosi in un
pilota di
rally. Si è continuamente sballottati a destra e a sinistra,
senza un appiglio
a cui sostenersi. O sono io a rotolare contro l’indiano, che
è costretto ad
artigliare il bordo della cuccetta per non finire di sotto, o
è lui a
schiacciarmi contro il finestrino. Prendere sonno in queste condizioni
risulta
difficile. Ma avendo solo la posizione supina a disposizione, non
è che si
possa cercare di fare molto altro. C’è solo da
sperare in qualche strada bella
dritta.
Verso mezzanotte ci fermiamo per mangiare a Karwar,
la prima città del
Karnataka appena dopo il confine. La tavola calda è in stile
indiano, cioè
spoglia e ricca di confusione, con le pareti azzurre ricoperte di
sudiciume. Mentre
gli autisti e molti dei passeggeri si siedono ai tavoli per gustare
qualcosa di
caldo, rimango in compagnia di una decina di persona
nell’area dissestata antistante
l’entrata. Tutti assorti, lo sguardo lasciato scivolare sulla
strada deserta
oltre la corriera. Siamo disposti ordinati a formare una riga sul
ciglio del
marciapiede, perfezione rettilinea rovinata solo saltuariamente dal
muso di una
vacca che ogni tanto fa capolino tra due indiani indifferenti. Mastica
lenta
qualche immondizia raccolta in un vicolo buio e maleodorante alle
nostre spalle
e pare anche lei interessata a guardare al di là della
strada. L’aria è
piacevolmente calda, leggera e solo parzialmente sporcata dalla polvere
che
aleggia continuamente sull’India. Odora intensamente di
viaggio.
Quando ripartiamo cado in un sonno profondo, nel
quale i mille clacson,
le sbandate improvvise, le code interminabili e tutti gli altri
possibili
disagi delle strade indiane svaniscono, nascosti al di sotto di uno
spesso
strato d’incoscienza. Ma quando mi sveglio scopro che
Bangalore è ancora
lontana, ad oltre duecento chilometri di distanza, e il sole comincia a
scaldare impietoso giusto sul mio lato della corriera. Lo sleeper è fatto per dormire la
notte, non per viaggiare di giorno.
Mantenere la posizione distesa è già abbastanza
noioso di suo, ma se poi si ha
un sole costante in fronte il viaggio rischia di diventare
insopportabile.
Vista dall’alto, l’India
continua ad essere una terra dove la confusione
domina incontrastata. Ad un tratto veniamo chiusi in un ingorgo ai
piedi di una
rampa autostradale, del tutto impossibilitati a continuare sulla nostra
strada.
Camion, corriere e macchine rimangono intrecciate in un nodo
inestricabile,
maglie che si stringono a tal modo che nemmeno i tuk-tuk riescono a
sfilarsi.
Non c’è altra via d’uscita che non
quella di prendere la rampa dell’autostrada
in contromano, facendo oltre cinquecento metri strombazzando a
più non posso
per avvertire tutti gli automobilisti del nostro folle progetto
d’evasione. E
nessuno batte ciglio, tutto appare normale.
Il tempo si protrae inesorabile, come lo stendersi
del sole in alto nel
cielo, e Bangalore è ancora lontana quando scocca
mezzogiorno. Nello sterrato
di fronte all’ennesima tavola calda in cui ci fermiamo per
rifocillarci, vengo
avvicinato da un uomo senza gambe, che si trascina a terra su un pezzo
di
cartone. Il suo incedere stentato mi inonda di un senso di
pietà che mai ho
provato in vita. Come una luce accecante è in grado di
ferire gli occhi, così
questa pietà è troppo intensa per poter essere
accolta da un cuore aperto. Solo
richiudendolo all’interno di un guscio
d’indifferenza si può tornare in seguito
a sorridere, a riassaporare una certa leggerezza d’animo. A
volte solo
l’indifferenza può salvarti dall’India.
Sono le due quando giungiamo a Bangalore. Sono
stremato, eppure la città
che mi aveva così intimorito neanche due settimane prima non
mi appare così
male. Scopro con una certa sorpresa che mi era mancata. Ritrovo
piacevole
lasciarsi condurre nel traffico infernale da un autista di tuk-tuk
della
capitale, con l’aria che ti sferza incessante e le manovre
che a te appaiono
pericolosissime a farti scorrere l’adrenalina nel sangue. Il
frastuono dei
clacson ormai non lo si percepisce nemmeno più, è
quasi un gentile
accompagnamento alla danza della vita quotidiana.
