Tappa numero 5, Dal 23 al 25 settembre 2015
Mercoledì 23 settembre – Bromo
Quando
penso alle strade giavanesi
mi vengono in mente i bambini, spesso anche neonati, portati a spasso
nel
traffico in motorino in mezzo al padre e la madre, chiaramente senza la
protezione del casco. Ogni volta provo un balzo al cuore per la loro
sorte,
così esposti ai tanti pericoli della strada che io stesso ho
sperimentato la
sera precedente.
Poco
prima di mezzanotte parto
con un treno executive per Malang, un viaggio di circa sei ore su un
treno
comodo, pulito e in perfetto orario (costo poco più di
200.000 rupie, circa
13,5 euro). Dormo assai bene, anche se la luce del vagone non
verrà mai chiusa
(per fortuna avevo una mascherina paraocchi). A passare a controllare i
biglietti sono in quattro, due guardie, il controllore e uno che annota
l’avvenuto
controllo. In più ci sono due hostess molto carine, vestite
di turchese, che
servono cibo e bevande a pagamento.
Giungo
a Malang alle quattro del
mattino. Davanti la stazione c’è un po’
di vita, con i soliti tassisti e
conduttori di becak con il sorriso
sdentato
pronti a offrirti un passaggio. La notte è piacevolmente
fresca e le strade
deserte sono un invito alla scoperta. Nel girovagare ramingo in cerca
di un
posto da dormire arrivo all’Helios Hotel.
All’ultimo piano c’è un ostello per backpacker, ma non hanno posto.
Nell’albergo
sottostante vado a pagare 200.000 rupie a notte per una stanza doppia
piuttosto
confortevole e bagno pulito e spazioso. L’esterno della
stanza da su una
terrazza che corre tutto intorno lo spazio aperto interno
all’edificio, il che le
conferisce un certo che di arioso.
Nei
pressi dell’ingresso dell’hotel
c’è l’ufficio dell’omonima
agenzia turistica, nel quale mi reco verso metà
mattinata. Mia intenzione è quella di prenotare un tour
verso il vulcano Bromo
per l’alba dell’indomani, con partenza da Malang a
mezzanotte (l’escursione non
è economica: 650.000 rupie, quasi 45 euro). Ho
già acquistato il biglietto
quando una bionda alle mie spalle mi chiede se sono interessato a
unirmi al
loro gruppo per vedere il tramonto sul Bromo. Cerca di convincermi
dicendomi
che all’alba c’è un sacco di gente
mentre al tramonto ce ne saranno sicuramente
meno. Più delle sue parole e del suo bel sorriso, vengo
convinto dalla parola “tramonto”,
che preferisco di gran lunga a “alba”. Accetto
senza pensarci troppo e alle undici,
il tempo di comprare qualcosa da bere e da mangiare, siamo pronti per
partire.
A viaggiare con me ci sono tre ragazze tedesche, Karina la bionda di
Monaco, Hanna
la castana di Bonn e Sabrina la mora di Norimberga, più un
altro ragazzo
tedesco, Matthias di Berlino, che si aggrega solo per il tratto di
andata,
avendo intenzione di fermarsi per la notte a Cemoro Lawang, il paesino
che
sorge sui bordi del vasto cratere del Tengger, al cui interno si trova
il Bromo.
Il
viaggio di circa tre ore inizia
sulla strada trafficata che conduce verso Surabaya, talmente intasata
che ci
mettiamo oltre quaranta minuti solo per uscire da Malang (sono davvero
troppi
in quest’isola). Facciamo tutti tempo a dormire prima di
veder cambiare
qualcosa nel paesaggio sempre troppo urbanizzato. Non si nota mai una
discontinuità evidente alla fila di costruzioni. Per
cominciare ad ammirare i
campi dobbiamo abbandonare la grande arteria per Surabaya e inoltrarci
verso
est in direzione delle montagne. A questo punto la strada, anche solo
impercettibilmente, inizia a salire. A Java est i campi appaiono molto
più
secchi rispetto alle altre parti dell’isola: i raccolti sono
già stati mietuti
e sono pochi i campi irrigati ancora verdi. La sensazione di arido che
trasmette il paesaggio mi ricorda l’Africa sub-sahariana. La
strada intanto
comincia a salire, si fa più ricca di curve e il traffico si
fa meno intenso.
