Tappa numero 6, Dal 10 al 13 agosto 1996
segue... Martedì 10 agosto – Arrivo a Inverness
Il viaggio fino ad Inverness dura due ore e mezza, tempo passato sempre
incollato con il viso al finestrino. Solo l’ultima mezz’ora, quando ormai il
treno è giunto in prossimità della costa orientale scozzese, nei pressi di
Dingwall, la stanchezza prende il sopravvento e mi appisolo. La linea
ferroviaria che congiunge Kyle of Lochalsh a Inverness (The Kyle Line) è una
delle più belle viste finora, con un paesaggio mozzafiato fin dalle prime
rampe, appena usciti dalla stazione di partenza.
Inverness è la città più a nord della Scozia ed è considerata la porta
delle Highlands. Nasce sulle rive del fiume Ness, il breve corso d’acqua che
unisce il Loch Ness, il lago più famoso di Scozia, al Moray Firth, l’insenatura
invasa dal Mare Nord che divide la contea di Aberdeen dalla parte più
settentrionale delle Highlands. I suoi edifici sono relativamente recenti,
segno della storia violenta che ha caratterizzato la città in passato. Gran
parte della città risale, infatti, al 1822, anno in cui fu portato a termine la
costruzione del Caledonian Canal; lo stesso castello, posizionato su una bassa
collina rocciosa sulla riva destra del Ness, risale al periodo che va dal 1834
al 1847, anche se è solo l’ultimo di una serie di castelli sorti in quel sito.
Quando vi giungiamo il cielo è coperto da un manto grigio di nuvole ed
un’aria fredda spira incessante lungo le strade. Il pomeriggio è già iniziato
da un po’ e la disponibilità di camere libere è ormai ridotta all’osso. Grazie
al TIC locale riusciamo a trovare un B&B nelle vicinanze del centro,
accontentandoci di pagare un po’ di più di quello a cui siamo abituati (o a cui
vorremo abituarci). Quando usciamo nuovamente per strada inizia a piovere,
fatto inusuale fino a quel momento del viaggio. Non vedevamo il sole da
parecchi giorni, più o meno da Londra, ma in realtà non avevamo nemmeno mai
visto una precipitazione che si potesse definire tale, al massimo qualche
aerosol inconsistente. Questa volta dobbiamo invece ripararci da un vero
scroscio di pioggia. In questo modo però le nuvole riescono a scaricarsi, perché
finito di piovere, un paio d’ore più tardi, il cielo si libera mostrandoci un
bellissimo azzurro, limpido e puro. Cogliamo l’occasione per camminare fino al
castello, osservando da lì lo scorrere placido delle acque del Ness verso nord.
Appena a monte, un’isola ricca di verde divide le acque del fiume e una
cattedrale si staglia contro l’orizzonte, abbellendolo. È incredibile quanto
anche un singolo raggio di sole sia in grado di rendere piacevole ed unico un
paesaggio fino a quel momento considerato tetro.
Anche se il sole è ancora alto nel cielo, tutti i negozi della città
chiudono i battenti inesorabilmente alle cinque e mezza, così la nostra voglia
di compere deve aspettare per essere soddisfatta. Ci sono alcuni negozi di
maglioni di lana che, almeno dalla vetrina, promettono di essere fantastici.
Tra svariati passi, spesso in direzioni prese seguendo l’istinto, più
di qualche sguardo alle vetrine sbarrate e la solita, immancabile, birra al
pub, giungono le dieci di sera, ora in cui torniamo al B&B pronti per un
meritato riposo. Fuori la città non sembra offrire alcun tipo di vita notturna.
Mercoledì 11 agosto – Loch Ness
Drumnadrochit, questo è il nome della piccola cittadina verso cui
vorremo dirigerci. Un nome di per sé già impronunciabile per un italiano, ma
che poi se viene pronunciato da uno scozzese, con il suo caratteristico “Scots
English” ricco di suoni gutturali, diventa praticamente irriconoscibile. Ci
ritroviamo entrambi ad avvicinare l’orecchio al bancone, incollando il viso al
vetro che divide la biglietteria dal cliente in coda, per cercare di capire il
nome pronunciato dalla bigliettaia. Non assomiglia per nulla a quello che ho
cercato di dire poco prima: “Tiu tichets tu dramnadrochit, plis”. È tutt’altro,
ma non c’è modo di farglielo ripetere in modo diverso. Non ci rimane che
assentire e sperare che quel biglietto che ci ritroviamo in mano non ci conduca
da tutt’altra parte della Scozia.
