Con Cecilia

Dal 10 al 24 febbraio 2026

di Carlo Camarotto

Cameron Highlands
Piantagioni di tè
Serre
Mossy Forest
Muschi
Mossy Forest
Coral Hill

Tappa numero 3, Dal 15 al 16 febbraio 2026

Cameron Highlands

Domenica 15 febbraio – Tahan Rata

Si dorme meglio. Un po’ più di fresco, o forse ci stiamo semplicemente abituando a questa calura opprimente. Mentre preparo lo zaino sono colto da una piccola sensazione di dispiacere: Kuala Tahan, conosciuta per solo un paio di giorni, si è ritagliata un posto speciale nel mio cuore, come sanno fare certi posti piccoli e senza pretese. Quei posti che però sono in grado di farti cambiare i programmi, di farti desistere dal salire su un nuovo van con una voce che sussurra “aspetta, c’è ancora tanto da scoprire… resta ancora un po’ qui con meâ€. Per un attimo volgo lo sguardo alla nostra stanzetta tutta colorata e agli alberi appena al di là del balcone, e rallento. Ho la certezza che se fossi da solo, rimarrei, rimandando la partenza verso nord senza troppi rimpianti. Ma non sono solo e un nuovo luogo ci aspetta. Sorrido lo stesso, e lo zaino si chiude su questa magnifica esperienza.


Alla fermata dei bus siamo in tanti. I van partono perlopiù in due direzioni: verso Kuala Lumpur, passando per Jerantut, o verso le Cameron Highlands, passando per Kuala Tembeling. Noi siamo sulla seconda, come molti altri presenti, tra cui parecchi che avevano partecipato al tour del giorno precedente. È tutto un saluto, un sorriso, qualche chiacchiera su dove si va e cosa si è visto. Parliamo con una coppia di cinesi arrivata insieme a noi a Kuala Tahan, che aveva avuto qualche problema con il tour: il ragazzo si è fatto male a un ginocchio e la camminata è stata troppo dura per loro. I tre austriaci tornano a Kuala Lumpur. Con noi verso le Cameron continua invece una bella ragazza londinese di origine indiana, con una parlata british da manuale, e una coppia padre e figlia olandese, che avevamo già incontrato sul treno dall’aeroporto il primo giorno.

Fino a Kuala Tembeling il viaggio avviene in van, poi si cambia per una corriera più grande e spaziosa. A Kuala Tembeling, il Tembeling River, che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi due giorni, si getta nel più grande Pahang River. Entrambi con le acque marroni chiaro, cariche di sedimenti che portano a mare i residui della foresta e della terra smossa. Anche qui il tempo sembra essersi fermato. Quanti sono i posti così che ho incontrato nei miei viaggi, luoghi sospesi in cui aspettare un mezzo di trasporto in un’attesa che sa di altrove. In un certo senso è proprio in questi posti anonimi e dimenticati che la sensazione di essere davvero in viaggio si fa più intensa.

Il trasferimento verso le Cameron Highlands prosegue liscio e solo un po’ dondolante. Saliamo dai duecento metri di Kuala Tahan ai millequattrocento di Tanah Rata, uno dei due centri principali delle Highlands. Il clima cambia con la quota, un cambiamento netto: l’afa lascia il posto a un’aria fresca e umida, con una pioggerella fine che bagna tutto in modo quasi gentile. Un sollievo fisico immediato, dopo giorni di caldo appiccicoso.

Le Cameron Highlands devono il loro nome a William Cameron, topografo britannico che esplorò e cartografò questi altipiani nel 1885 su incarico del governo coloniale. Nella sua relazione descrisse un territorio dal clima sorprendentemente temperato e dal grande potenziale agricolo. Ci volle poi qualche decennio perché quella promessa si realizzasse: furono gli scozzesi, agli inizi del Novecento, a intuire che quel clima fresco e piovoso era ideale per la coltivazione del tè. Cominciarono a disboscare la fitta foresta pluviale locale per piantarci i bassi arbusti di Camellia sinensis, e da allora le Cameron Highlands sono diventate la principale zona di produzione del tè della Malaysia. Tutto quello malese, praticamente, viene da qui.