Continuano ad alternarsi paesini e campi di stoppie e terra rossa,
questa volta
in un’alternanza che porta alla mente un barlume di bucolico.
A non cambiare è la
vita che ferve ai lati e dentro la strada. Motorini continuano a
sfrecciare
lungo le discese che si fanno davvero ripide, bancarelle dove si cucina
e si
mangia ci scorrono a lato, come qualche focolare acceso a terra per
cucinare
pannocchie o spiedini di carne. Intanto la strada sale sempre
più, con a tratti
rampe ripidissime e tornanti molto stretti. Il paesaggio a quel punto
cambia
completamente, perché ai campi arati si sostituiscono
versanti con pendenze
proibitive dove comunque si cerca di coltivare tracciando una griglia
di
sentieri che diminuiscono un po’ le pendenze, creando sottili
strisce di terra
riportata. I colori dominanti sono il marrone delle terra e il giallo
della
vegetazione rinsecchita. Come mi spiegherà
l’autista, è così per la stagione
secca: durante la stagione umida l’intera montagna risplende
di un verde
brillante. Faccio quattro chiacchere con lui quando ci fermiamo per
cambiare
mezzo di trasporto. Per le sabbie del deserto all’interno
della caldera del Tengger
serve una jeep 4×4. Aspettiamo circa mezz’ora
l’autista che ci condurrà fin
sotto il Bromo, chiacchierando un po’ anche con gli altri
compagni di viaggio,
tutti un po’ preoccupati perché il sole si
è di colpo coperto e nuvole scure si
stanno piano piano appropriando della cima della montagna. Da dove ci
siamo
fermati ci vuole ancora mezz’ora per raggiungere Cemoro
Lawang, il paesino che
sorge proprio sul bordo del grande cratere del Tengger,
un’immensa caldera con un
diametro di oltre 10 chilometri. Al suo interno, su un pianoro duecento
metri
più in basso, si sviluppa una distesa sabbiosa da cui si
alzano all’improvviso
i coni vulcanici del Batok e del Bromo, il primo con un cono quasi
perfetto
caratterizzato da evidenti costolature, il secondo più basso
e con un ampio cratere
da cui sale un perenne pennacchio di fumo bianco. La piana sabbiosa
è
conosciuta con il nome epico di “Mare di sabbia” (Segara Wedi in bahasa indonesia). Il
bordo del cratere del Bromo si
trova neanche cento metri dalla base della piana e una lunga scalinata
di
cemento è stata costruita per facilitare l’ascesa,
altrimenti complessa per il
fondo poco coerente e franoso. Alla sua base hanno costruito un tempio
induista
(i tengger, il popolo della regione, sono induisti) chiuso
all’interno di un
recinto di pietra.
Appena
arriviamo nei suoi pressi
alcuni cavalieri cominciano a correrci dietro, incitando la cavalcatura
con
urla e schiamazzi vari. Quando la jeep si ferma, i cavalieri scendono
rapidi da
cavallo e si assiepano tutti sul retro, aspettando di proporci una
cavalcata o
un semplice passaggio di poche centinaia di metri fino alla base della
scalinata. Tutti lì a bloccare l’uscita, con il
volto coperto dal foulard per
non respirare la polvere del Mare di sabbia, per un attimo ci fanno
piombare in
una scena da Sahara berbero. Un nugolo di tuareg indonesiani che incute
un po’
di timore per l’impeto con cui si sono gettati addosso alla
jeep. Decidiamo
comunque tutti e cinque di proseguire a piedi, camminando in salita in
un
paesaggio quasi lunare dove solo qualche sparuto cespuglio coperto di
polvere riesce
a sopravvivere. Fa fresco e una fine pioggerella ci bagna. Sono solo
poche
gocce per nulla fastidiose e che scompaiono subito. Così
immerso nelle nuvole e
in una fine foschia, il vasto cratere del Tengger assume
un’atmosfera eterea,
fuori del tempo. Mentre salgo immortalo più volte il
panorama, attratto
soprattutto dalle forme del vicino Batok. Purtroppo verso sud si
stagliano
numerose nuvole e non è possibile riconoscere il Semeru, la
cima più alta di
Java e uno dei suoi vulcani più attivi. Ma quando giungo sul
bordo del cratere
tutta l’attenzione è per quello che accade
lì sotto, un fermento continuo di
fumi sulfurei e gorgoglii udibili chiaramente da dove mi trovo. Non ero
preparato a vedere una simile smisurata attività vulcanica e
ne rimango
allibito (e anche un po’ spaventato). All’interno
del cratere le pareti
scendono giù ripide verso il fondo, buio e pieno di fumi che
salgono minacciosi
dal basso. Appena sopra le scale, un parapetto in cemento corre lungo i
bordi
del cratere, dando una certa sicurezza a chi vuole ammirarlo. Ma si
possono raggiungere
anche punti dove il parapetto si interrompe e qui è bene
stare attenti a non
mettere un piede in fallo. Siamo veramente in pochi lassù e
ciò permette di
potersi realmente godere il momento nel modo più
appropriato. Ogni tanto i fumi
sulfurei sono spinti verso di noi e bisogna coprirsi il volto.