Saliti sulla corriera, chiediamo al conducente se è quella giusta per
Drumnadrochit, questa volta pronunciato con una piccola nota scozzese che mi
sento in quel momento d’azzardare, e la sua risposta è un segno d’assenso
accompagnato dallo stesso suono emesso dalla bigliettaia, un misto di singulti
e sibili che nulla ricordano la nostra località. Speriamo bene.
Il viaggio in corriera si perde subito tra colli verdeggianti, in cui i
colori risplendono vividi sotto il sole che quest’oggi non è oscurato da
nessuna nuvola. È libero in un cielo azzurrissimo, libero di scaldare una
giornata che si annuncia bellissima. Non ci vuole molto per scorgere le acque
di un lago alla nostra destra, uno specchio sottile dall’acqua appena mossa e
molto scura: il Loch Ness. Siamo sulla strada giusta e tutte le paure scemano.
Drumnadrochit è un po’ la porta d’accesso al Loch Ness, o almeno è la
cittadina dove lo sfruttamento dell’immagine del famoso mostro ha assunto i
livelli più maniacali. In un paesino di
soli seicento abitanti, ci sono ben due esposizioni su Nessie, che si contendono
i soldi dei turisti mostrando vario materiale audiovisivo, di per sé di nessun
interesse.
Per nostra fortuna il vero motivo della visita è posizionato qualche
chilometro più a sud del centro cittadino, proprio in riva al lago: l’Urquhart
Castle. Questo castello, sicuramente uno dei più famosi di Scozia, fu espugnato
e perso da Edoardo I, difeso da Robert the Bruce nella lotta contro Edoardo III
e attaccato da tutti i signori passati di qui. Le distruzioni e le
ricostruzioni si sono susseguite così regolarmente che è difficile tracciare
una storia architettonica completa del castello. Intorno al 1600 la struttura
era già considerata obsoleta e fu definitivamente abbandonata nel 1692. Ora le
sue rovine giacciono a strapiombo sul loch
e sono raggiunte da un ripido sentiero che parte dal parcheggio accanto alla
strada che giunge da Drumnadrochit.
Ai confini settentrionali del sito, una casa a cinque piani, da cui si
può godere di una vasto scorcio del lago, è sicuramente uno dei pezzi forti
dalle belle rovine, pietre cariche di storia in cui è piacevolissimo camminare.
Ma è lo stesso scenario offerto dal lago e dalle montagne che lo cingono a
lasciarmi affascinato. Del mostro non c’è nessuna traccia, sempre che non
consideri Luca alla stregua di Nessie, ma rimanere seduto sulle mura ad
osservare il lento sciabordio dell’acqua del lago è tutt’altro che tempo perso,
è un momento di calma rigenerante tra i più intensi mai provati.
Entrambi ritorniamo ad Inverness con stampato un sorriso sul volto,
sorriso che ci accompagnerà negli usuali riti serali: la sacrosanta pinta di
birra al pub e il panino da MacDonald (l’unico che possiamo permetterci visti i
costi proibitivi di quasi tutti i ristoranti). Inverness continua a non offrire
nulla come vita notturna, ma a noi va bene così.
Giovedì 12 agosto – Culloden Battlefield
La sera precedente avevamo deciso di cambiare B&B, non tanto perché
il posto non ci piacesse, ma perché i soldi iniziavano a scarseggiare.
Arrivando presto al TIC si possono trovare dei validi alloggi a prezzi
piuttosto convenienti.
Il nuovo B&B è, infatti, splendido, con una camera ariosa e una
moltitudine di biscotti Walkers serviti su un vassoio appoggiato sul comodino.
Il padrone di casa è un tipo gioviale e dal sorriso contagioso. Ci accoglie
quasi abbracciandoci, facendoci sentire istantaneamente i benvenuti. Prima di
portare fuori il cane per la passeggiata mattutina, si dimostra disponibile a
darci tutti i consigli per vivere al meglio l’esperienza ad Inverness:
impersona perfettamente l’ospitalità tipica degli scozzesi.
