Con Cecilia

Dal 10 al 24 febbraio 2026

di Carlo Camarotto

Taman Negara
Kuala Tahan
La giungla
Teras waterfall
Tembeling River
Tembeling River

Tappa numero 2, Dal 13 al14 febbraio 2026

Taman Negara

Venerdì 13 febbraio – Verso Kuala Tahan

Sveglia alle sette e un quarto, le ultime cose nello zaino e via. Ci aspetta un van che ci porterà lontano da Kuala Lumpur, verso la foresta ancestrale del Taman Negara. Il van è stretto, i sobbalzi frequenti nonostante le strade siano asfaltate, e il comfort è quello che è. Ma si parte, ci si inizia a muovere sul serio, e questo basta.

Per uscire dalla città ci vuole una mezz’ora buona. Passiamo dietro le Petronas, che ci mostrano tutta la loro imponenza senza troppi fronzoli turistici, e poi attraversiamo quartieri residenziali dove le case sono ugualmente cresciute verso l’alto. Kuala Lumpur è una città che si sta costruendo su sé stessa, strato dopo strato, senza troppa nostalgia per quello che c’era prima.

Non appena abbandoniamo la metropoli, il paesaggio cambia di colpo. Colline ricche di vegetazione, una giungla compatta e verde che lascia poco spazio alle costruzioni sparse qua e là. Per un bel tratto sembra di correre dentro un mondo ancora integro. Poi cominciano le palme da olio.

La Malaysia è il secondo produttore mondiale di olio di palma, dopo l’Indonesia, e insieme i due paesi ne producono circa l’ottantacinque per cento della produzione globale. Circa il diciassette per cento della superficie malaysiana è oggi coperta da queste piantagioni, che garantiscono un reddito stabile a oltre ottocentomila piccoli agricoltori, responsabili da soli di circa la metà della produzione nazionale. Dal 2020 il governo ha introdotto standard di certificazione obbligatoria (il MSPO, Malaysian Sustainable Palm Oil) per tutelare l’ambiente e rendere la filiera più sostenibile. E la copertura forestale del paese, ancora intorno al sessantanove per cento, è protetta da un limite legale che ne impedisce la riduzione al di sotto del cinquanta.

Detto questo, e premesso che demonizzare la palma da olio in modo indiscriminato è una semplificazione che non porta da nessuna parte, vedere queste distese monotone di palme, con appezzamenti di piante di età diversa che si alternano a terreni spogli e desolati appena rimessi a coltura, lascia comunque un sapore amaro in bocca. La Malaysia mi sembra più consapevole delle problematiche ambientali rispetto alla vicina Indonesia, almeno a occhio. Speriamo che basti.

Dopo una sola sosta e tre ore di van arriviamo a Jerantut, la porta di accesso alla zona del Taman Negara. Qui cambiamo mezzo per l’ultimo tratto verso Kuala Tahan. Jerantut ci riserva una ventina di metri a piedi in strada, non di più: il sole è uscito tra le nuvole e scalda come un ossesso. Meglio restare in ombra.

L’ora di van che ci separa dalla meta finale scorre veloce, forse troppo, perché l’autista guida con un’intraprendenza che ogni tanto mi fa scorrere del sudore freddo lungo il collo. Curve, saliscendi, camion che arrivano dalla corsia opposta. Arriviamo sani e salvi, il che è già un risultato.

Ad aspettarci c’è una ragazza malese con l’immancabile velo a coprire il capo, del personale del Visitor Center, venuta appositamente fino all’arrivo del van per lasciarci il suo numero in caso di bisogno. Un gesto gentile e inaspettato, che mette subito di buon umore.

Kuala Tahan è un agglomerato minuscolo, qualche centinaio di abitanti appollaiati sull’ansa del fiume Tembeling dalle acque marroni. Oltre il fiume si para compatta la giungla che siamo venuti a vedere, il Taman Negara, il parco nazionale più grande della Malaysia peninsulare e uno dei più antichi al mondo: la foresta che lo ricopre ha circa 130 milioni di anni, più antica dell’Amazzonia e della foresta del Congo. Domani sarà il suo momento. Per oggi l’idea è di lasciarsi cullare dall’atmosfera tranquilla del paesino.