L’odore di uova
marce, che comincia a percepirsi ben prima di raggiungere il bordo del
cratere,
diventa a quel punto avvolgente e insopportabile. Il vento comunque ci
sferza
il viso rendendo l’aria respirabile. Rimaniamo in compagnia
di quel cuore
pulsante della terra per oltre mezz’ora, poi decidiamo di
scendere per provare
ad ammirare il tutto da uno dei punti panoramici arroccati sul bordo
della
grande caldera. La pista lungo il mare di sabbia è
delimitata da una serie di
pietra le une in fila all’altra e a un tratto si deve guadare
il letto di un
fiume fantasma, che scorre serpeggiando giù dalle ultime
pendici del Bromo.
Giunti sul bordo della caldera ci fermiamo per osservarla: il Batok
è ancora
ben visibile, anche se sfumato dalla fine foschia, mentre il Bromo
è solo un
altro fantasma in questo mondo di nubi e nebbie. Pur con un certo
fascino dato
dalle nuvole che piano piano si stanno impadronendo di tutto lo spazio
e dalla
foschia eterea che stende un manto magico sulle forme, la mancanza del
sole
rattrista un po’ tutti. Chiediamo alla guida di essere
portati in un altro
punto panoramico e ci arriviamo dopo una corsa su e giù per
il territorio
nervoso e ripido che circonda Cemoro Lawang e una camminata di neanche
10
minuti su per una strada molto ripida. Ci siamo solo noi e il paesaggio
lunare non
è cambiato. Ho modo di scambiare due brevi chiacchere con la
guida che ci ha
seguito fin lì e da quello che capisco in questo periodo
è sempre così nuvoloso
nel pomeriggio e verso sera. È la mattina che il cielo
è limpido. Affollato ma
limpido, oppure deserto e nuvoloso? Forse avrei preferito il primo.
Torniamo
in macchina comunque non
troppo abbattuti perché l’esperienza è
stata comunque bella. Salutiamo Matthias
e torniamo dove avevamo preso la jeep. Cambio di mezzo e di autista e
cominciamo la lunga discesa verso Malang. Prima però ci
fermiamo a cenare in un
piccolo ristorante ai bordi della strada. Qui facciamo la conoscenza di
un
indonesiano che gira tutto il suo paese per immortalare fotografie di
vulcani
in eruzione. Ci mostra alcune foto davvero eccezionali.
L’eruzione del Bromo
che nel 2009 estese uno spesso manto di cenere su tutta
l’area, quella più
recente del Merapi, quelle frequenti del figlio del Krakatau. Sono
forse queste
ultimi le più belle, con il piccolo vulcano rutilante
fotografato dalla vicina
isola di Rakata.