Ma il tè non è l’unica coltura che ha preso possesso di questi colli impervi. Visto il clima favorevole alla crescita di qualsiasi pianta, il territorio è stato tappezzato di serre in ogni posizione possibile e immaginabile, alcune abbarbicate su pendii che sfidano la logica e il buon senso. Un mare di plastica che si alterna alle piantagioni di tè e ai lembi di foresta primaria ancora intatta. Nelle serre regna la fragola, l’altra grande coltura delle Highlands, i cui prodotti si trovano ovunque: marmellate, succhi, gelati, piante da portarsi a casa. Una presenza quasi ossessiva, ma tutto sommato simpatica.

Al nostro arrivo troviamo Tanah Rata congestionata dal traffico, forse per via del fine settimana. La strada principale è un andirivieni continuo di macchine, con edifici alti e ingombranti che si confrontano con lo sfondo boscoso delle montagne, mentre i piani bassi sono ricoperti di insegne scritte che lasciano poco spazio alla fantasia. Il nostro albergo se ne sta un po’ discosto da tutto questo e ha l’aspetto di uno chalet svizzero capitato qui per errore. Ben curato in ogni dettaglio, ci obbliga a toglierci le scarpe all’ingresso. Già questo dice tutto sulla pulizia che si ricerca al suo interno. Ottimi spazi comuni, dentro e fuori, camera e bagno allo stesso livello. Un posto dove si sta bene.

Dopo aver sistemato gli zaini usciamo per una passeggiata sotto i lunghi portici che costeggiano la strada principale. Negozi di cibo, bancarelle di vestiti, massaggi, agenzie di viaggio. Cecilia mi trascina in uno Starbucks e uso il tempo per scrivere. Poi, prenotato il tour per il giorno dopo, riprendiamo a camminare ben riparati da un impermeabile, con la pioggerella sottile che accompagna il cielo grigio di nuvole.

Per cena Cecilia sceglie le Barracks, un locale con un bel patio esterno e cucina internazionale. Lei opta per una pasta al pesto con funghi, io per fish and chips. Entrambi buoni. Il conto però segna oltre 60 ringgit, circa tredici euro: tre volte la cena della sera precedente a Kuala Tahan. Prezzi comunque bassi per i nostri parametri, ma il confronto fa un certo effetto.

L’aria è fresca, sotto i venti gradi. Dopo cena non c’è molto da discutere: si torna in albergo a scaldarsi. Nel mentre, scopro che l’Italia ha vinto tre ori alle Olimpiadi. Evviva.


Lunedì 16 febbraio – Cameron Highlands

Quando suona la sveglia, alle sette e venti, il cielo non si è ancora schiarito del tutto e basse nuvole grigie coprono l’intera volta. Un po’ privi di energia, alle otto siamo fuori dall’albergo ad aspettare il Land Rover che dovrebbe passare a prenderci, che arriva da lì a poco. A bordo ci sono già tutti i nostri compagni di viaggio: un tedesco, due giapponesi e tre spagnole, due di Barcellona che viaggiano in coppia, più o meno della mia età, e una più giovane di Girona in viaggio solitario a tempo indefinito. Avrò modo di parlarci più avanti nella giornata: ha appena cominciato a viaggiare, proprio dalla Malaysia, e pensa di passare poi in Cambogia e in Vietnam. Non ha una data fissata di rientro a casa e si farà guidare dalle esigenze del momento. Che bello poter essere, anche solo per un attimo, parte della sua avventura. La nostra guida si chiama Suren, di chiare origini indiane o bengalesi. Parla in un modo che capisco solo a grandi linee, con un sorriso lievemente malizioso e modi lenti. Lento in tutto, tranne che alla guida, dove diventa frenetico non appena ne ha l’occasione.