La casa di Christian è affollata. Da un
paio di giorni sono arrivati sua
madre, suo zio e suo fratello. Una bella rimpatriata
d’italiani. I loro volti
appaiono un po’ provati, come probabilmente lo era il mio due
settimane prima.
Per sentirsi in sintonia con l’India ci vuole tempo, il tempo
di sincronizzarsi
con ritmi e cadenze completamente differenti dalle proprie. Sorrido a
questa
semplice verità.
Il
tempo vola tra svariate chiacchiere e poco
dopo il crepuscolo ordiniamo cibo indiano a domicilio. Lo condiamo con
vino
comprato in una rivendita lì vicino (pagato a peso
d’oro: è considerato un bene
di superlusso) e con del rum (il classico Old Monk e un più
pregiato Bacardi).
La cena è molto movimentata, dato che Chris e i suoi parenti
hanno l’abitudine
di discutere animatamente praticamente su qualsiasi argomento. Solo la
madre
cerca di tanto in tanto di gettare acqua sul fuoco, ma inutilmente.
Bello farsi
nuovamente riavvolgere dalla tipica vitalità italiana.
Venerdì 25 dicembre – Natale in India
Caterina, mia moglie, è in arrivo. Non
da sola, ma in compagnia di una
coppia di zii con cui ci troviamo particolarmente a nostro agio, in
India per
festeggiare il trentesimo anno di matrimonio: Ugo e Marta. Il viaggio
prima
iniziato con Chris e poi proseguito in solitaria, è in
procinto di trasformarsi
in un viaggio a quattro, o meglio a doppia coppia. È la
prima volta che mi
capita e non so se sarà un successo oppure no. Sono
principalmente un
viaggiatore solitario, restio ad accettare i compromessi che
inevitabilmente
accompagnano i viaggi di gruppo. Ma a questa mia rigida natura fa da
contraltare una rinnovata voglia di condividere le emozioni vissute in
viaggio.
Pesi che vanno a posarsi in modo equo su entrambi i piatti
dell’immaginaria
bilancia della vita che indirizza i giudizi e le scelte. Ho deciso da
tempo che
l’avrei ignorata, lasciandomi guidare solo
dall’effimera esigenza momentanea.
Ora, ad esempio, ho solo una grandissima voglia di rivedere Caterina.
Mi sveglio presto, poco appesantito dal tanto alcol
bevuto la sera
precedente, e mi ritrovo nell’ampio salone con Chris, a
differenza mia
insonnolito e risvegliato solo dalle continue chiamate di un
preoccupato
Manjunat che sta aspettando l’aereo in lieve ritardo. Tutti
gli altri sono
ancora avvolti nel sonno. La casa e così piacevolmente
silenziosa, anche perché
i rumori provenienti dalla strada sono stranamente distanti e soffusi.
Si vede
che il Natale conta qualcosa anche in India. Ci fermiamo a
chiacchierare nella
piccola terrazza, ritrovando il piacere di stare insieme. Tra noi
continua a
scorrere una grande armonia, quella che si crea solo tra grandi amici.
È un
piacere starsene anche solo lì a non far niente, assaporando
la frescura
ereditata dalla notte bevendosi una tazza di tè. Non
c’è bisogno di molto altro
per sentirsi in pace con se stessi e con il mondo.
L’attesa comunque non è
così lunga e il momento dell’arrivo di Caterina
coincide con il risveglio degli altri ospiti della casa. Quando
s’immaginano
momenti d’incontro come questo, si pensa sempre ad
un’incontrollabile
esplosione d’emozioni. Poi il momento arriva e scorre via
naturale, come acqua
sotto ponte. Ci abbracciamo forte, ridiamo insieme del nostro essere di
nuovo
uniti, ma dopo poco e come fossimo insieme da più giorni,
come non ci fossimo
mai lasciati. Che è poi la banale verità.
I tre nuovi viandanti sono reduci da un lungo
viaggio notturno, ma la
voglia di approfondire lo sguardo sull’India è
più forte della loro stanchezza.
