Tappa numero 6, Dal 28 al 30 dicembre 2009
Lunedì 28 dicembre – Verso Udhagamandalam
La corriera per Ooty (il cui nome attuale
è
Udhagamandalam) è molto meno “lussuosa”
di quella presa per giungere fino a
Mysore, ma tutto sommato la si può considerare accettabile.
È la confusione
alla stazione delle corriere a lasciare più turbati.
L’incapacità degli indiani
di organizzarsi, che nelle stazioni risalta più che mai,
rende un viaggio con
le sue corriere un’esperienza da lasciare il segno. Nello
specifico non ci sono
chiare indicazioni sull’esatto punto di partenza per la
nostra destinazione;
poche persone rispondono alle domande e, quando lo fanno, si avvalgono
solo di
vaghi gesti; quando la corriera arriva, la folla comincia a salirci
sopra a
frotte che è ancora lì che fa manovra;
all’interno è una lotta all’ultimo
posto, ignorando che i sedili sono numerati e prenotati; non
c’è posto per gli
zaini e per i bagagli più ingombranti che devono essere
stipati sotto i sedili o
in mezzo alle gambe. Alla fine è la partenza la cosa
più faticosa da affrontare
con una corriera indiana di medio-basso livello. Il viaggio, di per
sé stesso, non
è poi così scomodo, e c’è
chi lo preferisce a quello in Volvo di qualche giorno
prima (Ugo).
Inizialmente il viaggio scorre in piano, ma
entro poco iniziamo a scalare le montagne, diretti ai duemila e
duecento metri
di Ooty, la principale stazione climatica dei Ghati occidentali. Se la
giornata
inizia con un sole polveroso ad illuminare il cielo, non appena
iniziamo a salire
di quota incontriamo le prime nuvole e poi una pioggia fine. Il
paesaggio, prima
costellato di piantagioni di banani, campi di canna da zucchero e
filari di
palme da cocco, viene lentamente sostituito da boschi di sempreverdi e
piantagioni di tè. I suoi arbusti, alti più o
meno un metro, coprono con il
fogliame quasi tutto il terreno. S’intravedono solo stretti
sentieri che
permettono di spostarsi attraverso la piantagione, percorsi dalle donne
che
normalmente raccolgono i giovani germogli. Il tutto è
completato da qualche
albero isolato che protegge gli arbusti dal sole. Le piantagioni si
spingono ad
occupare anche versanti molto pendenti, fino a toccare le vette di
qualche
monte tra i più bassi. Il contrasto tra il loro verde
smeraldo e quello più
scuro dei boschi disegna sulle montagne fantasie affascinanti. Lungo il
tragitto penetriamo all’interno dei confini del Mudumalai
National Park e
riusciamo a scorgere, prima nei pressi di un fiume e poi nel fitto
sottobosco, tre
elefanti selvatici. È solo una visione sfuggevole, ma
ugualmente in grado di emozionare.
Quando affrontiamo l’ultima rampa per
giungere a Ooty, le nuvole sono talmente basse da gettare una folta
foschia
grigia tutto intorno a noi, impedendoci di ammirare i paesaggi montani
che
certamente ci circondano. Ci arriviamo nel primo pomeriggio e la
temperatura è di
gran lunga più bassa rispetto a quella di partenza. Ci
troviamo oltre i duemila
metri, altitudine a cui associo il concetto di aria pura e silenzio.
Non ci
vuole molto per capire che la mia associazione è da
accartocciare e buttare via.
Ooty non si distingue affatto dalle altre città indiane, se
non per il clima
fresco. L’aria è ugualmente carica di smog e il
suono dei clacson è
onnipresente. Come a Mysore, gli edifici del centro trasmettono una
sensazione
di decadenza, di ammuffito. Sensazione confermata dalle prime stanze
che
vediamo in alcuni hotel sulla via principale, accompagnati da un
giovane tamil
che ci si è fatto incontro appena scesi della corriera.
Sathis ha venticinque
anni e il fisico minuto, una barbetta nera incolta a coprire il mento,
i
capelli lasciati crescere un po’ più lunghi della
normale moda indiana e la
carnagione parecchio scura, tipica della sua etnia. Parla un inglese
rudimentale ma efficace ed i suoi modi sono calmi, a tratti quasi
noncuranti.
D’istinto gli concedo una certa fiducia, chiedendogli di
aiutarci a trovare un
alloggio. Al quarto tentativo, dopo aver risalito uno dei tanti colli
intorno
al quale Ooty si è accresciuta, troviamo un posto con camere
ampie, luminose e
pulite, con in più le docce (due degli altri tre posti non
l’avevano, nel senso
che non avevano un posto dove lavarsi). L’acqua calda
c’è sola la mattina
presto, ma non possiamo di certo lamentarci. Con il passare del tempo e
della ricerca,
la compagnia di Sathis si fa sempre più apprezzare. Quando
sto per salutarlo, lasciandogli
una mancia per l’aiuto, mi si propone come guida per il
giorno successivo.