Ceniamo
piuttosto bene, pagando pochissimo,
in una tipica atmosfera indonesiana. A quel punto risaliamo in macchina
e come
ci dice la stessa guida, abbiamo tutto il tempo di dormire. In
realtà rimango
sveglio per quasi tutto il viaggio, in qualche modo affascinato e
preoccupato
da cosa avviene lungo la strada. Sulle strade di Java non esiste la
confusione
anarchica che avevo visto in India, ma comunque le regole stradali sono
spesso
non rispettate. La moltitudine di motorini che corrono ai lati delle
macchine è
esorbitante (in Indonesia si vendono 20.000 motorini al giorno), le
macchine
superano indifferentemente a destra e a sinistra, i camion non sono
consapevoli
delle loro dimensioni e si comportano come le macchine. Guidare per le
strade
di Java richiede una continua attenzione per tenere
sott’occhio tutti e tre gli
specchietti retrovisori. Un continuo accelerare e frenare, senza mai
molti
attimi di pausa. Nelle tre ore per rientrare a Malang vediamo due
incidenti di
piccola entità e una moltitudine di azioni spericolate e
pericolose, quasi da
non sorprendermene più alla fine. Quando giungiamo a Malang
è ormai molto tardi
e devo portare con me a letto una tremenda voglia insoddisfatta di
farmi una
birra.
Giovedì 24 settembre – Malang
Mi
sveglio con in corpo una certa
spossatezza nostalgica: non ho una grandissima voglia di scoprire il
mondo
nuovo che mi attende oltre la porta, mentre sento forte la mancanza
delle
creaturine che ho lasciato in Italia. È con questo fiacco
stato d’animo che mi
appresto alla colazione, servita all’aperto e
perlopiù pensata per gli
indonesiani, che a colazione mangiano più o meno le stesse
cose che mangiano a
pranzo e a cena (nasi e mie goreng
su tutti). Poco prima di uscire dall’hotel scopro che
è festa nazionale: Idul Adha,
la Festa del Sacrificio, una
delle più importanti del mondo islamico. Infatti ritrovo le
strade
particolarmente deserte, almeno per i canoni di Java, e nei parchi che
sorgono
un po’ in tutto il centro città si vedono
gironzolare famiglie intente a
rilassarsi. Malang è una città piuttosto verde,
con più parchi urbani e viali
alberati rispetto a Jakarta e Yogyakarta. L’impressione
generale è quella di
una città più a misura d’uomo. Malang
si trova a un’altitudine di circa
cinquecento metri sul livello del mare, fatto che rende il suo clima
più mite e
fresco rispetto alle afose città della costa. Proprio per
questo gli olandesi
ne avevano fatto un’importante città per i loro
affari nella regione. Il centro
città è rappresentato dall’Alun-alun Tugu,
un grande spiazzo circolare attorniato da imponenti edifici coloniali
dalle
pareti bianco candido e tetti rosso mattone (tra cui il Balai
Kota, il municipio) ed enormi alberi con la chioma a
ombrella. All’interno dell’ampia rotonda stradale
che occupa per intero lo
spiazzo, c’è un piccolo parco verde con qualche
albero sparso e delle
composizioni di enormi fiori di plastica e metallo illuminate la sera.
Al
centro, a circondare il nero obelisco simbolo di Malang, una vasca
acquatica ospita
centinaia di ninfee con i fiori rosa chiusi alle prime ore del mattino.
I prati
perfettamente tagliati della piccola area verde sono un luogo piacevole
dove
fermarsi per una sosta.
Nei
pressi di Alun-alun Tugu, un
fiumiciattolo scorre
in basso lungo una fenditura della piana su cui è costruita
la città. Alcune
persone officiano non so quale cerimonia immersi fino alle ginocchia
nell’acqua
evidentemente molto sporca. Baracche di lamiera si aggrappano alla riva
rocciosa del rio, le une sopra le altre, avvinghiate nel poco spazio
loro
concesso. La povertà dei loro abitanti stride sonoramente
con l’opulenza dei
centri commerciali onnipresenti in ogni città di Java, con
le macchine, i
ristoranti e gli alberghi di lusso che punteggiano le vie della
città anche
solo a pochi metri da loro.
Oltre
il piccolo fiume raggiungo
un’altra grande piazza alberata di forma quadrata, Alun-alun Malang. Sul lato nord fanno
bella mostra di sé, una in
parte all’altra, una moschea e una chiesa cristiana, in un
gemellaggio che
appare ancora possibile. Gli indonesiani sono sì molto
religiosi, ma vivono
questo aspetto della loro vita con estrema rilassatezza. La tolleranza
religiosa è un carattere radicato nella maggior parte dei
popoli del grande
arcipelago. Le tante panchine dell’area verde sono un invito
a sedersi per osservare
le giovani coppiette che se ne stanno mano nella mano sedute
sull’erba a chiacchierare,
o le famiglie con i bambini che scorrazzano avanti e indietro, o i
gruppi di
adolescenti che bivaccano in circolo ridendo in continuazione.
