Tappa numero 4, Dal 27 dicembre 2008 al 1 gennaio 2009
Do you speak english?
Lo
St. Mark International College
è un insieme di bassi edifici di mattoni rossi disposti a
ferro di cavallo, con
aiuole alberate nel mezzo ad attorniare un’ampia fontana
circolare. Le porte e
le finestre saliscendi sono di legno laccato di bianco, come la
balconata che
arricchisce la facciata dell’edificio principale. Sopra la
porta della reception giganteggia
il logo della
scuola, un cerchio d’oro bardato da due drappi rossi sopra
una croce grigio-argento.
Tutto odora profondamente d’Inghilterra.
Ragazzi
di tutti i paesi avevano
deciso d’impegnare qualche attimo della loro vita
all’interno di quelle rosse
mura per imparare la lingua del mondo globalizzato. Io ero stato tra
loro. Uno
dei più vecchi, ma c’era chi mi batteva di
parecchio. Il primato spettava a una
giapponese di quasi ottanta anni, volto incartapecorito e passo lento,
ma occhi
vivaci, molto più di quasi la totalità dei tanti
giovani che frequentavano la
scuola. Poi c’era Markus il tedesco, che aveva dieci anni
più di me, più
qualche altro attempato solo saltuariamente incontrato lungo i corridoi
o in
biblioteca. Per il resto solo tanti baldi giovani, che siccome ogni
popolo
tende a seguire le proprie mode, le vie più sicure
già intraprese da qualche
suo membro, alla fine venivano tutti dagli stessi stati. La popolazione
dello
St. Mark poteva essere distinta in cinque grandi gruppi etnici: gli
asiatici
orientali (giapponesi, coreani e taiwanesi, difficilmente distinguibili
tra
loro), gli indiani, gli svizzeri, i brasiliani e nessuno dei suddetti.
Il
quinto gruppo era di netto il più piccolo e
all’interno di questo noi italiani
non eravamo altro che un’infinitesima parte: io e un ragazzo
di Como. In Italia
è molto diffusa l’idea che tutto quanto ci sia da
vedere in Australia stia a
est, dalle parti di Sydney e Melbourne e un po’
più su verso Cairns e la Grande
barriera corallina. L’ovest è discretamente poco
valutato e sono in molti a non
avere nemmeno l’idea di dove si trovi Perth. Era in parte per
questo che avevo
scelto di andare lì. Non volevo ritrovarmi in una classe a
parlare più italiano
che inglese, tentazione alla quale sapevo non sarei stato in grado di
resistere.
E, infatti, la prima settimana di lezione fui richiamato
all’ordine di
conversare solo in inglese più di qualche volta
perché tra i miei compagni
c’era una ragazza di Ginevra d’origine italiana che
parlava perfettamente la
lingua dei genitori. Per mia fortuna in poco tempo l’intesa
con gli altri
compagni di classe andò crescendo, rendendo necessario, e
non più così pesante,
l’uso dell’inglese. Anzi. C’erano momenti
di estrema euforia quando riuscivo a mantenere
una conversazione con Denis il taiwanese (Denis non era il suo vero
nome, ma
uno scelto per facilitare l’interazione con gli occidentali),
magari riuscendo
a raccontargli per intero una storia oppure una barzelletta. Tutto
sommato ero
lì anche per quello, riuscire a comunicare egregiamente con
una persona di
cultura e lingua completamente diversa dalla mia. A Monkey Mia avevo
passato
una splendida nottata a guardare le stelle con Aika, una giapponese in
viaggio
solitario per l’Australia. Me ne stavo seduto sul letto a
trascrivere le
emozioni degli ultimi giorni quando Aika rientrò in stanza
e, trafficando tra
le sue borse in cerca di un sacco a pelo, mi chiese se volevo farle
compagnia:
c’era un luminescente cielo notturno ad attenderci. Ci ho
pensato su qualche
istante, inizialmente più propenso a rifiutare
l’invito che accettarlo, poi ho scelto
di seguirla. Ci siamo distesi sulla fresca sabbia della notte, il viso
rivolto
verso l’alto, e abbiamo iniziato a chiacchierare: Italia e
Giappone, italiano e
italiani, giapponese e giapponesi, Carlo e Aika. Un paio
d’ore scambiandoci
parole in modo libero, leggero, immersi in una placida
oscurità silenziosa. Il
tutto attraverso una lingua non propria di nessuno dei due, una chiave
universale per accedere ai nostri due mondi così diversi e
lontani, entrambi
all’altro affascinanti. Che splendido modo di passare il
proprio tempo, che
splendida sensazione riuscire ad accedere a uno scrigno di conoscenze
fino allora
ritenute inaccessibili. Lo stesso provavo con Denis ogniqualvolta
riuscivo a
raggiungerlo con i miei pensieri o riuscivo a comprendere efficacemente
i suoi.
