Tappa numero 5, Dal 26 al 27 dicembre 2009
Sabato 26 dicembre – I tessuti di Mysore
Durante la notte sento Ugo muoversi su e
giù per la casa, irrequieto. Un
tarlo lo agita, impedendogli di dormire. È preoccupato per i
cinque figli
lasciati a casa, la prima volta da quando sono nati.
Capita alle volte di essere sopraffatti da cose che
non siamo in grado né
di prevedere né di controllare. Giorni e giorni passati a
fantasticare di un
primo grande viaggio in una terra ricca d’emozioni e alla
prima notte l’unica
cosa a cui si riesce a pensare è ai figli lasciati a casa,
con una forte
convinzione emotiva di averli in qualche modo abbandonati. Contorsioni
mentali
illogiche che ci rendono umani.
“Grazie a te stiamo scoprendo
l’India da una posizione privilegiata”.
Queste parole Marta me le ripeterà più di qualche
volta nel nostro comune
peregrinare verso sud, che dalla caotica Bangalore ci
porterà alle calde coste
del Kerala. Concetto espresso in riferimento al metodo di spostamento a
me così
comune, ma che per lei ed Ugo rappresenta un’assoluta
novità, e cioè quello di
muoversi da una città all’altra solo grazie ai
mezzi pubblici. In anni di
viaggio fatti sempre secondo lo stesso principio, ormai mi ero
dimenticato
della particolarità di questa scelta, ritenendola quasi
l’unica possibile. Ci
voleva Marta per ricordarmi che questo modo di viaggiare non
è il solo
possibile, ma semplicemente il più bello.
Guardando una cartina di Mysore ci si accorge che
la città orbita intorno
ad un centro ben preciso, un grande spazio vuoto che la fa apparire
come una
sorta di grande ciambella. Quel vuoto sulla mappa racchiude il motivo
che può
indurre un turista a raggiungere Mysore, una città di poco
più di mezzo milione
di abitanti (una cittadina secondo i parametri indiani) nella regione
più
meridionale dello stato dravidico del Karnataka. Lì dentro,
circondato da una
vasto parco per lo più privo di alberi e delimitato da alte
mura, si trova l’Amba
Vilasa Palace (ai più conosciuto come Maharaja’s
Palace o, ancora più
semplicemente, come Mysore Palace), un enorme palazzo in cui la
bellezza e la
pomposità raggiungono a braccetto vette inenarrabili.
Superare le superbe porte
che si aprono al centro dei quattro lati dell’ininterrotta
cinta di mura è come
immergersi nei fantasiosi racconti di Salgari, nella loro sognante
atmosfera
coloniale. C’è da pensare che James Brooke, il
Raja di Sarawak, possa essere lì
a riceverti, offrendoti in dono un banchetto dalle mille e una notte.
Almeno
questa è la sensazione che si prova quando si riesce ad
estraniarsi dalla folla
che invade il palazzo nei fine settimana, cosa che non sempre riesce.
Ma questa
è storia del giorno successivo al nostro arrivo a Mysore,
dedicato interamente
allo splendido palazzo del Maharaja. Al primo giorno altro è
concesso.
Al mattino partiamo da Bangalore piuttosto presto,
ma ci mettiamo più di
un’ora solo per uscire dalla metropoli, a tratti
imbottigliati in un traffico
impossibile. Poi di colpo le case scompaiono ed al loro posto appaiano
campi di
banano e canna da zucchero, con solo qualche gruppetto isolato di
capanne di
lamiera ad inframmezzare il verde della vegetazione e l’ocra
del terreno. Fuori
dalla cinta urbana riappare subito quel mondo rurale dove la tanto
propagandata
povertà indiana è più evidente. Ma in
un qualche modo è anche più accettabile,
più pura, più naturale. Ad unire i due mondi
all’apparenza così dissimili, ci
sono solo i colori sgargianti dei sari delle donne a lato della strada.