Il Fatehah Inn, il nostro ostello, è l’ideale per questo. Tutto colorato, con stanze doppie essenziali, bagno in camera, zanzariera sul letto e ventilatore al posto dell’aria condizionata. Un portico dà su uno spazio alberato anch’esso ricco di colori. Finché il sole non attenua la sua stretta, restare all’aperto è faticoso. Ma non appena il caldo si fa più sopportabile, quello che cerco è esattamente lì: una sedia sotto il portico, il quaderno, un venticello tra le fronde degli alberi e una serenità ammaliante che avvolge il corpo e lo lascia respirare. Un paio d’ore mi scorrono addosso senza che me ne accorga.

Per cena Kuala Tahan offre una scelta limitata ma caratteristica: una mezza dozzina di ristoranti galleggianti ancorati alla riva del Tembeling, più qualche locale sulle due strade in croce che formano il paese. Puntiamo a uno sul fiume, per godersi l’aria della sera e lo sciabordio continuo dell’acqua. Nel menu compaiono anche degli hamburger e Cecilia tira un sospiro di sollievo. A parte qualche zaffata di gasolio dalle imbarcazioni che fanno ancora la spola tra le due sponde, il posto è davvero speciale. Rafforza la pace che mi ha avvolto non appena il caldo afoso si è allentato.

È in posti come questo che ritrovo la mia dimensione. Uno zaino, un posto da dormire essenziale per la notte, cibo gustoso e a basso prezzo. Niente che non serva davvero. Il viaggio spartano ha questo di buono: ti spoglia delle finte necessità che la vita occidentale accumula addosso una per una, così lentamente da non accorgersene, fino a quando non riesci più a fare a meno di nulla. Qui invece basta poco, e quel poco basta eccome. L’animo si alleggerisce, si pulisce, e torna capace di assaporare l’attimo con una pienezza che a casa, tra le comodità, si fatica persino a immaginare.


Sabato 14 febbraio – Taman Negara

La notte è stata quella che era lecito aspettarsi. Il letto ben protetto dalla zanzariera ci risparmia le punture, ma il caldo della stanza è eccessivo e il sonno resta una promessa solo a tratti mantenuta. Solo dopo la mezzanotte entra un po’ di fresco dall’anta spalancata che dà sul balconcino. Cecilia è esausta e la sua agitazione è qualcosa di palpabile nel buio della stanza. Poi, verso le cinque, parte il muezzin della moschea vicina. Il canto esplode dagli altoparlanti tenuti al massimo volume, invadendo ogni angolo del paese ancora addormentato. Per me è un suono fastidioso, ma non più di tanto… fa parte del viaggio. Per Cecilia è qualcosa di intollerabile che la infastidisce fino alle ossa. Purtroppo, le cose che la infastidiscono fino a risultarle intollerabili sono molte, mentre quelle che la entusiasmano sembrano sempre più difficili da trovare. È con uno stato d’animo triste e assonnato che si sveglia, il che non è esattamente il biglietto da visita migliore per una giornata di trekking nella giungla.

Io invece sono tutto emozionato. La giungla asiatica abita da sempre nel mio immaginario, alimentata da Salgari e Kipling, e da quel vecchio Sandokan con Kabir Bedi che guardavo da piccolo con una fedeltà quasi religiosa. Finalmente ci entro dentro.

Alle nove e mezza ci ritroviamo nel parcheggio dei bus, dove veniamo divisi in tre gruppi da nove persone, ciascuno affidato a una guida. Nel nostro gruppo, oltre a noi, ci sono tre amici austriaci (due in viaggio per un anno intero, il terzo che li ha raggiunti per tre settimane dopo un po’ di Thailandia, e che parla un italiano sorprendentemente buono perché vuole insegnarlo a scuola) e due coppie giovani tedesche. La nostra guida ha il volto simpatico e un inglese comprensibile. Si dimostrerà all’altezza della giornata.

