Tappa numero 6, Dal 25 al 27 settembre 2015
Venerdì 25 settembre – Di nuovo a Jakarta
(segue)…
Di nuovo nella capitale.
Mi ci sento già più a mio agio rispetto a una
settimana prima. Sette giorni di
confusione giavanese sulle spalle mi ha reso più incline ad
accettare questa
grande metropoli asiatica, questo mostro tentacolare che inghiotte
tutto ciò
che incontra, compresa la vita dei suoi numerosi abitanti. Il traffico
non mi
pare neanche così caotico e inaccettabile.
Ugualmente
superare l’ingresso
dei Pavillion Apartment
è come
oltrepassare un portale spazio-temporale: fuori confusione, dentro
tranquillità, fuori odori maleodoranti, dentro profumo di
fiori. Mi faccio
accogliere dalla pace dei Pavillion
e
della casa di Chris e Vani, rioccupando la stanza che mi è
stata gentilmente
offerta con tutto il mio bagaglio sporco e impolverato. Lì
ritrovo solo Lucas
in compagnia della governante indonesiana. Mi sostituisco a lei nei
giochi con
il piccolo, così che possa portare a termine il riordino e
la pulizia dell’appartamento
e, anche se il bambino e i giochi sono diversi, mi pare di essere
tornato a
casa.
Dalla
grande vetrata del salotto
si ammira una visione cristallizzata di Jakarta, con i grattacieli del
centro
sfumati dall’eterna foschia e i grandi spazi aperti di un
cimitero che sorge
appena al di là della strada. Proprio perché dove
sorgono i Pavillion Apartment era
una vasta zona
cimiteriale, molti indonesiani si sono rifiutati di venirci a lavorare.
Paura
degli spiriti, mi dirà Chris. Le radici animiste sono ancora
molto profonde e spiriti
e fantasmi di antenati sono parte integrante della vita di molti
indonesiani.
Dall’alto del quattordicesimo piano tutta la metropoli mi
pare ovattata e con
lei tutta la mia esperienza di viaggio in quest’isola
sovraffollata. Un momento
di pace che non disdegno affatto, in parte rigenerante.
Al ritorno di Vanina dalla regolare visita di controllo per il bimbo in procinto di nascere ci rechiamo nel piccolo fazzoletto di terra dove i bimbi dei Pavillion possono giocare insieme liberamente. Al tramonto il sole si trasforma in una fugace palla rosso fuoco che ci abbandona in fretta, facendoci piombare in una piacevolmente calda serata tropicale rinfrescata dalla consueta brezza crepuscolare. Poi di seguito giungono Chris e la macchina con la quale l’indomani partiremo verso ovest, prestataci da un altro italiano di Jakarta. Nel parcheggiarla scopro il mondo sotto le torri dei Pavillion, due ampissimi livelli di parcheggi sotterranei nei quali quasi ci perdiamo. Era la prima volta che Chris scendeva lì sotto. Per ritrovare la via d’uscita dobbiamo sudare veramente le proverbiali sette camicie.
Sabato 26 settembre – Carita
Vista
l’ora antelucana della partenza
riusciamo a uscire da Jakarta senza troppi patemi, praticamente senza
dover
affrontare alcuna coda. Seguendo il Tol
verso ovest, quella che può essere considerata la loro
autostrada, vediamo
scomparire anche gli ultimi tentacoli della metropoli, sostituiti in
breve dai
campi coltivati. Un contesto rurale che non ho osservato spesso durante
il
viaggio. Sono questi gli ambiti in cui interviene la società
di cui Chris è il
CEO (una società che gestisce un fondo per il microcredito)
anche se, come mi
dirà lui stesso, in questa parte dell’isola hanno
pochi clienti: i sundanesi,
la popolazione maggiormente presente a Java ovest, tendono ad avere
più
insolvenze rispetto ai giavanesi del centro e dell’est
dell’isola e quindi ci
si fida meno a fare prestiti (per i giavanesi essere insolventi
è considerato
socialmente deplorevole, non così per i sundanesi).
Arrivati
nei pressi di Cilegon si
abbandona il Tol per prendere la
strada che percorre la costa occidentale dell’isola,
rimmergendoci così nella
confusione di macchine, motorini e camion che scorrono lenti tra due
ali di
vita urbana tipica del sud-est asiatico, fatta di ambulanti,
questuanti, lavori
infiniti sulla e in parte alla strada. Non abbiamo idea di dove andare
a
dormire, in parte perché abbiamo esigenze diverse: io sono
per un luogo più
economico e spartano, Chris invece non ha più voglia di
adattarsi a condizioni
disagevoli e punta a qualcosa di livello medio-alto, magari con vista
sull’oceano.
