Tappa numero 3, Dal 20 al 21 settembre 2015
Domenica 20 settembre – Prambanan
Il
capolinea della linea 1A della
Trans Jogja, che corre dal centro verso est per circa quindici
chilometri, è il
piccolo paesino di Prambanan, famoso per ospitare un complesso di
templi
induisti unico al mondo. Il viaggio in bus dura quasi un’ora,
ma è diretto, comodo
e poco costoso. L’ingresso dell’area archeologica,
sito Patrimonio dell’Umanità
fin dal 1991, è a pochi passi dal capolinea.
Il
recinto principale dei templi
è circondato da un enorme parco, anch’esso
all’interno dell’area a pagamento, a
sua volta circondato da un’altra area verde con ampi
parcheggi per corriere e
automobili. Camminando lungo la strada che conduce dalla fermata del
bus all’ingresso,
i templi appaiono quindi lontani e sono perlopiù coperti da
una vegetazione che
pare piantata appositamente per nasconderli. L’ingresso
all’area archeologica
presenta costi molto differenti tra indonesiani e stranieri, con prezzi
quasi
decuplicati per i secondi (per lo straniero sono 225.000 rupie, circa
14 euro).
Il complesso principale di Prambanan ospita una serie di templi
maestosi, la
cui veduta d’insieme, che si può ammirare dopo
pochi minuti di cammino
dall’ingresso, è di quella da favola. Otto templi
principali, racchiusi in un
recinto rettangolare rialzato dal piano di campagna, svettano sulla
vegetazione
e si stagliano nell’azzurro del cielo con forme appuntite e
slanciate, toccando
i 47 metri d’altezza con il centrale tempio di Shiva,
considerato la massima
espressione dell’arte induista di tutta l’Indonesia
(in realtà, pur essendo principalmente
un tempio induista, presenta anche alcuni aspetti buddisti). Prambanan
fu
costruito a metà del IX secolo d.C. e, quando negli anni
’30 iniziarono i
lavori per riportarlo alla luce, il sito era praticamente in rovina, si
dice a
causa di un forte terremoto del 1600 che lo devastò
completamente. Più che di
un lavoro di restauro si dovrebbe parlare quindi di una vera e propria
ricostruzione, che a oggi ha interessato i templi interni al recinto
(otto
principali e otto di piccole dimensioni), ma non ancora i tantissimi
piccoli
templi che circondavano in origine il recinto (si parla di
più di duecento
tempietti). Ora nell’area esterna si distende un immenso
cimitero di pietre che
sono lì in attesa di essere utilizzate, come tante montagne
di lego pronte alla
bisogna.
I
tre templi più grandi sono
dedicati alle divinità più importanti del
pantheon induista. A Shiva è dedicato
il tempio più grande, quello centrale, con quattro camera
sopraelevate a cui è
possibile accedere attraverso strette scalinate rivolte lungo i punti
cardinali. A est si trova la camera più grande, con al
centro la statua di Shiva
ritratto con quattro braccia sopra un fior di loto, verso nord
c’è una statua
di sua moglie Durga, a ovest il figlio Ganesha, dall’enorme
testa d’elefante, e
a sud una statua di Agastya, un’incarnazione di Shiva come
maestro divino. Le
scale, prima di far accedere alle camere rialzate, conducono a un
camminamento a
cinque metri d’altezza che gira tutto intorno al tempio.
Lungo il camminamento
sono scolpite varie fasi della vita di Shiva. Ai lati del tempio
centrale ci
sono i due templi gemelli di Brahma e Vishnu, altri entrambi 33 metri.