Il tutto grazie all’utilizzo sempre più naturale
di quello strumento
meraviglioso che è diventata con il tempo la lingua inglese.
Non
che avessi raggiunto in poco
tempo dei livelli eccelsi nel suo utilizzo, intendiamoci, ma per quello
che
desideravo ottenere bastava veramente poco, una tenue connessione
basata su un
inglese primordiale conosciuto come globish.
Questo termine l’avevo sentito nominare la prima volta da un
eccentrico signore
di mezza età che mi avvicinò su una panchina nei
pressi di un centro religioso
a Northbridge. Ero lì in attesa che iniziasse una lezione
d’inglese gratuita
tenuta dal parroco del quartiere, lezione alla quale volevo
intrufolarmi per
spendere nei migliori dei modi i miei ultimi giorni a Perth. Il gruppo
di
studio che si riuniva per due ore a settimana era costituito solo da
giapponesi, più qualche altro orientale dal volto abbronzato
(il colore della
pelle è il modo più sicuro per distinguere i
giapponesi dai coreani o dai
cinesi: i giapponesi considerano detestabile l’abbronzatura).
Alla mia prima
sortita in aula mi ero sentito discretamente a disagio, tanto da far
banalmente
notare, per chiedere se la mia presenza era ammessa, che proprio
giapponese non
ero, meritando così un’arguta e sorridente
risposta del prete: “Che tu non sia
giapponese credo sia abbastanza evidente”. Un’ilare
risata generale mi accolse,
alleggerendo di colpo l’atmosfera tra i tavoli (i giapponesi
ridono per un non
nulla) e facendomi sentire il benvenuto. Il termine globish
nasce dalla contrazione delle parole global
e english e indica
l’idioma con cui i non madrelingua inglesi oggi comunicano
tra loro, un inglese
davvero semplificato, sia nel numero di parole, non più di
millecinquecento,
sia nella sintassi. L’eccentrico signore della panchina, un
uomo distinto nel
vestire ma con uno sguardo non proprio saldo, sosteneva che il globish non è solo la vera
lingua del
mondo globalizzato, ma è anche un idioma che
nell’avvicinare i tanti popoli che
lo utilizzano, allontana da tutti i madrelingua inglese che sono gli
unici che
fanno fatica a farsi comprendere. Ed effettivamente in classe allo St.
Mark gli
unici incomprensibili erano un gruppo di quattro indiani e lo stesso
nostro
professore. Con tutti gli altri, slovacchi, taiwanesi, brasiliani e
svizzeri,
ci s’intendeva alla perfezione.
Gli
indiani sedevano sempre uno in parte all’altro e parlavano
per lo
più in hindu, passando a tratti all’inglese con
quella sicumera tipica di chi
pensa già di saperlo, poiché nel loro paese
è una delle tante lingue ufficiali.