La mancanza di una visione comune, unita alla carenza oggettiva di
alloggi in
zona, fa si che la strada principale tra Carita (la nostra vera meta
perché
luogo di partenza dell’escursione verso il Krakatoa) e
Labuhan, una città otto
chilometri più a sud, la percorriamo avanti e indietro
numerose volte, perdendoci
anche in strade sconnesse dell’interno e bloccandoci nel
traffico convulso del
centro di Labuhan intasato da un fervente mercato. Fra resort
abbandonati,
altri occupati dall’esercito, altri con scarafaggi enormi a
tappezzare le
pareti, troviamo da dormire al Mutiara Resort che l’ora di
pranzo è passata da
un po’. Il posto è da famiglie indonesiane
benestanti, con grandi bungalow
immersi in un palmeto e la riva rocciosa sullo stretto della Sonda a
pochi
passi dall’edificio centrale che ospita la reception, il
ristorante e tre
verdissimi tavoli da biliardo. La stanza che prendiamo per una notte
è ampia e
confortevole, ma a mio parere eccessivamente cara (quasi 1 milione di
rupie,
più o meno 70 euro), e il cibo del ristorante è
gustoso, ma con lo stesso problema
(una bottiglia di birra costa 60.000 rupie, più di 4 euro,
come in Italia).
I tavoli da biliardo ci attirano come calamite e ci rubano il pomeriggio, mentre nei pressi dell’ampia piscina in riva all’oceano le famigliole e i gruppi organizzati indonesiani si divertono con il karaoke, tanto rumoroso da sentirsi un po’ in tutto il resort. Le acque dello stretto della Sonda sbattono leggere contro una schiera di vecchi coralli ormai morti che emergono a pochi passi dalla riva. A ovest si stagliano nuvole compatte che ci impediscono di godere di un bel tramonto. Ma in generale permane sul paesaggio quella foschia che rende tutto indistinto alla distanza. In parte è dovuta al prolungarsi della stagione secca, in parte al fumo generato dagli incendi che imperversano nella vicina Sumatra, incendi dolosi per eliminare la foresta primigenia allo scopo di impiantare nuovi palmeti da olio. I fumi si spingono compatti verso est e coprono la penisola malese e Singapore, ma forse qualcosa raggiunge anche Java. Le acque non invitano al bagno e i paesini della zona non sembrano offrire nulla per due viandanti stanchi. Ma la giornata è dedicata all’amicizia: io e Chris ci rincontriamo dopo tanto tempo, chiacchierando di noi e di tutto quello che ci accomuna. Sono venuto in Indonesia anche per questo, ritrovare il mio caro amico sempre in giro per il mondo.
Domenica 27 settembre – Krakatau
Il
20 marzo 1602 il governo
olandese fondò una potente compagnia commerciale, passata
alla storia come la
Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che aveva lo scopo
d’incrementare il
commercio tra le isole delle suddette Indie (per buona parte comprese
nell’attuale
arcipelago indonesiano). La compagnia aveva una sua flotta e le navi
trasportavano soldati, marinai, passeggeri e, soprattutto, merci. Il
suo
quartiere generale era localizzato nell’attuale Jakarta, a
quei tempi chiamata
Batavia. Per raggiungere Batavia le navi olandesi veleggiavano intorno
alla
punta meridionale dell’Africa, raggiungevano
l’isola di Mauritius, da lì si
facevano trasportare dai venti verso est e poi svoltavano in direzione
nord al
momento opportuno. Ora, il problema era un po’ tutto
lì. La strumentazione del
tempo permetteva una buona stima della latitudine, ma non della
longitudine,
quindi il “momento opportuno” non era poi
così semplice da individuare. Per
questa ragione alcune navi non puntavano la prua verso nord quando
avrebbero
dovuto e andavano a schiantarsi contro le coste coralline di una terra
che
nessuna mappa a quel tempo riportava. Così gli europei
conobbero l’Australia,
che però inizialmente fu chiamata Nuova Olanda. Ma questa
è un’altra storia,
che sto cercando di raccontare parlando del mio (ormai non
più recente) viaggio
in Australia Occidentale. Parlando invece di Indonesia, le navi che
invece svoltavano
verso nord al momento giusto raggiungevano Batavia passando tutte per
quel
braccio di mare che mentre lo ammiro dalla banchina del porticciolo di
Carita
mi appare un tutt’uno indistinto con il cielo, entrambi di un
colore ceruleo
non molto invitante. Lo stretto della Sonda per secoli fu al centro di
importantissime vie commerciali e, anche se ora la maggior parte delle
navi non
lo utilizza più a causa dei fondali troppo bassi e non
adeguatamente mappati,
preferendo passare per il più sicuro stretto di Malacca, non
è possibile non
sentire aleggiare sulle sue acque il peso inconfondibile della Storia
(quella con
la S maiuscola).
