Tappa numero 4, Dal 8 al 9 agosto 1996
Domenica 8 agosto – Mallaig
Mentre facciamo colazione, la padrona di casa si siede con noi al
tavolo e si lascia scappare qualche confidenza. Ci confessa che le stiamo
proprio simpatici, non come quei ragazzi che sono venuti il giorno prima sul
tardi a chiedere una stanza. L’avevano prenotata, ma erano arrivati con più di
un’ora di ritardo e lei aveva già chiesto al TIC di sostituirli. Erano italiani
ed uno di loro aveva i capelli tinti d’arancione, un fatto che l’aveva
inorridita. L’abbiamo assecondata con vari gesti d’assenso del capo, senza
farci sfuggire che i tipi in questione li avevamo conosciuti e non sembravano
poi tanto male.
Il cielo è ancora grigio sopra Fort William e la cima del Ben Nevis è
coperta da uno spesso strato nubi. Prima di partire definitivamente verso est,
puntiamo alle Scale di Nettuno, nei pressi di Corpach. Da questa serie di
chiuse parte il Caledonian Canal, un insieme di canali artificiali e laghi
naturali che tagliano di netto le Highlands, permettendo alle navi di passare
direttamente dal Nord Atlantico al Mare del Nord. Varie imbarcazioni aspettano
di poter varcare le chiuse, in un senso e nell’altro. Tra queste spicca, per la
bellezza, una barca d’epoca a vela battente bandiera svedese. A bordo ci sono
solo ragazzi: probabilmente è una nave scuola.
Verso mezzogiorno partiamo per Mallaig lungo l’ultimo tratto della West
Highland. Non ci vuole molto per raggiungere il piccolo paesino in riva al Nord
Atlantico. È un tipico villaggio di pescatori, arroccato su una baia dall’acqua
scura. Innumerevoli imbarcazioni punteggiano il mare, di tutte le dimensioni,
da piccole barche a remi a pescherecci grandi dieci volte tanto. Un vento
freddo spira verso l’entroterra, un susseguirsi di dolci colline dove il verde
è intervallato raramente al rosso dei rododendri ed il rosa delle eriche. Le
case sono poche, raggruppate nei pressi del porto, sparse altrove, per lo più
di color bianco candido, ma con i tetti grigi come l’asfalto delle poche strade
che s’intrecciano intorno alla riva e sfuggono lontano lungo le colline.
Il paese è troppo piccolo per avere un TIC, ma abbiamo prenotato
previdentemente due posti in un ostello via telefono la sera precedente. Il
posto si chiama Sheena’s Backpackers Lodge e si trova nelle vicinanze del
porto. È una grande casa di legno, dal colore e dalle fattezze più simile ad
uno chalet svizzero che ad una casa inglese, sufficientemente spaziosa da
ospitare una ventina di persone. La camerata che ci assegnano è invasa dai
letti a castello, talmente tanti da lasciare veramente poco spazio per muoversi,
e l’afrore che sale dalle lenzuola è abbastanza forte. Ma c’è qualcosa in tutto
questo assembramento di persone, per lo più viaggiatori indipendenti, che mi
piace, che mi fa sentire a mio agio. Buttiamo letteralmente lo zaino sul letto,
ne estraiamo gli indumenti più pesanti ed impermeabili e partiamo alla scoperta
di questo piccolo angolo di Scozia.
Quasi come trasportati dal vento ci dirigiamo verso l’interno, fino
alle colline che sormontano la baia. Mentre camminiamo le nuvole sembrano
diradarsi qua e la nel cielo, lasciando così precipitare verso il mare delle
lame di luce che risplendono vivide sulle onde.
Grazie anche ad un passaggio in treno, arriviamo fino al paese di
Morar, nelle vicinanze del Loch omonimo. Il lago è diviso dal mare da una stretta
serie di colline, dalla cui cima si possono vedere entrambe gli specchi
d’acqua, uno salato e l’altro dolce. La leggenda vuole che anche questo loch sia infestato da un mostro simile
al più famoso Nessie. Per giungere fino alla cima delle colline, siamo
costretti a camminare parecchio, perché non ci sono facili accessi. Tutti i
versanti sono recintati, per lasciare la terra alle pecore. L’uomo non è
ammesso o quantomeno non è desiderato. Non mi ci vuole molto per comprendere
che sono loro, le pecore, le vere padrone della Scozia. Ai bipedi sono lasciati
pochi spazi in cui muoversi.
Tornati verso il paese, con il calar del sole si fa urgente la
necessità di bere l’odierna pinta di birra. Al pub troviamo il solito
campionario di vecchi e giovani scozzesi intenti a bere; rispetto agli altri
posti già visti, più vecchi che giovani. Su un tavolo a lato del nostro c’è un
signore di sessant’anni che beve a piccoli sorsi un enorme bicchiere di birra.
Non parla con nessuno, solo lo sguardo puntato in avanti, i tipici occhi persi
di chi sta pensando ad altro. Sullo stesso tavolo c’è anche un minuscolo
bicchiere di whisky, lì calmo ad aspettare il suo turno. Finita la birra, il
tipo stringe nella mano ancora ferma il bicchierino e trangugia in un sol colpo
l’infuocato contenuto. Si rialza, saluta l’oste con un cenno del capo ed esce
dal locale senza proferir parola, forse atteso a casa dalla moglie per
pasteggiare.
Lunedì 9 agosto – Isola di Skye
Le nuvole formano ancora un compatto strato grigio sopra le nostre teste,
questa volta all’apparenza impenetrabile. Il traghetto per l’isola di Skye è in
partenza alla mattina, un viaggio di mezz’ora cavalcando spumeggianti onde
d’acqua scura, con le montagne cupe a stagliarsi indifferenti all’orizzonte.
Rimaniamo nel piccolo paese di Armadale il tempo necessario a sbarcare dal
traghetto e salire sulla corriera in partenza verso Kyleakin, nella parte
sudorientale dell’isola, proprio dove l’isola di Skye si avvicina talmente alla
terraferma da sfiorarla. Lo Skye bridge, dopo essersi appoggiato alla piccola
isola di Eilean Bàn, supera lo scenico Loch Alsh, unendo le due terre.
Dall’altro lato dello stretto tratto di mare si trova la minuscola cittadina di
Kyle of Lochalsh, la nostra meta odierna. Da qui potremo riprendere il treno
per raggiungere la costa orientale scozzese.
L’isola di Skye è quindi solo un passaggio, ma rimaniamo entrambi
incollati ai finestrini della corriera per godere della vista di questi
paesaggi brulli e all’apparenza disabitati. La zona è perlopiù pianeggiante, un
insieme di colline smussate dal vento dalla pendenza minima. Vaste praterie si
estendono in ogni direzione, fino ad arrivare ai piedi dei Cuillins, l’insieme
di montagne che caratterizzano la parte centrale dell’isola.
Il viaggio dura solo un paio d’ore, anche perché l’autista non si esime
dallo schiacciare a fondo l’acceleratore, anche dove le strade sono talmente
strette da non permettere il passaggio contemporaneo di due mezzi. In queste
strette lingue d’asfalto si susseguono a distanze regolari delle piazzole per
permettere a due macchine che corrono in opposti sensi di marcia d’incrociarsi.
Arrivati a Kyleakin montiamo rapidi su una piccola imbarcazione che in
pochi minuti ci permette d’attraversare il Loch Alsh, alle nostre spalle alcune
montagne di roccia nera coperte interamente di vegetazione e le rovine di un
bastione medioevale. Con questa ultima visione salutiamo l’isola di Skye.




















