Con Cecilia

Dal 10 al 24 febbraio 2026

di Carlo Camarotto

Petronas Towers
Petronas Towers
Alor Street
Merdeka 118
Batu Caves
Temple Cave
Batu Caves
Ramayana Cave

Tappa numero 1, Dal 10 al 12 febbraio 2026

Kuala Lumpur

Martedì 10 febbraio – Lo zaino grigio e rosso

Lo stesso vecchio zaino grigio e rosso di sempre. Quello che mi ha accompagnato in ogni viaggio fuori dall’Europa, ammaccato e fedele come un vecchio compagno di avventure. Me lo sono caricato sulle spalle e ho cominciato a muovermi.


Sono seduto in un angolo poco frequentato dell’aeroporto di Istanbul, scalo di mezza giornata tra un volo e l’altro. Non mi sento ancora del tutto “in viaggioâ€, ma sto già molto meglio di quanto stessi nelle ultime ventiquattro ore. Sono state un piccolo tormento: nervi a fior di pelle, un nervosismo viscerale che mi aveva attanagliato quasi ogni fibra del corpo. I motivi sono gli stessi di sempre.

Il senso di colpa, prima di tutto. Forte e tangibile, come ogni volta. A casa restano Caterina e Celeste (questa volta solo loro due, perché Cecilia, la mia figlia più grande, è qui con me). Il che alleggerisce il senso di colpa di una componente, ma ci aggiunge sopra la preoccupazione che non succeda nulla, che tutto vada bene, soprattutto che l’aereo non cada. Lo so, fa sorridere dirlo così. Ma quel piccolo tarlo che ha paura di volare è sempre lì, puntuale a ogni partenza, e passa solo in parte quando salgo a bordo.

Il primo volo è andato, lo zaino è sulle spalle e le gambe hanno ricominciato a muoversi. E sento il corpo sciogliersi, piano piano, come sempre succede quando il viaggio smette di essere un’idea e diventa una cosa concreta, fatta di passi e di aria nuova. Se mi conosco anche solo un po’, a breve arriverà l’estasi: sarà la benvenuta.


Mercoledì 11 febbraio – KLCC

L’estasi arriverà, prima o poi, ma non tanto presto se il corpo è a pezzi: un volo notturno di oltre dieci ore da Istanbul a Kuala Lumpur non è esattamente la premessa migliore se non si riesce a dormire che per brevi attimi. Ho visto tre film, ho ascoltato musica, ho lasciato scorrere il tempo cercando di isolarmi dal disagio fisico, ma al momento di giungere a Kuala Lumpur (KL) mi sento decisamente uno straccio. Per giunta ci arriviamo di prima mattina, con un’intera bella giornata davanti da affrontare. Lo so già, sarà dura.

L’aeroporto internazionale di KL, uno dei più trafficati del sud-est asiatico, costruito in mezzo alla giungla a quasi sessanta chilometri dalla città, funziona con una precisione che sorprende. Check dell’identità automatico, nessun controllo ulteriore, e una metropolitana dedicata che in trenta minuti esatti ti porta fino a KL Sentral, il cuore ferroviario della capitale (non il mezzo più economico per passare dall’aeroporto al centro città, ma tutto sommato non molto caro: 55 ringgit per gli adulti, 25 per i ragazzi fino ai quindici anni, in totale circa 18 euro). Rapido, pulito, efficiente. Non proprio come me l’aspettavo.

Sono da poco passate le undici quando usciamo dalla metro e mettiamo piede nel quartiere di Chinatown, nelle vicinanze della famosa Petaling Street. Il caldo ci investe come uno schiaffo. Umido, appiccicoso, opprimente, il tipo di caldo che non lascia scampo, soprattutto per chi arriva dall’inverno europeo senza nessun periodo di adattamento. Attorno a noi odori di frutta in perenne stato di fermentazione, il clangore del traffico asiatico, il vociare del mercato. Un attacco ai sensi che conosco bene, avendoli già affrontati in India e Indonesia, che qui percepisco in una forma leggermente più contenuta.

Puntiamo dritti all’albergo, in Jalan Sultan, prenotato per tempo on-line. Il bisogno primo è un letto per riprendere un po’ di forze e un po’ d’aria condizionata per farci riacquistare il respiro. Ci svegliamo che sono passate le tre del pomeriggio.