Il
nostro bimotore è pronto a
lato della banchina, ma prima di partire verso il mare aperto dobbiamo
aspettare l’arrivo di un inglese che salirà a
bordo con noi. Un tipo piuttosto
strano, dalla parlata rapida e incomprensibile, un cappello a tesa
larga sulla
testa che per un tic nervoso, o per problemi ancora più
gravi, è sempre lì a
dondolare a destra e a sinistra, più o meno ogni cinque
secondi. Solo quando si
ferma per scattare una fotografia con la sua costosissima fotocamera la
testa
rimane ferma per tutto il tempo necessario.
Le
acque dello stretto sono
costellate di imbarcazioni per la pesca, semplici pescherecci di legno
all’apparenza
assai malandati. Ci sono anche alcune piattaforme di bambù
piuttosto ampie da
cui è sicuramente più comodo pescare.
È un mare pieno di vita che in un qualche
modo tranquillizza chi, come me, non è mai completamente a
proprio agio in
mezzo all’acqua. Correndo veloci verso il largo non ci vuole
molto perché la
costa scompaia nella stessa foschia che copre tutti gli orizzonti,
lasciandoci scorrere
in una vastità marina dal sapore oceanico. I pescherecci
continuano a rullarci
a fianco per quasi mezz’ora, piano piano diradandosi.
Così a un tratto
rimaniamo soli.
Dopo
circa un’ora di viaggio
cominciano a evidenziarsi le sagome indistinte di terre lontane. Un
cono più
grande sulla sinistra e uno più piccolo sulla destra. Sono
velate e appena
percettibili, ma sufficienti a creare una vibrazione eccitata sulla
barca. Gli
occhi si incollano in quel punto lontano e la sensazione di avvicinarsi
a un
luogo epico si fa di momento in momento più forte. Il
Krakatoa (o Krakatau come
lo chiamano gli indonesiani) è lì di fronte a
noi, il vulcano che ha creato la
più spaventosa esplosione a memoria d’uomo, una
deflagrazione di ben 200 megatoni
che è stata udita a oltre 4000 chilometri di distanza (nelle
isole Mauritius) e
che ha oscurato i cieli di tutto i mondo per mesi. Non
c’è nome di vulcano più
conosciuto al mondo, un nome che è sinonimo di
“catastrofe”. Il 26 agosto 1883
un’intera isola è scomparsa in seguito
all’esplosione del cono vulcanico alto
oltre 600 metri conosciuto dall’uomo come Krakatoa.
Un’esplosione che causò uno
tsunami con onde di oltre 40 metri che annientarono la vita delle
adiacenti
coste dell’isola di Sumatra e Java. Il Krakatoa sorge infatti
proprio in mezzo
allo stretto della Sonda, con le due grandi isole che in un qualche
modo, con
penisole che si sporgono sia a nord che a sud, lo cingono quasi
completamente.
Fu anche per questo che lo tsunami devastò sono le coste
delle due isole, senza
fuoriuscire più di tanto in mare aperto e colpire terre
lontane, come accade
invece per lo tsunami del 2004. Ugualmente morirono oltre 30.000
persone, una
vera ecatombe per il periodo. Se la stessa esplosione avvenisse adesso,
i morti
supererebbero di sicuro le centinaia di migliaia. Prima
dell’esplosione il
piccolo arcipelago era costituito da due isole più piatte
(Verlaten e Lang) e
dalla grande isola comprendente il cono del Krakatoa.