Il tour è un muoversi su e giù lungo le vallate attorno a Tanah Rata e Brinchang, con soste di circa mezz’ora a spot: un tempio buddista, un’azienda di fragole con annessa serra, un paio di punti panoramici sulle piantagioni di tè, una grande azienda agricola coperta di serre dove si coltivano pomodori, cavoli, zucche e mais, e infine una breve incursione nella foresta per salire fino alla cima del Coral Hill. Tra uno spot e l’altro, tanta fila dietro l’esercito di macchine che si muove lungo la strada principale, con un nugolo infinito di motociclette che ci scorre a fianco. Solo quando abbandoniamo la strada principale Suren può dare velocità al mezzo, lanciandolo a un’andatura decisamente ottimistica su strade strette e impervie, dove uno scontro con chi arriva dall’altra parte sembra ogni volta inevitabile.

Le piantagioni di tè, con il verde delicato e brillante delle foglie giovani, trasmettono ancora una sensazione di pace e armonia, soprattutto quando si inframmezzano con il verde più scuro e compatto della foresta primigenia. L’accozzaglia di serre in ogni posizione possibile, invece, appare caotica e artificiale, lasciando un po’ di amaro in bocca. Per farlo passare bisogna assaggiare le fragole, in particolare quelle bianche, più dolci delle rosse. Oppure i gustosi pomodori dell’azienda agricola, proposti da un bengalese dal volto simpatico che gestisce il luogo da tredici anni e dice di trovarsi bene, con un lavoro sereno che gli permette di mantenere la famiglia. Storie semplici che si incontrano per caso e che vale la pena ascoltare e poi raccontare.

Cosa mi porto via di interessante da questo tour? Soprattutto la salita al Coral Hill, breve ma intensa. La Mossy Forest che la precede è un sistema intricato di piante che vanno in tutte le direzioni, con morbidi tappeti di muschio su cui camminare e su cui tutto sembra appoggiarsi. Una foresta buia, bagnata fino al midollo, dal fascino ancestrale. In cima riesco ad appropriarmi di uno sguardo d’insieme affascinante, con anche la visione di alcune Nepenthes, le piante carnivore, nel loro ambiente naturale. Tutto questo vale da solo la giornata. Tornassi indietro, opterei per un tour con solo un trekking in foresta.

Vale la giornata anche la composita compagnia: la gentilezza silenziosa dei giapponesi, la compostezza del tedesco, l’energia allegra delle spagnole. Attimi di condivisione che meritano sempre di essere vissuti.

Il resto lascia a desiderare. Il tour è forse il modo migliore, e forse l’unico, per scoprire le Cameron Highlands quando non si ha molto tempo, ma il tutto si riduce a una serie di piccoli assaggi che non saziano e lasciano con la fame. E l’ambiente nei dintorni dei due centri principali è ormai un’accozzaglia umana disordinata, caotica, puzzolente e sporca. Una sensazione che conosco, quella del caos asiatico, che in un ambiente caldo riesce quasi sempre ad avere il suo fascino, ma che calata in un contesto freddo e montano perde ogni grazia. L’odore di gas di scarico diventa semplicemente insopportabile.

Poco prima delle tre siamo di nuovo a Tanah Rata, pronti per un pomeriggio negli spazi quasi zen dell’albergo. Ne spreco più di una parte per riuscire a prenotare i traghetti per Langkawi (problemi di orari e di sito di prenotazione, il tipo di ostacolo burocratico che mette alla prova la pazienza di chiunque), ma poi ho il tardo pomeriggio tutto per me. Scrivo con piacere dei giorni passati e mi lascio cullare da un ambiente finalmente sereno, profumato, ordinato e perlopiù silenzioso.

Tornato a prendere Cecilia, che si è concessa una bella dormita in camera, usciamo di nuovo sotto la pioggerella fine per andare a cena. Ogni tanto esplodono fuochi d’artificio lontani: il Capodanno cinese si avvicina. Ceniamo in un posto che sembra un pub inglese, e il cibo è all’altezza dell’apparenza, ovvero non all’altezza della sera precedente. Cecilia ordina una pasta, ma la trova scotta, spezzata e annegata in un sugo al pomodoro piccante. 63 ringgit, circa 13.50 euro. Poi dritti in albergo, a sfuggire alla pioggerella e a ritrovare il calore della nostra bella stanza.