Fuori ha appena smesso di piovere. Le strade sono bagnate, ma l’acqua non ha portato fresco. Dall’asfalto salgono vapori caldi che rendono l’aria ancora più densa e pesante. In cielo rimane uno strato grigio di nuvole ed è una fortuna, perché se uscisse il sole sarebbe una sauna a cielo aperto. Tra i vapori, il traffico e gli odori di cibo dalle bancarelle dello street food, il sud-est asiatico si ricorda a noi tutto in una volta. Una delle presenze più caratteristiche, impossibile ignorarla, è quella del durian. Il frutto più controverso del mondo, bandito dagli hotel e dalla metropolitana di molte città asiatiche per via dell’odore, eppure venerato dalla cucina locale come una prelibatezza. Campeggia su bancarelle che appaiono in ogni dove, diffondendo un aroma acidulo e penetrante per una buona decina di metri intorno. Una sorta di cipolle andate a male. Cecilia annusa, storce il naso, e non ne vuole sapere. La capisco alla perfezione.

L’obiettivo della giornata sono le Petronas Tower. Per raggiungerle attraversiamo Bukit Bintang, il quartiere dello shopping e della movida, e poi entriamo nel KLCC, il distretto finanziario di Kuala Lumpur, foresta di grattacieli che racconta meglio di qualsiasi statistica la traiettoria economica di questo paese. La Malaysia è oggi una delle economie più dinamiche del sud-est asiatico, costruita in pochi decenni su petrolio, gomma, palma da olio e una politica industriale aggressiva. Le Petronas Tower, ultimate nel 1998 e per sei anni le più alte del mondo (452 metri), sono il simbolo più visibile di questa ambizione. A cui però adesso si affiancano altri due grattacieli, ancora più alti: il Merdeka 118, che raggiunge quasi i 680 metri (è il secondo grattacielo più alto al mondo) e il The Exchange 106, alto giusto poco più delle due Torri.

Alle Torri ci arriviamo dal lato nord, che offre poco spazio per apprezzarle. È il lato sud che apre il respiro: uno specchio d’acqua, enormi ficus che incorniciano la scena, e le due torri che si alzano verso il cielo in tutta la loro geometria islamica — le basi a stella a otto punte, i pinnacoli che bucano le nuvole. Prima di goderci lo spettacolo dobbiamo aspettare che un rapido temporale esaurisca la sua furia, rifugiandoci nel Suria, il centro commerciale alla base delle torri. Poi, finalmente, una panchina, e lo sguardo libero verso l’alto.

Non sono un amante delle cose alte, visto che le vertigini mi assalgono anche solo a guardarle. Ma le Petronas affascinano, soprattutto quando cala il buio e i pinnacoli vengono illuminati dal basso, mentre le nuvole si tingono di un alone luminoso sopra le torri. È un’immagine da cartolina che emoziona davvero, e rimando la partenza il più a lungo possibile, ignorando la fame di Cecilia.

Per cena torniamo verso Chinatown e ci fermiamo in Alor Street, la strada regina dello street food di Kuala Lumpur. Tavoli di plastica, sedie di plastica, tendoni di plastica, cucine a bordo strada da cui escono zaffate di fritto, soia e glutammato. Un’allegra confusione di lingue e voci che si sovrappongono. Il contesto mi piace, mi trasmette una vitalità autentica e un po’ caotica. Ordino un pollo in crema al burro con riso — cibo cinese, piuttosto buono. Cecilia invece è già chiusa in sé stessa: il disagio del cibo sconosciuto si è manifestato con rapidità, e per cena opta per sei involtini primavera, l’unica cosa che conosce. Sarà necessario un lavoro di convincimento graduale, o rischia di tornare a casa più magra di come è partita.

Un rapido passaggio al fake market di Petaling Street — scarpe, orologi e borse contraffatte in un ripetersi che diventa noioso dopo i primi trenta secondi — e poi dritti in stanza. Doccia e letto. La prima giornata è andata.


Giovedì 12 febbraio – Batu Caves

Dormo piacevolmente, senza il minimo accenno di jet lag. Non è così per Cecilia, che ha faticato ad addormentarsi, forse anche per colpa dell’assalto ai sensi del giorno precedente.