Quest’ultima esplose e
disparve, lasciando intatta solo la parte più meridionale,
Rakata, la madre del
Krakatoa. Le tre isole rimaste delinearono così i contorni
di una più ampia
caldera con all’interno solo acqua. Dopo 45 anni
dall’esplosione la continua
attività vulcanica fece emergere in mezzo alla caldera un
nuovo piccolo cono
vulcanico, chiamato Anak Krakatau, cioè il figlio del
Krakatau, che dal 1927
continuò a crescere alla sbalorditiva velocità di
sette metri l’anno. A oggi il
turbolento figlio è alto quasi cinquecento metri, con un
perenne pennacchio di
fumo che esce dalla sua cima e frequenti esplosioni di magma che ne
alterano le
forme. Il cono più piccolo che osserviamo mentre ci
avviciniamo è proprio lui,
mentre quello più grande è sua madre, che si erge
per oltre 600 metri sul
livello del mare. Il tour che abbiamo pagato profumatamente (il costo
del
noleggio della barca è piuttosto elevato: per un bimotore
è tra i 3.500.000 e i
4 milioni di rupie, circa 250 euro) prevede anche una semplice
escursione sull’isola.
Sia io sia Christian, conoscendo l’estrema turbolenza del
figlio del Krakatoa,
siamo partiti con la certezza che la salita dovesse avvenire
sull’isola di Rakata.
Ma quando giungiamo in prossimità del piccolo arcipelago
vulcanico, una delle
guide ci avverte che saliremo invece il vulcano attivo nel mezzo, che
in quel
periodo, per nostra fortuna, è piuttosto calmo. Uno sguardo
impaurito tra noi e
poi di nuovo il volto fisso su quel pennacchio di fumo che incute
timore ma
ammalia allo stesso tempo. Non avrei mai immaginato di mettere piede
sull’Anak Krakatau,
una delle isole più giovani al mondo, emerso dalle acque per
ricordare al mondo
il maestoso padre, talmente attivo da non farne mai dimenticare la
pericolosità. Dal lato del vulcano su cui puntiamo la prua
della barca una
fascia verde di vegetazione, non più larga di cinquanta
metri, protegge una
spiaggia di sabbia nera. È una vegetazione arborea e
ciò mi tranquillizza perché
significa che le colate laviche da quel lato del vulcano non avvengono
da
tempo. Sugli altri lati infatti non c’è alcuna
vegetazione e i pendii sono
ricoperti da grinzose colate laviche rossastre. L’ultima
risale a due anni
prima, al 2013. Le altre tre isole che delimitano la caldera sono
invece
ricoperte da una lussureggiante vegetazione tropicale. Nel 1883 ogni
forma di
vita vegetale e animale fu annientata. Il Krakatoa fu per questo anche
una
buona area di studio per indagare sulle dinamiche di ricolonizzazione
della
flora e della fauna. Perfino una piccola barriera corallina si
è insediata ai
margini della caldera. La andremo a vedere dopo la salita al vulcano.
Mentre ci
avviciniamo all’Anak mi preparo al piccolo trekking,
l’animo pervaso da un’emozione
fortissima. Emozione che esplode quando metto piede
sull’isola. La sabbia è nerissima
e le onde ci si appoggiano delicatamente, quasi con
un’amorevole carezza. A una
ventina di metri dal bagnasciuga si para una folta giungla tropicale
che
nasconde alla vista il fumoso cratere del vulcano. Solo un vecchio
peschereccio
è adagiato sulla spiaggia, ma di altre persone neanche
l’ombra. Quando i miei
piedi si depositano sulla sabbia, oltre l’oscillante poppa
della barca, l’emozione
che mi pervade è quella dell’esploratore che ha
raggiunto la sua meta, una meta
inesplorata, sconosciuta, fuori dal tempo. In quel momento raggiungo
l’estasi
che da sempre cerco quando viaggio. Comincio a guardarmi intorno e a
sospirare
felice e leggero, completamente in pace con me stesso e con la bellezza
che mi
circonda, una bellezza selvaggia, incontaminata, ma grava di una storia
che non
è possibile dimenticare.
Basta
una camminata di un paio di
minuti per ritrovarsi oltre la giungla, sui pendii desertici che
conducono
verso la cima del giovane vulcano. Il pendio è punteggiato
di lapilli, da
piccoli come un pugno a grandi come una macchina, rossi e neri, a volte
chiazzati dal giallo dello zolfo. Residui dell’ultima
eruzione del 2013, ci
dice la guida. Tra loro nasce qualche pianta erbacea e anche qualche
temerario
arbusto. Il resto è polvere sabbiosa che ti sporca ovunque.