Dobbiamo giungere a Mysore per ritrovare nuovamente
quella confusione
umana che ormai associo all’India. Con le dovute proporzioni,
infatti, Mysore
mi appare una piccola Bangalore. Solo con case un po’
più fatiscenti e con
facciate più ricche d’insegne. Bastano pochi passi
in centro per accorgersi che
ci sono negozi e bancarelle ovunque. È tutto una rivendita,
dal negozio di
tessuti con le vetrine accuratamente allestite al vecchietto macilento
seduto a
terra con un cesto di banane in grembo, dal bugigattolo scuro
alloggiato nel
piano interrato di un tetro edificio di cemento alle più
ariose bancarelle di
essenze profumate ospitate nel Devaraja Market, un bazar dai mille
colori e
profumi. È proprio lì che ci dirigiamo come prima
meta della giornata, con l’intento
di farci avvolgere dall’atmosfera mercantesca che con
così tanto vigore
caratterizza Mysore. Il bazar è attorniato da un numero
impressionante di
venditori ambulanti, alcuni dei quali se ne stanno seduti a terra e non
sembrano
possedere altro che le ceste posate di fronte a loro. Molti sono
anziani, con
il viso scavato da profonde rughe ed il corpo sottile, consunto dalla
fatica.
Altri posseggono un carretto sul quale poggiare la mercanzia.
All’interno del
bazar si trovano invece bancarelle di ogni genere di frutta e verdura,
di
ghirlande di fiori, di spezie, d’essenze profumate e di
coloratissime pile
coniche di kumkum, le polveri
utilizzate in varie cerimonie religiose e per segnare la fronte delle
donne
sposate. Sono quest’ultime a catturare maggiormente il nostro
interesse, e
quelle delle macchinette fotografiche, perché il modo in cui
sono allestite sui
banconi è particolarmente accattivante. I turisti
occidentali che vagano tra le
bancarelle sono pochi, quindi molte delle attenzioni dei commercianti
sono
rivolte a noi quattro. Qualche ambulante ci si accoda, offrendo con
insistenza
merce che non ci sogneremmo mai di comprare, altri ci intercettano
lungo il
cammino per condurci alle loro bancarelle piazzate dietro
l’angolo, altri ci
chiamano da lontano, invitandoci con ampi gesti a raggiungerli.
Ugualmente l’atmosfera
rimane rilassata e piacevole, non troppo appesantita da queste parziali
pressioni.
Ma il Devaraja Market è solo un piccolo
antipasto di quanto Mysore può
offrire. Le policrome vetrine dei negozi di tessuti che ci aspettano in
Sayyaji
Rao Road e Devaraj Urs Road fanno subito luccicare gli occhi di
Caterina e
Marta, che non ci mettono molto a decidere di passare
l’intero pomeriggio alla
ricerca di pashmine e scialli. Non
attirato normalmente dallo shopping, trovo lo stesso piacevole
accodarmi al
loro entusiasmo, con l’intento d’osservare
all’opera i venditori indiani di
Mysore. Al primo negozio veniamo fatti accomodare su piccole sedie
poste di
fronte ad un palco di legno, su cui sono stesi dei materassi bianchi.
Sopra il
palco si siedono a piedi scalzi due giovani dagli ampi sorrisi, che
iniziano a tirare
giù dagli scaffali alle loro spalle, inverosimilmente
stracolmi di tessuti,
tutto quello che Caterina e Marta anche solo accennano di vedere. Con
gentilezza ci offrono da bere, che rifiutiamo cortesemente, trattandoci
con un
profondo garbo, accompagnato sempre da un sereno sorriso
tranquillizzante. Con
il tempo davanti alle due donne si formano alti cumuli di pashmine di cachemire,
di
scialli di seta e di lunghi sari multicolori. Difficile rimanere
indifferenti alla
bellezza dei tessuti, come è difficile non lasciarsi
attrarre dalla gentilezza
messa in mostra dai due giovani commercianti, che si prodigano senza
riserve ad
esaudire i desideri delle nostre compagne. Il loro sorriso non viene
meno
nemmeno quando Caterina e Marta decidono che non è ancora
ora di comprare. Con
esso ci accompagnano alla porta, salutandoci con la speranza di in un
nostro
ritorno l’indomani. Tra tutti i luoghi visitati, Mysore
è sicuramente quello
ideale dove fare acquisti, soprattutto di prodotti di seta e cachemire. Da nessun altra parte si
eguaglia la varietà e qualità dei suoi prodotti
tessili, a dei prezzi di norma
contenuti.
In
serata riusciamo a incontrare nuovamente i
parenti di Christian, giunti fino a Mysore con una macchina presa a
noleggio
(con annesso autista). Ceniamo nuovamente in un ampio terrazzo, quello
dell’Hotel
Palace Plaza (Dynasty Restaurant). Qui scopro la più gustosa
cucina indiana
della nostra permanenza nel subcontinente: un piatto di paneer
makhani al Dynasty vale quasi da solo un passaggio per
Mysore.