Contratto un po’ sul prezzo (1400 rupie per
l’intera giornata) e decido di accettare.
Il viaggio è stato pesante ed anche il
cambio
di temperatura ci ha un po’ fiaccato. Ci prendiamo il giusto
tempo per riposare
e poi, quando fuori è già calato il buio, ci
incamminiamo verso il centro in
cerca di un posto dove mangiare. La città ha una struttura
urbana davvero
caotica, essendosi sviluppata in modo tentacolare prima lungo le valli
fra le
tante colline presenti nella zona e poi sui versanti. Non è
facile orientarsi e
capire dove andare. Seguendo un po’ l’istinto
giungiamo comunque in centro,
dove troviamo aperti alcuni negozi, per lo più di tessuti e
gioielli. A parte
questi, che non m’interessano un granché (ma che
ovviamente attirano
l’attenzione delle due donne), ci sono dei negozietti che
vendono il famoso
cioccolato di Ooty: al primo assaggio appare assai buono.
Per
cena puntiamo al Sidewalk Café, un
ristorante indo-italiano celebre per preparare una deliziosa pizza.
Troviamo il
posto pulito ed accogliente, con personale giovane, cortese e
simpatico. La
loro pizza, rivista secondo i gusti indiani, non è affatto
male. Torniamo a
casa più che soddisfatti, camminando nel buio di una
cittadina che va a dormire
piuttosto presto. La notte è fresca e bisogna coprirsi.
Continua a piovere.
Martedì 29 dicembre – A spasso con Sathis Murgan
La mattina ci accoglie con un sole splendente
ed un cielo meravigliosamente azzurro, di quelli che raramente sono
dati vedere
in India a quote inferiori. Le nubi grigie del giorno precedente sono
solo un
impalpabile ricordo, come il loro deprimente effetto sui nostri animi.
La
giornata di trekking con Sathis ci appare ora più invitante.
Il giovane tamil
ci aspetta fuori dalla porta, appoggiato con noncuranza al muro, lo
sguardo
lievemente assente. È vestito come il giorno precedente: un
paio di scarpe da
ginnastica blu ai piedi, piuttosto sfatte, un giubbetto impermeabile
scuro di
qualche taglio superiore alla sua a coprire una camicia di cotone
turchese, un
paio di pantaloni di velluto marroni e delle grosse cuffie nera appese
al
collo.
Quando tutti sono pronti, prendiamo al balzo
la prima corriera che sale su per la montagna, mescolandoci alla gente
del
posto. In poco più di sette chilometri arriviamo a
Thalaikundha, un piccolo
gruppo di case posto alla testata di una valle boschiva lambita dalle
rive di
un lago. Il verde paesaggio è bello, anche a dispetto del
piccolo agglomerato
di case, che appare tetro e sporco. Lo abbandoniamo in fretta, seguendo
la
strada che costeggia il lago. Sathis è un tipo silenzioso,
che parla giusto lo
stretto necessario. Mentre gli altri rimangono spesso indietro, io gli
cammino ugualmente
a lato, riuscendo ad instaurare nel tempo una certa intesa. Il traffico
sulla
strada, anche se non intenso, ci induce a camminare nel bosco che la
circonda
da entrambi i lati. Non ci sono sentieri da seguire, ma solo
l’istinto di Sathis.
Vaghiamo così all’interno di un bosco di
eucalipti, impiantati sia per produrre
legname sia per ricavare dalle foglie l’olio profumatissimo
in vendita ovunque
a Ooty. Per produrre legname sono stati piantati anche dei pini non
autoctoni,
soprattutto in vicinanza del lago, che formano delle cupe pinete del
tutto
simili a quelle che si incontrano in Europa. Dopo aver dato uno sguardo
alle
rive del lago, dall’acqua verde che appare pura solo da
lontano (in realtà è
molto inquinata), continuiamo il nostro girovagare nel bosco a caccia
delle tre
specie di scimmie che vi dimorano. È un muoversi guardingo
sotto la volta degli
alberi che profuma intensamente d’avventura. Troviamo sia le
scimmie bianche
più piccole e curiose, a cui è facile
avvicinarsi, sia quelle nere più grandi,
che viste le dimensioni è meglio tenere a debita distanza.
Nessuna traccia
invece di quelle rosse, le più rare. Il tutto è
molto bello, e a tratti riesco
a godermi intensamente la camminata, ma c’è un
tarlo che continua a rovinare la
mia esperienza in bosco. Il problema ambientale è di stretta
attualità in
India, e lo sarà sempre di più in futuro.