La mattinata la dedichiamo al centro di Inverness, in modo da entrare
in quei negozi che avevamo visto solo dalla vetrina due giorni prima, poi
decidiamo di mangiare un panino seduti su una panchina del parco cittadino
delle Nessy Islands, la serie di isolotti sabbiosi del River Ness, siti un poco
più a sud del centro cittadino e collegati alla terraferma attraverso delle
passerelle. Il luogo è estremamente tranquillo e l’ideale per una camminata
rilassante o anche, grazie ai molti sentieri, per del jogging.
Nel pomeriggio partiamo con la corriera verso est con l’intenzione di
visitare il Culloden Battlefield, una piana erbosa dove nel 1746 si svolse una
battaglia di grande importanza per le sorti dell’intera Inghilterra, quella tra
il pretendente al trono Bonnie Prince Charlie e i lealisti inglesi guidanti dal
Duca di Cumberland. La battaglia di Culloden segnò la fine delle rivolte
giacobine. I campi malinconici che fecero da sfondo alla battaglia sono
veramente cambiati pochissimo rispetto a due secoli e mezzo fa e una discreta
cartellonistica, che si districa tra i tanti monumenti funebri (spesso anche
solo delle lapidi), descrive con sufficiente dettaglio lo scontro.
Per arrivarci però sbagliamo a scendere dalla corriera, fermandoci
parecchio prima del dovuto. Armati solo del nostro senso dell’orientamento, e
di qualche cartello stradale, camminiamo in quella che ci pare la direzione
giusta per oltre mezz’ora prima di raggiungere i campi di Culloden. La
camminata è bellissima, srotolata attraverso strade praticamente deserte
immerse nella tranquilla campagna scozzese. Spesso la via è delimitata su
entrambi i lati da siepi di sempreverdi, con i rami degli alberi che ogni tanto
si protendono oltre la siepe verso il centro della strada. Il sole che ancora
spadroneggia in cielo ed un vento leggero che rinfresca l’aria condiscono
quella che risulta essere una passeggiata divina.
Quando torniamo a Inverness, la birra ci appare quanto mai meritata,
come il the con i biscotti che ci attende prima di coricarci. I biscotti
Walkers sono favolosi, ne mangerei fino a scoppiare.
Venerdì 13 agosto – Cawdor Castle
La meta odierna è il Cawdor Castle, un castello che sorge ad una
ventina di chilometri ad est di Inverness, completamente immerso nella campagna
scozzese. Per raggiungerlo prendiamo il treno fino a Nairn e poi ci facciamo le
ultime cinque miglia a piedi, una camminata che scorre, come quella del giorno
precedente, in una rivitalizzante pace bucolica.
Il castello è composto da una torre centrale del XIV secolo (costruita
intorno a un piccolo agrifoglio, i cui resti sono ancora visibili nel livello
più basso della costruzione) e da delle ali laterali del XVIII secolo. Le mura
appaiono massicce, grigie come i tetti di ardesia che coprono le più basse
costruzioni laterali. Ad essere colorato è invece il bellissimo giardino
antistante il castello, ben curato e dall’alto valore ornamentale. Ma ad essere
ancora più entusiasmante, almeno per un animo forestale come il mio, è il “Wild
Garden”, un bosco alle spalle del castello percorso da vari sentieri, dove
trovano dimora numerose piante arboree, sia locali che esotiche. Visto che
l’entrata al castello costa troppo per le nostre tasche, dedichiamo tutto il
giorno a vagare per il bosco ed i giardini, i cui ingressi sono invece
gratuiti. Ci immergiamo nel verde per svariate ore, fino a che non arriva l’ora
di tornare verso la città, che questa volta raggiungiamo a bordo di una
corriera che ferma proprio nei pressi del castello.
La serata ad Inverness si mostra essere più movimentata degli altri
giorni, con numerosi giovani che vagano per le strade, già ubriachi prima che
siano scoccate le nove. Si vede che è iniziato il fine settimana.




