Domenica 27 dicembre – Maharaja’s Palace
Alti soffitti sorretti da imponenti colonne di
marmo pregiato, pavimenti
a mosaico dalle mille fantasie, vetrate policrome che inondano di
colori le
grandi sale, porte di legno massiccio ricoperte da placche finemente
lavorate d’argento
o d’avorio, dipinti che ritraggono scene d’epoca
coloniale ad abbellire le
pareti, rifiniture d’oro luccicanti ad ogni angolo. Questo, e
quant’altro, è
il Maharaja’s
Palace di Mysore. Al suo
interno gli occhi sono catturati dagli infiniti dettagli artistici e la
mente è
stordita dalla sua esageratamente sofisticata ricerca del bello e del
lussuoso.
Il palazzo è stato caricato fino all’inverosimile
di opere d’arte, alcune di
una bellezza da togliere il fiato, delicate o imponenti nei termini
più
appropriati, ma altre sono autentiche cadute di stile, di un kitsch
difficilmente descrivibile. Tale risultato discordante però
ha il potere di
affascinare, forse ancor di più della stessa bellezza di
alcune delle sue
opere. È la completa rappresentazione dello sfarzoso passato
coloniale della
regione, quella che ha incantato milioni d’europei da ormai
più di qualche
secolo. Nulla è più adeguato di questo palazzo
per essere associato alla parola
“Maharaja”, che porta alla mente immagini di un
lusso esotico fatto d’arazzi e
cuscini di seta purissima, posate d’oro, enormi e lucenti
pietre preziose
incastonate in argentei monili e frotte di servi in turbante ad
esaudire anche
il più piccolo desiderio. Anche se solo una piccola parte
del palazzo è
accessibile al pubblico, ciò che è permesso
scorgere non può che lasciare
esterrefatti, nel bene e nel male, nel bello e nel brutto (di certo
l’indifferenza
è un sentimento non ammesso all’interno del
palazzo).
Siamo giunti a Mysore proprio attratti dalla sua
splendida icona, una
delle perle turistiche dell’India del sud, purtroppo senza
renderci conto che
il giorno da dedicare alla sua visita cade giusto di domenica. A detta
di
Christian il dieci per cento degli indiani ha ormai abbandonato lo
stato di
povertà, raggiungendo quel limite oltre il quale si comincia
ad avere la
disponibilità economica per andare in vacanza. Se il dieci
per cento ad una
prima occhiata sembra poco, quando ci si riferisce ai numeri assoluti
ci si
convince subito che non è così. Il dieci per
cento di indiani significa oltre
centoventi milioni di persone, cioè circa due volte gli
italiani. Ormai il vero
turismo in India non è più quello degli
occidentali, ma quello delle famigliole
benestanti locali, che decidono di muoversi nei fine settimana per
visitare i
luoghi di più grande richiamo turistico. E Mysore
è una di queste. Se non
avessi prenotato le stanze d’albergo qualche giorno prima da
Bangalore, non
avremmo mai trovato posto in centro ad un prezzo contenuto. I parenti
di
Christian, che non hanno avuto la stessa accortezza, sono riusciti solo
a
trovare un alloggio ad un prezzo quattro volte superiore.
È così che fuori
dell’ingresso sud del palazzo incontriamo una tale calca
di persone da far passare gran parte della voglia di proseguire. La
coda
serpeggia dal botteghino d’ingresso fino al parcheggio ad un
centinaio di metri
sulla destra, invadendo a tratti la strada che scorre a lato delle
mura.
Veniamo più volte avvicinati da loschi individui che ci
propongono di saltare
la fila pagando una piccola somma di rupie, ma non ci facciamo
coinvolgere nel
loro sporco gioco e continuiamo a spostarci lentamente in avanti,
sempre più
alleggeriti dalla frizzante allegria trasmessa dai tanti bambini
indiani che
attendono pazienti, insieme alle loro famiglie, di accedere alla grande
area
del palazzo. Mescolati a loro ci sentiamo ad ogni passo un
po’ più indiani,
anche se la nostra isolata presenza non può che dare vita ad
una scompigliata
curiosità lungo l’interminabile coda.
Il parco racchiuso dentro le mura è
immenso. In realtà la parte
antistante la facciata principale del palazzo, l’area
più vasta, non è propriamente
un parco, ma un immenso spazio aperto praticamente privo di alberi,
pavimentato
per una sua buona porzione (il resto è un insieme
accuratamente bilanciato di
aiuole fiorite, fontane e viali di ghiaino ben tracciato). Gli alberi
sono
presenti solo sugli altri tre lati, che presentano però
dimensioni minori.