Quando
mi alzo da lì non so ancora
bene come portare avanti questa giornata. Oltre all’atmosfera
rilassata, Malang
non sembra offrire poi molto per una giornata a spasso per le sue vie.
Stancamente mi dirigo verso una strada che dovrebbe essere piena di
belle ville
coloniali (Jl. Besar Ijen). Ritrovo una strada a doppia carreggiata con
imponenti file di palme che fanno tornare alla mente i Boulevard di
Hollywood e
Beverly Hills, ma con case perlopiù moderne e strette le une
alle altre dietro
recinzioni piene di oggetti acuminati. Insomma, niente di veramente
piacevole. Sono
proprio lì che comincio a pensare di tornare
all’albergo, che imbocco una via
stretta tra un piccolo parco sulla destra pieno di giochi per bambini e
un
susseguirsi di baracche di compensato sulla sinistra dove si vendono
frutta o
altri generi alimentari. Oltre le baracche si appropriano della vista
le alte
chiome degli alberi del Hutan Kota
Malabar, un altro parco nel cuore della città.
Tutto d’un tratto mi sento
di nuovo bene, solleticato dall’atmosfera di pace tropicale
che persiste sulla
via. Verso la fine della strada un paio di restò immersi nel
verde mi attirano
come una calamita con il ferro. Mi ritrovo così seduto negli
ampi spazi interni
del Ladang Coffee, un locale specializzato in degustazione di
caffè, vera
istituzione a Java, dagli arredi retrò e dal sapore
genuinamente coloniale. Nel
menù ritrovo il famigerato caffè luwak (kopi
luwak), quello prodotto con chicchi di caffè
mangiati, digeriti e defecati
dallo zibetto comune delle palme. Uno dei caffè
più cari al mondo, dal gusto
poco amaro, una persistenza di floreale e un retrogusto di cioccolato.
Inizialmente
i semi di caffè erano raccolti solo dagli escrementi di
animali selvatici, poi,
visto i grossi introiti ottenibili soprattutto nei mercati giapponese e
americano, in tutto il sud-est asiatico sono sorti allevamenti
intensivi di
zibetti tenuti in gabbia in condizioni disumane e alimentati
forzatamente con
una dieta povera fatta solo di chicchi di caffè. Solo negli
ultimi anni si sta
facendo strada una nuova coscienza animalista che induce molti
produttori a
ritornare alle origini (si possono trovare confezioni di
caffè luwak con
riportata la dicitura “solo caffè raccolto da
animali selvatici”). Gli
preferisco comunque un più tradizionale succo
d’ananas, che mi assaporo scrivendo e osservando una gabbia
di parrocchetti posata
in giardino. Per la prima volta nella giornata mi senti rilassato e in
pace con
me stesso e con questa grande isola caotica. Mi faccio cogliere
dall’imbrunire
che sono ancora lì piacevolmente seduto, totalmente immerso
in una tradizionale
giornata di festa e relax giavanese.
Venerdì 25 settembre – Si torna indietro
Mi sveglio pimpante ed energico, anche se ho da
affrontare solo una
giornata interlocutoria che mi ricondurrà di nuovo a
Jakarta, dove mi aspetta l’ultima
intensa avventura di questo breve ma intenso viaggio indonesiano: il
Krakatau.
L’aeroporto di Malang è
piccolo e serve aerei diretti solo verso la
capitale. Le sue dimensioni lo rendono quasi a conduzione famigliare:
le
operazioni d’imbarco sono molto tranquille e informali. Volo
con la compagnia
di bandiera nazionale, la Garuda, che per poco meno di cinquanta aereo
mi
garantisce un volo dall’ottimo servizio e una maggiore
sicurezza. Si poteva
spendere di meno (con un risparmio fino a 15 euro), ma molte compagnie
aeree
indonesiano sono “listate a nero” per i canoni
europei… meglio non rischiare.




