Così com’è non può andare
avanti. Stanno,
neanche tanto lentamente, uccidendo il loro territorio. Non
è solo una
questione di rifiuti, che s’incontrano praticamente ovunque,
anche sparsi nel bosco,
ma soprattutto di un’idea stessa di territorio che non
esiste. Eucalipti e pini
non sono alberi di queste terre e la loro presenza massiccia
è un’autentica
oscenità ambientale. Che fine ha fatto la flora autoctona?
Dove sono le vere
foreste indiane? Purtroppo sono ormai confinate in piccoli spazi sempre
più
asserragliati dalla cieca bramosia di un qualche profitto momentaneo.
Questo
tarlo non riesco proprio ad ignorarlo.
Verso mezzogiorno torniamo indietro e
mangiamo qualcosa in riva al lago. Anche se invitato a mangiare con
noi, Sathis
preferisce mantenersi defilato, mostrandoci una timidezza ed una
riservatezza
che non gli avevo riconosciuto il giorno precedente. Dopo riprendiamo
la
corriera per tornare giù verso il paese, sorpassandolo.
Sathis ha intenzione di
farci fare un ampio giro su per delle stradine secondarie per
raggiungere una
fabbrica di tè che campeggia ben in evidenza sopra Ooty.
Lungo la camminata
passiamo a lato di una capanna fatta interamente di foglie di
eucalipto, al cui
interno si prepara l’olio con un procedimento ancora
rudimentale. Due vecchi
signori, probabilmente marito e moglie, ci accolgono con la consueta
gentilezza
indiana, facendoci accomodare su alcune panche all’interno
della capanna. Non
ci sono finestre e su tutto è gettato un’ombra
profonda, soprattutto se si
proviene dalla luminosa giornata esterna. Ci spiegano, grazie alla
traduzione
di Sathis, come fanno a produrre l’olio e ce ne fanno provare
qualche goccia.
Quando riprendiamo la strada in salita, il
tempo inizia lentamente a peggiorare, con nuvole grigie che vanno
sempre più a
conquistare ampie aree di cielo. Quando giungiamo alla fabbrica ci
troviamo in
mezzo ad una nutrita folla di indiani, giunti fin lì in
macchina lungo la
strada principale. Il capannone aperto al pubblico, stipato di persone
come
solo in India è possibile, nel piano superiore, quello a cui
si accede,
contiene una serie di cartelloni esplicativi sulla storia delle
piantagioni
delle Nilgiri Hills e di come si produce il tè. Al piano
inferiore si possono
invece vedere dal vivo le fasi della lavorazione, bere un ottimo chai (tè speziato al latte) e
comprare
il tè prodotto nella fabbrica. Fuori dal capannone ci sono
alcune bancarelle
che vendono olio di eucalipto e altre essenze. I miei compagni sono
abbastanza
consumisti da essere attratti da tutte le bancarelle, pronti ad
acquistare i
prodotti a man bassa. Io e Sathis in attesa ci scambiamo spesso degli
sguardi e
sorridiamo, non so se per la stessa cosa. Quando abbandoniamo la
fabbrica, ci
incamminiamo lungo una strada molto trafficata che s’inerpica
su per l’ennesimo
monte. Questa volta procediamo per tre chilometri in mezzo ad un
traffico
sporco e rumoroso, niente affatto piacevole. Purtroppo è
l’unica via per
raggiungere il punto più alto della zona, a quasi tremila
metri, che dovrebbe
offrire una visione splendida sulla città e su tutte le
Nilgiri Hills.
Purtroppo le nuvole hanno racchiuso il belvedere in un bozzolo grigio
che pare
sospeso nel vuoto. Nessuna visione è permessa, se non quella
della valangata di
indiani in vacanza che riempiono tutti i luoghi di una certa valenza
turistica.
Rientriamo a Ooty con un pick-up, con il cui padrone ci siamo accordati
lì sul
momento, e salutiamo Sathis con affetto una volta giunti a destinazione.
In
stanza nessuna doccia per ripulirci.
L’acqua gelida non è affatto invitante e la
temperatura esterna, più fredda del
giorno precedente, è un forte deterrente. Per cena optiamo
per un ristorante
indiano del centro che, a parte un ottimo tandoori
chicken, delude sia per gli altri cibi sia per il servizio.
Mercoledì 30 dicembre – Ooty Botanical Garden
Pur assonnato, corro rapido sotto la doccia
non appena mi sveglio, incurante del freddo pungente che già
da qualche ora ha
invaso la stanza. Devo cercare di sfruttare i pochi minuti mattutini in
cui mi
è concessa l’acqua calda. Poi posso tornare a
dormire, godendo del ritrovato
calore delle coperte.
Quando ci risvegliamo scopriamo nuovamente una
giornata soleggiata, con solo qualche nuvola sparsa in cielo. Con il
sole Ooty
sembra molto meno fatiscente e per certi versi appare quasi armoniosa.