Superate le porte dell’ingresso sud, è questo
enorme spazio vuoto a catturare
per prima cosa l’attenzione, calamitando lo sguardo verso
l’immenso portale in
pietra grigia che si staglia a est, quello che originariamente era
l’ingresso
principale, e verso una serie di gopuram
che sorgono dirimpetto al palazzo e che evidenziano l’entrata
di alcuni templi
indù (ce ne sono dodici in tutto). Bisogna camminare ancora
un po’ in avanti,
cambiando la prospettiva sul palazzo, per farsi affascinare dalla sua
facciata
principale che, come tutti i portali d’ingresso, è
in stile indo-saraceno (che
vale a dire un misto di architettura islamica, indù e
gotica). Un ampio portico
occupa tutto il suo corpo centrale, sostenuto da flessuose colonne e da
sette
ampi archi ellittici. All’interno dell’alto portico
s’intravede un palco, da
cui i Maharaja di Mysore si godevano le parate che si svolgevano lungo
l’antistante
spazio pavimentato. Il palco si perde nell’ombra, sfociando
in una vasta sala
sorretta da una selva di colonne. Bisogna entrare all’interno
del palazzo per
ammirare questa bizzarra sala aperta verso l’esterno, la
“Public Durbar Hall”,
ampia oltre cinquecento metri quadri, con massicci pilastri a creare,
fila dopo
fila, l’idea di lunghi corridoi, il pregevole soffitto
stuccato con una varietà
di disegni turchese e oro, il freddo pavimento di marmo e enormi
specchi alle
pareti ad ingigantire e rendere più vivo
l’ambiente. La “Public Durbar Hall” fu
aggiunta al palazzo anni dopo la sua costruzione, nel 1940. Ma
è lo stesso
palazzo a non essere più di tanto datato. La costruzione
come noi ora la
vediamo, tre piani in pietra di fine granito grigio sormontato da
cupole di
marmo rosso, fu progettata dall’architetto inglese Henry
Irwin nei primi anni
del secolo scorso e fu terminata nel 1912 (andò a sostituire
le rovine
carbonizzate del precedente palazzo distrutto da un furioso incendio
nel 1897,
durante il matrimonio di una delle figlie del Maharaja). Il suo
contenuto è
quasi interamente di provenienza europea: i lampadari furono ordinati a
Venezia
e in Boemia, i mobili dell’arredamento in Francia, i marmi a
Carrara e la
struttura in ferro battuto dell’ottagonale
“Marriage Hall” a Glasgow.
Per entrarci dobbiamo affrontare una nuova
interminabile fila, toglierci
le scarpe come forma di rispetto e non portare con sé la
macchina fotografica
(che sarebbe da lasciare all’ingresso del parco). Scattare
foto all’interno del
palazzo è, difatti, vietato e ogni suo angolo è
sorvegliato da scrupolosi
tutori pronti a lanciarsi contro chi disattende la regola. Se la folla
era già
impressionante fuori nel parco, all’interno del palazzo
diventa quasi
insostenibile, soprattutto in corrispondenza delle stanze di
più piccole
dimensioni. Gli indiani hanno una differente concezione di spazio
vitale
rispetto a noi occidentali. Anche quando c’è
sufficiente spazio per
disperdersi, li vedi tutti appressati gli uni agli altri, come
traessero da
questa vicinanza una forza ed una sicurezza che da soli non hanno. In
mezzo
alla folla claustrofobica del Maharaja’s Palace loro se la
spassano un mondo,
noi invece tendiamo a soffocare e sentiamo aumentare gli istinti
omicidi. È
così che, pur con tutto quello che c’è
da vedere, la visita all’interno del palazzo
non dura poi molto.
Alle
sette di sera, quando ormai il buio si è
impadronito della città, il Maharaja’s Palace
viene illuminato da
novantasettemila lampadine che ne delineano perfettamente i contorni.
È
un’immagine straordinaria, ma effimera. Vista
l’alta spesa in elettricità, le
lampadine vengono mantenute accese solo per mezz’ora ogni
domenica. La
splendida visione del palazzo illuminato ci rincuora… non
è stato completamente
sbagliato giungere fin qui nel fine settimana.




