Ma ogni volta che
si alza lo sguardo s’incrocia il pennacchio di fumo
dell’Anak e, più lontana,
la figura altera di sua madre, l’isola di Rakata, distante
più di cinque
chilometri, dalla forma perfettamente conica, non fosse per lo squarcio
convesso nel lato interno della caldera. Un tempo da dove mi trovo fino
all’isola
di Rakata era un tutt’uno di rocce vulcaniche alte oltre 600
metri. Non è
facile credere che l’esplosione fu così forte da
far scomparire tutto questo.
Un fremito d’incredulità mista a stupore mi coglie
mentre continuo a seguire la
guida verso l’alto fino a raggiungere il lato della colata
lavica del 2013, un
fiume di roccia rappresa che scende dritto dalla cima del vulcano fino
al mare.
Poi il sentiero piega verso destra, correndo sulla dorsale di un
terrapieno a
mezza montagna che di fatto protegge la zona della spiaggia dalle
frequenti
colate laviche, dirottandole ai suoi lati. Rimaniamo lassù a
osservare l’intero
piccolo arcipelago per un tempo sufficiente a godere della sua
esistenza. Ma
ugualmente quando giunge il momento di scendere, faccio fatica a
staccarmi da
questa idilliaca visione. Corriamo giù per il pendio
affondando i piedi in una
coltre di farinosa polvere vulcanica e raggiungiamo la spiaggia che ho
una
voglia matta di buttarmi in acqua. La sabbia nera brucia che
è impossibile
camminarci sopra, ma il bagnasciuga è subito raggiungibile,
e con esso il
piacere di farsi accarezzare dalle onde.
Rimontati
a bordo del bimotore
facciamo prima un giro tutto intorno all’Anak, ammirandone i
lati increspati di
colate laviche più o meno recenti, poi usciamo dalla caldera
per approdare
sulla spiaggia nel lato esterno dell’isola di Rakata. Qui si
è formato una
piccola barriera corallina animata da pesci multicolori. Con pinne,
maschera e
boccaglio ci lanciamo fuori dalla barca alla sua scoperta,
sollazzandoci in
queste idilliache acque tropicali. Approdati in seguito sulla spiaggia,
ci offrono
del riso fritto per pranzo, che ci godiamo seduti su due massi con la
foresta
tropicale incombente sulle nostre teste e i piedi bagnati
dall’acqua. La
civiltà confusionaria di Java appare un mondo lontano e
sarebbe facile credere
di essere gli unici uomini sulla terra. Una boccata di ossigeno sia per
me, che
sono un po’ stanco del traffico umano di Java, ma soprattutto
per Christian,
che non ha molti momenti per staccare dalla caotica Jakarta. Dopo il
pranzo
camminiamo lungo la spiaggia allontanandoci anche delle poche persone
che ci
hanno accompagnato, ritrovandoci davvero soli. Una camminata
nell’estasi. Mi
risento di nuovo vivo e pieno di energie, come non mi accadeva da
tempo. Che
luogo meraviglioso.
Tornati
verso la barca è ora di
ripartire verso Carita. Lo facciamo con lo sguardo rivolto al Krakatoa,
cercando di portarne via un pezzo solo con lo sguardo. Poi torniamo in
noi
stessi quando la foschia ci preclude la sua vista, rimanendo silenziosi
per
tutto il viaggio di ritorno cercando di metabolizzare la grande
esperienza che
abbiamo appena vissuto. È sicuramente una delle
più belle che abbia fatto nella
mia vita di novello viaggiatore. Sarà stata anche costosa,
ma ne è valsa
sicuramente la pena.
Alle quattro del pomeriggio rimettiamo piede a terra. Con calma saliamo in macchina e puntiamo verso casa. Purtroppo i tanti lavori lungo la strada ci costringono a chilometri di code, immersi nel consueto traffico dell’isola. Nemmeno lungo il Tol riusciamo a correre veloci, così arriviamo a Jakarta dopo oltre cinque ore dalla partenza da Carita. Piuttosto stanchi, le uniche esigenze sono farsi una doccia e buttarsi rapidi a letto. Ma al momento di andare a dormire davanti agli occhi ho ancora la splendida sagoma del Krakatoa, un’immagine indelebile che mai scorderò.




