Sono una
copia più piccola del grande tempio centrale e presentano
una sola camera
superiore e una sola scalinata per accedere al camminamento. Di fronte
ai
templi principali ci sono altri cinque tempi più piccoli, di
cui tre
posizionati proprio di fronte agli ingressi dei tre templi principali
che si
pensa fossero dedicati ai loro animali sacri. Nandi il toro per Shiva,
Garuda l’uccello
per Vishnu e Hamsa il cigno per Bhrama. Questi due ultimi tempi furono
ricostruiti in modo ipotetico, visto che l’unico di cui
furono trovate tracce fu
quello centrale di Nandi. Sicuramente, come da tradizione
indù, i templi
dovevano essere coloratissimi all’epoca della costruzione.
Quello che invece
possiamo vedere adesso è una pietra scura che fa sembrare i
templi come sagome
nere stagliate contro un cielo uniformemente celeste. Si sa
così poco della loro
storia antica che difficilmente si può immaginare cosa
rappresentassero e di
come fossero centrali nella vita del popolo che le costruì.
Già pochi anni dopo
la loro costruzione, meno di un secolo, i giavanesi indù si
trasferirono verso Java
est, di fatto abbandonando il sito di Prambanan.
Dopo
aver vagato in ogni dove,
intorno, sopra e dentro i templi, quando il sole comincia davvero a
picchiare
decido di starmene seduto sotto uno dei pochi alberi presenti nel
recinto
principale. Qui faccio due chiacchiere con una famigliola (padre, madre
e figlioletto
di 21 mesi) di Solo. Il padre vorrebbe una mia foto con il figlioletto,
magari una
in cui è seduto direttamente sulle mie gambe, ma il piccolo,
giustamente, non
ne vuole sapere e dimostra tutta la sua volontà con sonore
urla. Così la foto
la faccio con la madre che tiene stretto a sé il
figlioletto. Saranno in molti che
nel prosieguo della giornata mi chiederanno di posare con loro per una
foto. Un
po’ come in India, lo straniero occidentale è
visto come un portafortuna. I
loro approcci sono puliti, puri, senza malizia, con quella voglia di
conoscere il
diverso tipica delle persone leggere, non appesantite da inutili paure.
È quasi
un piacere accontentarli.
Riparto
alla scoperta del sito
principale quando il sole attenua la sua potenza. Il sole
più clemente dona un
colore nuovo alle vecchie pietre di Prambanan: prima uniformemente
scure, ora
più diversificati in tonalità di grigio, con gli
iniziali riflessi rutilanti tipici
del tramonto. Verso occidente le tre torri principali cominciano a
risplendere
di vita propria, alternando sulle superfici un puzzle di
tonalità ammalianti.
Quando abbandono i templi del complesso principale, non faccio altro
che girarmi
indietro a osservarli, spinto dal continuo piacere che la loro visione
offre,
ma anche dalla sensazione di non aver completato il mio rapporto con
loro. Sono
quasi quattro ore che mi aggiro alla loro base o inerpicato sulle loro
vecchie
pietre, ma non sento di avere avuto tutto quello che cercavo. Scopro di
cosa si
tratta quando giungo al Candi Sewu, un complesso di templi buddisti che
sorge
poco distante da Prambanan. Il Candi Sewu è
anch’esso di forma quadrata, con al
centro il tempio principale (di piccole dimensioni se confrontato con
il
gigante vicino) circondato da quattro serie di tempietti presenti
veramente in
gran numero (il Candi Sewu è conosciuto anche con il nome di
“Mille Templi”). In
ogni lato del vasto complesso di templi c’è un
ingresso protetto da coppie di
giganti di pietra, dei Dvarapala, guardiani di natura demoniaca,
generalmente
armati di lance o mazze, con funzioni protettive. I lavori di restauro,
o
meglio di ricostruzione, continuano. È stato ricostruito
completamente il
tempio centrale e qualche tempio periferico, il resto sono cumuli di
pietre
disposte ordinatamente a emulare i vecchi templi. Il Candi Sewu
è anch’esso
vecchio di oltre mille anni. Certamente è molto meno
imponente e attrattivo del
vicino Prambanan, ma è lì che ritrovo
quell’atmosfera di pacifica
contemplazione che prima mi era mancata. Sarà per la quasi
totale mancanza di
altri visitatori o forse per un clima che si è fatto
più gradevole e con una
luce del sole più tenue che esalta le forme invece di
appiattirle, ma camminare
tra le rovine del Candi Sewu è una passeggiata
nell’estasi. Qui ritrovo tutta
quella leggerezza che vado cercando. Mi siedo sulle vecchie pietre di
uno dei
templi periferici, sul lato occidentale del grande tempio centrale, e
mi faccio
cullare dalla sua immagine, fatta di scale ripide che si elevano verso
il cielo.