Alle sette e mezza sono già in piedi, ma Chinatown sembra non condividere il mio entusiasmo mattutino: le strade sono quasi deserte, silenziose, con una calma che stona con il caos di ieri sera. La vita qui evidentemente inizia tardi. Cecilia si sveglia alle nove e mezza, e non siamo in strada che alle dieci, quando la città si è appena ricordata di esistere.

Meta della mattina sono le Batu Caves, una decina di chilometri a nord di Chinatown. Usiamo Grab, l’equivalente asiatico di Uber, diffusissimo in tutta la regione e tra i modi più economici per spostarsi nelle città del sud-est asiatico. Aspettiamo meno di dieci minuti un giovane di origine indiana che ci carica in macchina e in una ventina di minuti siamo a destinazione (21 ringgit, poco più di quattro euro). Un sistema comodo, rapido e senza sorprese. Ma con i mezzi pubblici si spende molto meno.

Veniamo lasciati vicino alla stazione ferroviaria, non all’ingresso principale, e ritroviamo quindi le Caves di lato. Ma basta girare l’angolo e il colpo d’occhio arriva comunque, immediato e potente. Ai piedi di una grigia falesia rocciosa avvolta nella vegetazione svetta la statua dorata di Lord Murugan, quarantadue metri di divinità indù. Completata nel 2006, è considerata la più alta statua di Murugan al mondo. Dai suoi piedi parte l’iconica scalinata di 272 gradini, tutti dipinti nei colori dell’arcobaleno, che sale fino all’ingresso della Temple Cave, la grotta principale del complesso, incastonata a metà parete della falesia.

Le Batu Caves sono un luogo di culto indù autentico, tra i più importanti al di fuori dell’India. I primi templi furono costruiti alla fine dell’Ottocento dagli emigrati tamil, arrivati in Malesia come manodopera per le piantagioni e miniere britanniche. Ogni anno, durante la festa di Thaipusam, centinaia di migliaia di fedeli affollano il sito in una delle processioni religiose più spettacolari dell’Asia. Ma anche in un giorno qualunque, l’induismo si manifesta con tutta la sua esuberanza visiva: colori accesi, lampadine a luce intermittente, statue di esseri metà uomo e metà animale, decorazioni che ricoprono ogni superficie disponibile. Come dice Cecilia, con la precisione involontaria dei quattordici anni, “sembra di essere in un parco giochiâ€. Non è un’offesa, ma il semplice confronto con i templi austeri a cui siamo abituati.

All’ingresso della scalinata viene richiesto alle donne un abbigliamento consono, con le gambe coperte. Si vendono allo scopo anche pareo a 15 ringgit. Cecilia non ne vuole sapere, né di coprirsi né di affrontare la scalinata. Così salgo da solo.

La salita è impegnativa: gradini ripidi, caldo umido, e qualche anima particolarmente fuori forma accasciata a metà percorso, fradicia e rassegnata. A farmi compagnia ci sono gli odori, intensi e poco piacevoli, e i macachi, che popolano l’intero sito con la disinvoltura di chi sa di essere a casa propria. Vanno tenuti a rispettosa distanza: i loro morsi sono dolorosi e il rischio rabbia non è solo teorico.

In cima si apre la Temple Cave: più di cento metri di altezza, altrettanti di lunghezza, con alcune aperture sommitali da cui filtrano raggi di luce. È una caverna maestosa, e per un istante, alzando lo sguardo verso quelle volte altissime, si riesce ancora a intuire cosa doveva essere prima. Cosa era, per milioni di anni, prima che arrivassimo noi formichine umane.

Perché le grotte carsiche sono lente. Ci vuole un millimetro di stalattite ogni cento anni, a volte di più. Ogni colonna, ogni cortina di pietra, ogni concrezione che scende dal soffitto è il risultato di un paziente lavoro dell’acqua che non conosce fretta né distrazione. Un lavoro silenzioso, invisibile, che va avanti da ere geologiche senza chiedere nulla in cambio. Le Batu Caves avevano stalattiti e stalagmiti che avevano impiegato milioni di anni a formarsi. Ci sono voluti meno di cento anni a noi per bloccare tutto.