In realtà parlavano quell’inglese indianizzato in
cui la maggior parte delle
parole vengono mozzate e la privazione di qualsiasi tono limita di
molto la
capacità d’intuire il tema del discorso. Se
potevamo, cercavamo tutti di
evitarli. Diverso era il problema con il nostro giovane e inesperto
professore,
dal quale non potevamo proprio fuggire. Se avessi avuto un professore
con
maggiore esperienza e almeno qualche nozione di didattica avrei
certamente
imparato di più, ma Andrew Graham, un venticinquenne di
Fremantle d’origine
scozzese dal corpo magro, i lunghi capelli rossi tenuti a bada in una
coda di
cavallo con svariati laccetti colorati e una rossastra peluria a
contornargli
il volto, era un personaggio troppo singolare per non affezionarglisi.
Era alla
sua prima esperienza d’insegnamento e erano venticinque anni
che soffriva di
una profonda insicurezza personale. La sua parlata, di per se
già complessa
perché pregna di cadenze australiane e scozzesi, era
frettolosa e alle volte
scompariva del tutto, sostituita da chiarimenti inopportuni della voce.
I primi
giorni tra noi alunni ci scambiavamo occhiate allarmate a ogni sua
uscita,
nella speranza che almeno qualcuno avesse compreso quanto detto e
potesse soccorrere
gli altri. Poi piano piano la comprensione aumentò, oppure
diventammo solo più
intuitivi. Ma se dalla classe uscivamo spesso confusi e demoralizzati,
con
l’idea che l’ora appena passata non era servita a
nulla, diverso era
l’approccio alle estemporaneità formative che ogni
tanto Andrew Graham riusciva
a escogitare. Una volta, per insegnarci il linguaggio spiccio degli
australiani
nella loro tana più congeniale, ci portò tutti
quanti a fare lezione nel vicino
pub, mentre i vari televisori trasmettevano l’ennesima
importante sfida
internazionale della squadra australiana di cricket. Un foglio in una
mano con
scritte varie frasi da pub, alcune veramente volgari, e una birra
nell’altra,
ci ha fatto conversare tra noi e con le cameriere per
l’intera ora, sempre
pronto ad ascoltare i nostri progressi o a intervenire in caso di
bisogno. Questo
era l’Andrew Graham che amavo e che ricorderò
sempre: carnagione prossima al
bianco latteo in contrasto con la rutilante zazzera; pantaloni
consunti,
t-shirt slabbrata sotto una larga camicia in stile hawaiano, tutto
arancione
acceso; sandali da frate ai piedi e berretto da pescatore con motivi
floreali
in testa; una pinta di birra in mano e un sorriso ingenuo e timido sul
volto. Un brindisi in tuo onore.
Do you know the australians?
Andrew
Graham era fiero di essere
australiano. E nello specifico era fiero di essere un aussie
occidentale, non a torto considerando le peculiarità del
carattere australiano più vive che mai a ovest del Gran
deserto sabbioso. Era
per questo che non perdeva un secondo per parlarci degli australiani e
del loro
stile di vita, magari tralasciando i lati negativi, come il fatto che
tendono
ad avere un pessimo rapporto con l’alcol (i più lo
vedono come l’unica valvola
di sfogo possibile di un’animosità fin troppo
repressa da una società troppo
rigida). Nella sua idea orgogliosamente patriottica
l’australiano era, come
disse nel lontano 1957 Nino Culotta, “Uno dei pochi uomini
liberi rimasti al
mondo. Non ha paura di nessuno, non lecca i piedi a nessuno, non ha
padroni.
Impara il suo modo di vivere. Impara il suo linguaggio. Lasciati
accettare come
uno di loro; entrerai in un mondo che mai avresti pensato esistesse. E
una
volta entrato, mai più lo lascerai”.
Una
delle prime regole che
bisogna conoscere riguardo agli australiani è che vogliono
essere trattati
sempre da pari e che, quindi, trattano gli altri sempre come pari. Non
c’è
livello sociale che tenga. Un famoso giocatore di cricket, un certo
Dennis
Lillee, salutò la Regina Elisabetta con un amichevole
“G’day, how ya
goin’?”, fatto che in Inghilterra fu
visto come la
provocazione di uno sguaiato buffone, quando invece era solo una
naturale e
profonda espressione di egualitarismo. Da questa richiesta di
parità poi
derivano un sacco di cose. Difficilmente un australiano ostenta il
proprio
benessere perché questo potrebbe essere visto come la
ricerca di un segno di
superiorità, che sarebbe fortemente disapprovata.