Lì trovo la quadratura del cerchio del mio giorno a
Prambanan. Mi approprio di un
autentico momento di serena e rilassata pace contemplativa.
Abbandonato il Candi Sewu, mi reco per una brevissima visita al museo di Prambanan, ospitato in un edificio in stile giavanese fatto di ariosi pendapo uniti tra loro da delicati porticati di legno. Infondono all’animo una sensazione durevole di armonia tropicale. Al tramonto saluto Prambanan con le ultime fugaci visioni dei grandi templi e mi reco alla fermata del bus con la consapevolezza di aver appena vissuto una giornata memorabile.
Lunedì 21 settembre – Borobudur
Lungo JL Sosrowijayan
s’incontrano svariate piccole agenzie
turistiche che propongono un set completo di tour in partenza da
Yogyakarta: ci
sono offerte per il vicino Prambanan fino al lontano Bromo. Tra i vari
tour
proposti, il Borobudur Sunrise
è
l’unico che da subito ha attratto la mia attenzione. Anche se
sono normalmente
allergico ai viaggi organizzati, anche quelli di poche ore, vedere
l’alba dalla
cima di quello che è considerato il più bel sito
archeologico di tutta
l’Indonesia mi è sembrata da subito una buonissima
idea. Ed è così che mi
ritrovo a viaggiare alle tre del mattino in macchina insieme a un
silenzioso indonesiano
per strade che non sono per nulla trafficate, cosa piuttosto rara in
quest’isola sovraffollata.
Il viaggio corre veloce verso nord-ovest e ci vuole
circa un’ora per
giungere nei pressi di Borobudur. Circa 1200 anni fa il regno buddista
dei
Sailendra, che all’epoca governava la parte meridionale
dell’isola di Java
centrale, decise di erigere questo tempio mastodontico come luogo di
culto che
riassumesse in se un po’ tutti i concetti della loro
religione. A differenza
del vicino e leggermente più giovane Prambanan, Borobudur
non si spinge molto
in altezza, raggiungendo appena i 34 metri nel punto più
alto, ma si estende di
molto in piano, avendo una pianta quadrata di oltre 100 metri per lato.
Ma i
numeri non possono spiegare l’idea di colossale che il sito
trasmette, accentuato
anche dal fatto che si erge a coprire la sommità di una
bassa collina. Da
qualsiasi parte gli si avvicini, si arriva dal basso e si è
coperti dalla sua
nera mole. Quando giungo ai suoi piedi è ancora buio e solo
delle flebili luci
ne delimitano la sagoma. Il biglietto per accedere all’area
archeologica per
ammirare l’alba della cima del tempio, il Borobudur
Sunrise per l’appunto, costa molto, almeno per i
canoni indonesiani (380.000
rupie, circa 26 euro). Ugualmente richiama una grande
quantità di turisti. Non
siamo pochi infatti ad attestarci sull’ultimo livello in
attesa dell’alba, ma
comunque sempre pochi rispetto a quanti ne arriveranno non appena il
sito
aprirà veramente al pubblico. Sarà poi che il
buio incute un certo timore, o che
l’alba è vista da tutti come un momento magico da
trattare con i guanti, ma tutti
parlano a bassa voce, o non parlano affatto, lasciandosi trasportare
dall’atmosfera
eterea di queste prime ore del giorno. Non passa poi molto che il cielo
comincia a schiarirsi, rivelando le vicine montagne e le pianure
alberate di
palme ancora immerse in una sottile e bassa nebbiolina. Il tutto appare
tra le stupa
a campanella che sormontano gli ultimi tre livelli circolari del
tempio. Le
fotografie si sprecano, alla ricerca dello scatto perfetto che catturi
la magia
rosea che ci avvolge. Poi, dopo la luce arriva il sole, e siamo tutti
lì a
fotografarlo, chi con macchine professionali su magnifici cavalletti,
chi, come
me, con una banale automatica. Torno sui miei passi per ammirare il
tempio dal
basso, così superbamente illuminato dalla luce del sole
nascente, ma è talmente
grande che è quasi impossibile riuscirci in modo degno.