Raggiunta l’altra sponda del fiume con una barca, la prima cosa che la guida ci mostra sono i livelli dell’acqua raggiunti durante le inondazioni, che regolarmente colpiscono l’area durante la stagione delle piogge. Il segno più alto risale al 2014, dopo tre settimane consecutive di pioggia che avevano trasformato il Tembeling in un fiume in piena fuori controllo. Il livello salì di oltre quindici metri, sommergendo buona parte di Kuala Tahan e del resort sulla riva del parco. Adesso il livello è basso, ci dicono, insolitamente basso per il periodo. Guardando quei segni sul muro, a oltre una decina di metri sopra le nostre teste, è difficile immaginare la portata del fiume ingrossato.

Pagata la tassa per portare fotocamere e cellulari all’interno del parco, seguiamo la guida nella foresta. La prima parte scorre su una passerella attrezzata che si snoda piana sotto la volta degli alberi, accessibile anche senza guida. Ma è la guida che la trasforma: si ferma ogni pochi minuti per mostrarci qualcosa. Piante usate come repellente naturale, altre commestibili, altre ancora che scoppiettano se avvicinate a una fiamma. La resina di un albero bruciata sul posto per sentirne il profumo di sandalo. Un rampicante di rattan, con le sue spine che si spezzano facilmente e rimangono sottopelle causando infezioni se non rimosse subito. Il fico strangolatore, parassita che si avvolge lentamente attorno a un albero ospite, lo soffoca nel corso di decenni e poi rimane in piedi da solo, cavo dentro, con l’albero originale ormai dissolto dalle termiti. Un esempio di ferocia vegetale di rara bellezza.

Due cose però permeano l’intera esperienza al di sopra di tutto il resto. Una me la aspettavo, l’altra no. Quella che mi aspettavo è la cappa di calore. Sotto la volta degli alberi, con un sottobosco fitto di liane ed erbe rampicanti, non circola un filo di vento e l’umidità ristagna addosso come un peso fisico. Lo sguardo di Cecilia è spento, sconvolto dal caldo e dalla mancanza di sonno. Fino all’ora di pranzo la vedo assente, senza energia, con un’espressione che oscilla tra lo sfinimento e il disappunto. Per fortuna nel pomeriggio si ravviverà, mostrando finalmente qualcosa che assomiglia a soddisfazione.

Quella che non mi aspettavo è il fischio. Un insetto simile a una cicala, invisibile e onnipresente, che emette un suono acutissimo e ininterrotto che rimbalza sotto la chioma degli alberi come un allarme antifurto impazzito. Si ferma un istante quando il nostro incedere lo disturba, poi riprende subito, portato avanti da qualche altro individuo più avanti sul sentiero. Un fischio continuo, penetrante, che diventa rapidamente il marchio sonoro indelebile della giungla malese.

Finita l’area delle passerelle inizia il trail vero e proprio, accessibile solo con una guida. Il sentiero sale e scende lungo impluvi e dossi con pendenze a tratti impegnative, aiutato in alcuni punti da corde fisse. Il Taman Negara, con i suoi 4.343 chilometri quadrati di foresta primaria, è considerato uno degli ecosistemi più complessi e biodiversi del pianeta. Camminare al suo interno con qualcuno che sa cosa guardare è tutta un’altra esperienza rispetto all’andarci da soli.

Camminiamo per oltre un’ora prima di fermarci a pranzo in un’area fresca che degrada lentamente verso il fiume. Spira un venticello rigenerante e il suono dell’acqua che scorre lontano tra due muri verdi di vegetazione ha un effetto quasi medicinale. Mi sento piacevolmente stanco e mi godo intensamente il momento. Rientrare nell’aria ferma della foresta si fa con un po’ di dispiacere.