Similarmente, accettare la
generosità altrui potrebbe essere visto come un segno
d’inferiorità, quindi parimenti
disapprovata. Quando un gruppo di amici va al pub, ognuno paga un giro
di
bevute, che sia donna oppure uomo, che sia ricco oppure povero.
L’importante è
che il numero di giri pagati da ciascuno sia uguale (il giro di bevute
al pub è
una delle tradizioni maggiormente sentite dagli australiani). Allo
stesso modo
se un gruppo d’amici va a mangiare al ristorante, ma anche se
ci vanno un uomo
e una donna, che siano amici oppure amanti, il conto deve sempre essere
diviso
in parti uguali. Che qualcuno paghi per un altro non è
accettato.
La
visione di un mondo in cui si
è tutti uguali non ha però solo aspetti positivi.
Il fatto che un australiano
tenda a trattare tutti, estranei compresi, come se stesso, fa si che,
essendo
loro difficilmente offendibili, trattino tutti con poco tatto. Sono
semplici,
diretti, spesso rudi. Pochi giri di parole per salvaguardare la
sensibilità
altrui. Prendere in giro gli amici è la normalità
quanto prendere in giro uno
che s’incontra per la prima volta, l’importante
è farlo in sua presenza
(prendere in giro qualcuno non presente è visto di cattivo
gusto). Vien da sé
che ci si aspetta che lui risponda a tono, fatto che può far
salire di molto la
stima nei suoi confronti. In alternativa, se ci si sente offesi meglio
dissimulare con un sorriso e cercare di cambiare amabilmente il
discorso. Far
notare il proprio risentimento è il modo migliore per
spingere un australiano a
continuare a far battute sul tuo conto.
È stato bello scoprire un po’ tutte queste cose attraverso stralci di articoli di giornale, passi di libri da leggere a casa oppure sotto dettato in classe, nell’immancabile esercizio quotidiano di compressione (che l’unica cosa che ci faceva comprendere era che la metà delle parole pronunciate da Andrew Graham erano incomprensibili a tutti). Anche se alla fine erano solo piccole pillole d’amore per la sua terra, quanto Andrew ha cercato di trasmettermi mi ha permesso poi di calibrare i parametri con cui osservare i tanti aussie incontrati nei seguenti mesi di viaggio, di interpretarli secondo una visione più consapevole. Mi ha insegnato che se fossi stato invitato a un barbecue, mai e poi mai mi sarei dovuto presentare bussando con una mano alla porta (che avrebbe fatto capire ai miei ospiti che non avevo con me una cassa di birra sufficientemente grande da essere tenuta con due mani… gravissimo errore) e, soprattutto, che quando si vive l’Australia bisogna essere diretti e semplici come lei, senza troppi fronzoli ad appesantire l’animo e, alla fine, non bisogna mai prendersi troppo sul serio. Dopo una simile esperienza di viaggio, una piccola parte di te non potrà che rimanere un po’ australiana per sempre, per la felicità di Nino Culotta.
Fremantle
Passeggiando lungo South
Terrace
non è così inusuale ascoltare chiacchiere in
italiano aleggiare sopra i
tavolini dei numerosi caffè che tappezzano i marciapiedi, un
italiano dalle
cadenze particolari, antiche, rustiche, solo lievemente contaminate da
influenze anglosassoni. Un ascolto distratto porterebbe a credere di
trovarsi
di fronte a numerosi turisti in visita alla città portuale
di Fremantle, ma uno
più attento s’accorgerebbe che nessuno in Italia
parla più in quel modo.