Il monumento fu concepito come la visione buddista
del cosmo tradotta in
pietra, partendo dal primo livello a base quadrata che rappresenta la
vita
nelle spirali del desiderio, continuando nei successivi altri cinque
livelli,
sempre a base quadrata, che rappresentano la progressiva emancipazione
dai
sensi, e terminando nelle già citate ultime tre terrazze a
forma circolare che simboleggiano
il cammino progressivo verso il definitivo nirvana. Lungo i primi
livelli è
possibile percorrere camminamenti costellati di statue di Buddha in
svariate
posizioni e pannelli di pietra, oltre un migliaio, che narrano la
storia del
raggiungimento della perfezione. È proprio lungo questi
camminamenti che mi
sposto ritornato sul tempio, girando in senso orario come dettato dalla
fede
buddista, per poi approdare nuovamente in cima, tra le stupa a forma
graticolare
con dentro altre statue di Buddha. In lontananza, verso nord, riesco a
intravedere le forme del Merapi, il vulcano più attivo
dell’Indonesia. È solo
una confusa sagoma avvolta nell’eterna foschia che avvolge le
pianure
indonesiane, ma quel cono perfetto attira il mio sguardo e la mia
contemplazione, così inquadrato tra le bellezze di
Borobudur. Il sito fu
abbandonato pochi anni dopo il suo completamento e sono in molti a
pensare che
il motivo sia stata una devastante eruzione del temibile vulcano.
La vastità orizzontale di Borobudur fa sì che non sia così facile darle forma attraverso una fotografia o un video. È forse anche per questo, per non avere la consapevolezza di aver fatto lo scatto perfetto, quello in grado di riassumere in modo completo la bella esperienza di una visita a questo vero e unico Patrimonio dell’Umanità, che quando giunge l’ora di andarmene, dopo quasi quattro ore che vago tra queste vecchie pietre nere che cominciano ad ardere sotto i raggi del sole, sento di non aver concluso nel modo adeguato il mio rapporto con lui. Purtroppo le persone stanno giungendo a frotte e il sito si sta riempendo ogni momento di più. Nei giorni di maggior afflusso possono accedere al tempio quasi 90.000 persone, una cifra pazzesca che sta mettendo in seria difficoltà il monumento stesso. Quello che non ha fatto il tempo, potrebbero farlo in pochi anni i milioni di turisti che lo visitano. Ma il momento di piacere contemplativo che forse vado cercando lo ritrovo al Manohara Resort, il complesso di padiglioni stile giavanese che ospita il Centro Studi di Borobudur e che è il punto da cui parte il Borobudur Sunrise. Questi padiglioni di legno, leggeri ed eleganti, immersi nella pace dei prati ai piedi della collina del tempio, sono quanto di meglio ci si possa aspettare da questa Java eccessivamente abitata. Pace, armonia, equilibrio, un mix tropicale d’altri tempi che ho vissuto nel Kraton, al museo di Prambanan e qui ora al Manahora. Forse non si è capito, ma questo modo di utilizzare lo spazio abitativo mi piace un sacco.




