Per
raggiungere il centro cambiamo strada, ritrovandoci su un prato verde
che digrada
lentamente fino ad una piccola stazione. Da lì parte un
famoso tratto
ferroviario a scartamento ridotto, eletto nel 2005 patrimonio
dell’umanità
dell’Unesco (Nilgiri Mountain Railway,
all’interno delle Mountain Railways
of
India) con la motivazione di “particolare esempio
di ingegnosa
progettazione di soluzioni per risolvere il problema della costruzione
di un
collegamento ferroviario su un terreno montagnoso”. Anche i
paesaggi percorsi
dicono essere stupendi, ma purtroppo da due mesi i viaggi sono stati
sospesi e
non si sa quando ripartiranno.
Al Sidewalk Café, dove ci dirigiamo per
colazione, facciamo la conoscenza di un signore inglese di mezza
età dalla
parlata lentissima. È un vecchio professore di egittologia
in pensione che
collabora con una scuola indiana, da qualche parte nel nord.
È lui ad avvicinarci
non appena ci sente parlare in italiano. Innamorato del Bel Paese,
nella breve
chiacchierata si lascia andare ad una serie di simpatiche espressioni
per
testimoniare la sua adorazione. “Vi detesto per quanto siete
fortunati” è di
sicuro la più bella e diventerà un leit-motiv
del viaggio nei giorni a seguire. Ci consiglia di andare a vedere il
giardino
botanico, ritenendolo un vero e proprio must
di Ooty. Così, appena usciti dal locale, con solo qualche
tentennamento sulle
bancarelle dei negozi che immancabilmente tappezzano le strade,
è proprio lì
che ci dirigiamo. E facciamo bene.
L’orto botanico è di gran
lunga la cosa più
bella che la città ha da offrire. Sul versante di un colle
è stato ricavato un
giardino tra i più belli che abbia mai visto, una gemma di
ordine e pulizia in
mezza alla caotica e sporca India montana. Il confronto con
l’esterno è a dir
poco imbarazzante e testimonia come basta veramente poco per dare
tutt’altro
aspetto a questa India urbanizzata sempre più decadente ed
invivibile. Un
contesto forse troppo “occidentale”, con una decisa
(direi quasi unica)
impronta anglosassone, ma alla lunga delle immondizie, degli odori
nauseabondi,
del suono imperterrito dei clacson, dello smog e di
quant’altro caratterizza
una città indiana non se ne può proprio
più. Un angolo armonioso in cui è
possibile rifugiarsi è un vero toccasana,
un’autentica panacea per l’animo.
Alla base della collina, ancora in piano, la
fanno da padrone i prati perfettamente tagliati, con solo qualche
albero sparso
a concedere un po’ d’ombra. Salendo lungo il
versante, le sembianze del
giardino si fanno sempre più simili ad un bosco, con alcuni
maestosi eucalipti a
farmi ricordare l’Australia. Alcune casette in stile inglese,
con le linde
facciate bianche e i balconi di legno e il tetto di lamiera dipinti di
verde,
emergono tra gli alberi, dando l’impressione di essere da
tutt’altra parte del
mondo. Disperse tra i viali, si incontrano anche delle vecchie serra di
vetro e
ghisa, con all’interno collezione vegetali discretamente
tenute. Entrati per dare
solo un’occhiata, rimaniamo nel giardino per oltre tre ore,
godendoci la rilassatezza
offerta dalle varie panchine poste un po’ ovunque e la calma
e silenziosa
atmosfera dei viali posti più in alto lungo il versante.
Sono molti gli indiani
che lo stanno visitando, ma la sua vastità li disperde tra
la vegetazione. Molti
di loro preferiscono stazionare nelle zone più accessibile
alla base del
versante, lasciando a noi quasi l’esclusivo piacere di
scoprire i luoghi più
nascosti.
Quando usciamo il sole ha già perso
parte del
suo potere e sta precipitando verso ovest. Ci concediamo qualche
acquisto nel piccolo
mercato tibetano antistante l’ingresso, dove vendono
perlopiù vestiti per
bambini, e in qualche altra bancarella lungo la strada che conduce alla
chiesa principale
di Ooty, posto al termine di una ripida scalinata. Il cristianesimo
è qui
abbastanza diffuso (Sathis è cristiano).
In
breve il buio ci avvolge e puntiamo per
cena nuovamente al Sidewalk Café, dove veniamo trattati come
qualcuno di casa. La
cordialità dei camerieri è totale e ci infonde
calore. Cena a base di pizza
indiana e sorrisi, con le immancabili strette di mano con tutti prima
di uscire
e tanti auguri di buona continuazione di viaggio. Fuori
l’aria si è fatta di
nuovo fresca, quasi fredda. Questa è Ooty.




