Così in un batter di ciglia partiamo alla scoperta di Indira
Nagar. Li
accompagno prima in luoghi già visitati, da solo o con
Christian, poi in zone
sconosciute. Superiamo così il fiume/fogna di Indira Nagar,
un maleodorante rio
nero pieno d’immondizia, insinuandoci in vicoli stretti dove
i bambini giocano
a criquet e splendide donne avvolte in sari colorati, dallo sguardo
profondo e
sorridente, appaiono guardinghe sulla soglia delle case o nei riquadri
scuri delle
finestre. Vagabondiamo tra zone ricche e zone povere, tra case colorate
e case
diroccate, tra aree linde e montagne d’immondizia. In pochi
passi tutti i
contrasti di questa India poliedrica che ho già avuto modo
di raccontare in
precedenza. Gli odori atterriscono inizialmente Caterina, che si ritrae
in sé
stessa come un riccio, bloccandosi emotivamente. È un modo
d’agire che ho
imparato a conoscere, dopo le comuni esperienze in Sudamerica e Africa.
Sorprendendomi non dura però molto e dopo poco la vedo
già rilassarsi, pronta di
nuovo ad assaporare il presente. Ugo sembra subito il più
entusiasta, con il
viso illuminato dalla varietà dell’esperienza che
gli viene offerta. Zampetta a
destra e a sinistra come tarantolato, scattando foto di continuo agli
edifici e
alle persone, anche ad un coloratissimo corteo funebre indù
(accorgendosi solo
a corteo passato che di funerale si trattava). Marta è
più compassata, facendo
trasparire meno le emozioni, ma riconosco in lei un più
autentico spirito da
viaggiatore, quello che ti fa calare in modo meno traumatico in un
contesto ambientale
così differente da quello a cui si è abituati.
Non stiamo via molto, poco più di due
ore, ma quando torniamo sui nostri
passi è già forte la sensazione di aver
guadagnato la giornata. Tante le cose
viste, molte di più di quelle che si è in grado
di assaporare pienamente in
così poco tempo. Servirebbe già una pausa per
poter metabolizzare il tutto, per
tornarci su a mente più calma e serena. Ma di nuovo a casa
veniamo subito
convinti dagli altri a riuscire per andare a vedere il City Market, un
immenso
dedalo di bancarelle che ricopre una buona porzione del centro di
Bangalore,
dove viene venduto pressoché di tutto. Rimandata
l’ora del riposo, partiamo
rapidi con tre tuk-tuk alla volta del centro, il primo viaggio su
questi
eccentrici mezzi per i nuovi arrivati. Purtroppo uno dei rischi di
partire con
tre distinti tuk-tuk e che ci si perda nella confusione di Bangalore,
soprattutto se nessuno dei tre conducenti sa esattamente dove deve
andare.
Credo sia normale dare per scontato che un tassista (o chi per esso)
conosca a
menadito la città in cui opera, ma così non
è a Bangalore (e suppongo nemmeno
in tante altre città indiane). Così, mentre gli
altri sono fatti scendere nell’ampia
zona del mercato dove è venduta la frutta, io, Cate e Marta
ci perdiamo e
vaghiamo a casaccio per qualche minuto, per essere scaricati alla fine
dal
conducente esasperato in un punto ben lontano dai nostri compagni. La
sorte ci
fa capitare nell’area adibita alla vendita di tessuti, che
impressiona più per
la mole che per la varietà dei prodotti offerti. Ce li
gustiamo per un po’,
vagando tra le coloratissime bancarelle che tappezzano gli antri scuri
di
mercati coperti, ospitati nel ventre d’edifici le cui
facciate sono ormai
scomparse sotto il peso di mille insegne pubblicitarie, oppure
direttamente
sulla strada, osservando le vetrine dei più ricchi negozi
che si affacciano su
di essa.
Dobbiamo tornare a Indira Nagar, un paio
d’ore dopo, per poter di nuovo
riunirci agli altri. Per cena puntiamo ad un ristorante lungo Hundred
Feet
Road, un locale posizionato sulla terrazza di un palazzo di cinque
piani dalla
chiara vocazione occidentale.
Di
ritorno a casa, tagliamo il pandoro portato
da Caterina e beviamo lo spumante comprato il giorno prima e pagato a
peso
d’oro nella rivendita sotto casa. Un altro momento tutto
italiano per
festeggiare questo strano Natale in India. Al momento di andare a
dormire,
saluto Chris con affetto sapendo che l’indomani saremo
partiti troppo presto
per riuscire a vederci. Ci abbracciamo forte e quando ci stacchiamo
siamo
entrambi visivamente commossi. Trova un amico e troverai un tesoro.




