Oggi le pareti sono grigie. Non il grigio della roccia viva, ma quello opaco della morte o del cemento che sigilla per sempre quello che c’è sotto. Ovunque si vedono strutture aggiunte, cavi, tubi, pavimentazioni che coprono il suolo originale. Il tempio al centro della caverna è colorato e vivo, i fedeli pregano con devozione autentica, e non è mia intenzione mancare di rispetto a niente e nessuno. Ma non riesco a non pensare che la vera meraviglia era già qui prima. Che non aveva bisogno di essere migliorata. Che bastava entrare, togliersi le scarpe e stare in silenzio davanti a qualcosa che nessun essere umano avrebbe mai potuto costruire.

Me ne vado prima del previsto, con quella sensazione che conosco bene, la stessa che si prova davanti a un quadro rovinato da un restauro maldestro, o a un borgo medievale sventrato da una variante urbanistica moderna. Il senso di aver assistito a qualcosa di irreversibile. Di un’occasione persa per sempre, senza possibilità di recupero.

Tornato fuori dalla grotta, solo la vista da lassù, con il lontano skyline di Kuala Lumpur dietro la testa dorata di Lord Murugan, mi rasserena un attimo. È la cosa più bella del posto, e capisco perché sia diventata una delle immagini più iconiche della Malesia. La grotta così ridotta, invece, proprio no.

Scendo e mi riapproprio della compagnia di mia figlia, prima di visitare anche una seconda caverna, la Ramayana Cave. Una grotta completamente al servizio del racconto della mitologia di Rama, attraverso un vasto assortimento di statue che ne raccontano minuziosamente la leggenda. La sensazione di aver perso qualcosa è presente anche qui. Ed è con questo retrogusto amaro che, uscito dalla grotta, lascio le Batu Caves — belle nell’idea, meno nella realtà di quello che ha sostituito il fascino eterno di una natura silenziosa e certosina.

Per tornare a Kuala Lumpur usiamo il treno, che parte proprio da una stazione a lato dell’ingresso secondario delle Batu Caves. Il treno è efficiente, puntuale e refrigerato a temperature abbondantemente sotto i venti gradi. Per un po’ rimpiango il caldo afoso dell’esterno, poi ricordo quanto fosse insopportabile anche quello e desisto. Non c’è via di mezzo da queste parti: o ti cuoci o ti assideri.

Il pomeriggio lo dedichiamo ai Perdana Botanical Gardens, conosciuti come Lake Gardens sotto il dominio britannico, quando Kuala Lumpur era ancora una città coloniale e i giardini erano il polmone verde riservato all’élite inglese. Oggi sono un’ampia area curata, appena oltre la stazione ferroviaria del centro, dall’altra parte rispetto a Chinatown. C’è un po’ di vento che muove la vegetazione e regala qualche momento di sollievo, ma il caldo torrido non perdona. Più che guardarci intorno finiamo per cercare panchine su cui sederci a recuperare le energie, lasciandoci cullare dal verde e dall’assenza di traffico. A volte nei viaggi i giardini servono proprio a questo: a non fare niente in un posto bello.

Per il ritorno all’albergo sono altri quaranta minuti a piedi, che ci sfiancano ulteriormente. Doccia e letto per recuperare energie, senza discussioni. Quando usciamo di nuovo, poco dopo le sette di sera, l’aria è già più piacevole. Due passi per Petaling Street, poi imbocchiamo Jalan Hang Kasturi, una via coperta da alte pensiline metalliche che proteggono bancarelle e passanti dai frequenti acquazzoni tropicali. Il confronto con il caos di Petaling Street è immediato: qui tutto è più ordinato, più curato, con un’identità precisa. Lo si riconosce già dall’ingresso, segnalato da un iconico arco nero, rosso e oro a forma di aquilone. Peccato che per cena non basti un arco iconico: le bancarelle qui propongono cibo malese in versione spartana, uno o due tavoli al massimo, e Cecilia stasera ha bisogno di qualcosa di più conosciuto.

Torniamo per questo sui nostri passi ed entriamo in un ristorante cinese che avevamo adocchiato poco prima (Yi Pin Lao Hot Pot). Eccediamo nell’ordinazione con la leggerezza di chi non ha ancora imparato le proporzioni locali. Chi avrebbe immaginato che una porzione di ravioli ne contenesse venti? Lasciamo cibo sul tavolo, usciamo a malapena in piedi, e il conto è di cinquantacinque ringgit in due (circa dodici euro). Mangiato fino a scoppiare con meno di quanto costa un aperitivo per due a Padova. Anche questo, a modo suo, è viaggiare in Asia.