La meta finale è una cascata raggiungibile risalendo un torrente (le Teras Waterfall). Quando ci arriviamo i tre gruppi si sono riuniti e lo spazio antistante è affollato. Una prima pozza si apre tra le rocce, poi una cascatella di qualche metro, poi una seconda pozza più in alto su cui cade uno scroscio da una decina di metri. Per passare dalla prima pozza alla seconda bisogna arrampicarsi su rocce rese scivolose dall’acqua, con un minimo di attenzione. Dei ventisette arrivati fin lì, pochi entrano in acqua e ancora meno salgono alla pozza alta. Ci arrivo in compagnia dei soli tre austriaci, e lo spazio diventa di colpo tutto nostro.

Alte pareti di roccia nera cingono la pozza da tre lati. Da uno di essi cade dall’alto la cascata d’acqua. La vegetazione fa capolino dalle rocce in cima, chiudendo in un semicerchio un pezzo di cielo azzurro. Disteso in acqua, con la schiena appoggiata sulla roccia e l’acqua fresca fino alle spalle, il viso rivolto all’insù, provo uno di quei momenti di estasi che sempre vado cercando. Tutto diventa perfetto. Viaggio per momenti come questo.

Dopo essermi preso il mio tempo, convinco Cecilia a raggiungermi e a buttarsi sotto la cascata. È pomeriggio ormai e la vedo più serena. Questo è il massimo che mi posso aspettare.

Tornati sulla riva del Tembeling River, tre barche lunghe e sottili ci aspettano con la prua infissa nella sabbia. Le gambe sono stanche, la pelle è bagnata. Da un lato la giungla compatta del Taman Negara, verde e silenziosa, che custodisce le sue meraviglie con discrezione. Dall’altro il fiume, basso e chiaro tra i sassi, che scorre tranquillo come se non sapesse nulla del suo carattere talvolta iracondo. In mezzo, noi. Piccoli, felici e nel posto giusto.

Lungo il fiume, sappiamo già che ci bagneremo: ce lo ha detto la guida, c’era scritto nei dépliant, ce lo dice il buon senso. Gli zaini finiscono in sacchetti neri, le scarpe tutte a prua. La discesa a valle avviene a tutta velocità, con la barca fatta oscillare volutamente a destra e a sinistra, sollevando palate d’acqua che ci colpiscono in pieno. Un momento di ilarità autentica e fanciullesca che alleggerisce tutto. Un pensiero leggero mi sfiora la mente: che fortuna vivere queste emozioni in giro per il mondo.

Per concludere la giornata, una visita a un villaggio Orang Asli, il popolo indigeno della penisola malese. Tra i primi esseri umani ad abitare il sud-est asiatico, gli Orang Asli del Taman Negara sono un popolo di tradizione nomade, che si sposta nella foresta seguendo i ritmi della caccia e della raccolta. Cacciano con lunghe cerbottane di bambù e dardi avvelenati, principalmente scimmie e pesce di fiume. Il governo malaysiano ha formalmente a cuore la tutela della loro cultura, ma restano inevitabilmente ai margini dello sviluppo moderno del paese. Abbiamo modo di provare anche noi le cerbottane, di vedere le loro case, di assistere all’accensione del fuoco con materiali raccolti nella foresta. L’interazione è limitata, mediata dalle guide. Sono quei momenti in cui vorrei essere una mosca sul muro: poter osservare tutto senza essere presente con la mia ingombrante figura di occidentale moderno.

Tornati a Kuala Tahan con la luce del tardo pomeriggio, stanchi e sereni, ci laviamo e usciamo per cena. Un hamburger e un piatto di noodles: diciannove ringgit in due, circa quattro euro. Questo posto mi piace davvero, per il suo essere economico e a misura di backpacker, ma soprattutto per quella calma fuori dal tempo e per quello sguardo che è sempre rivolto all’altra parte del fiume, dove un mondo naturale nasconde le sue meraviglie. In un futuro non mi dispiacerebbe tornarci, magari per il tour di due giorni con pernottamento in grotta. Partiva il sedici febbraio, purtroppo. In un prossimo futuro, chissà.