Un’evoluzione isolata ha creato un endemismo linguistico
ancora comprensibile,
ma dal suono estraneo. A parlarlo sono distinti signori di mezza
età, vestiti
tradizionalmente all’italiana, con il volto dai tratti
italiani, la
gesticolazione tipicamente italiana, l’usuale piacere
italiano di godersi la
vita seduti ai tavolini di un caffè. Ma molti di loro
l’Italia non la
calpestano da quando l’hanno lasciata, anche cinquanta anni
fa.
L’immigrazione italiana in Australia ha
radici lontane, anche se sono
rimaste sottili fino a poco più di mezzo secolo fa.
L’inizio lo si può far
risalire al 1770, nello stesso momento in cui il capitano Cook
“scoprì” questa
nuova grande terra inesplorata. A bordo dell’Endeavor,
infatti, vi erano Antonio Ponto e James Matra, uno
italiano e l’altro di discendenza italiana. In seguito altri
italiani giunsero
come liberi coloni, tuttavia per vedere la nascita di una vera e
propria
comunità italiana si dovette aspettare la fine del 1800,
quando nel Queensland
molti nostri connazionali furono impiegati nella coltivazione e nella
lavorazione della canna da zucchero. Ma è solo con la
scoperta dell’oro in
Australia Occidentale che il flusso migratorio dall’Europa
diventò un fenomeno
di grandi proporzioni. La popolazione italiana nel WA passò da poco
più di 50 persone
nel 1890 a 1.354 ad inizio 1900. Questo anche grazie a un trattato
commerciale
firmato dal Regno Unito e dall’Italia nel 1883 che concesse
agli italiani la
libertà di entrata, di viaggio e di soggiorno, nonché i
diritti di acquisire
proprietà e di svolgere attività commerciali in
tutto l’impero britannico. Si
formarono così attive comunità italiane a
Kalgoorlie, Boulder e Wiluna, per il
lavoro nelle miniere d’oro. Altri si dedicarono alla pesca,
come un gruppo di
una cinquantina di pescatori siciliani e pugliesi che crearono una
comunità a
Peron, nel nord ovest, che poi si trasferì proprio a
Fremantle. Altri ancora
trovarono impiego come operai per il taglio del legname nella zona
sud-ovest
del Paese e altri come lavoratori agricoli.
Nei primi anni del ’900 gli italiani
furono in genere ben accolti,
tanto è vero che furono il primo gruppo di immigrati non britannici a
essere
ammessi in Australia in un numero significativo, seppure con qualche
riserva. I
documenti ufficiali del tempo indicano come ci fosse una preferenza per
gli
italiani nati a nord di Livorno, in quanto considerati più
integrabili rispetto
ai nostri connazionali provenienti dal centro-sud. Il numero degli
italiani in
Australia aumentò soprattutto dopo il 1928, grazie anche
alla politica
americana dell’epoca che limitava il numero
d’ingressi negli USA, però il suo
apice, quando cioè le radici cominciarono veramente a
ingrossarsi, è nei due decenni
successivi la Seconda Guerra Mondiale, quando le pessime condizioni
economiche
italiane spinsero molti a cercare lavoro altrove. In tale periodo si
registrò
una media di quasi 18.000 nuovi immigrati italiani ogni anno.
La comunità italiana in Australia è
oggi molto numerosa: superando le
800.000 persone, è la seconda comunità del Paese
dopo quella anglosassone. Insomma,
nelle vene australiane scorre un bel po’ di sangue italiano.
E questo a Fremantle si percepisce un
po’ più che a Perth, non solo per
il vociare nostrano che si sente a passeggio per strada, ma anche per
quella
bella abitudine tutta latina di godersi la vita sorseggiando un
caffè seduti a
un tavolino di un bar. Molti sono i café
che si susseguono lungo South Terrace,
nel tratto prima di giungere ai Fremantle
Markets, con tanti tavolini all’aperto pieni di
gente, in una generale
atmosfera vacanziera che rende la cittadina sempre piacevole da
visitare.
È proprio in questo angolo di mondo in
riva all’oceano che ho passato
la maggior parte dei fine settimana mentre alloggiavo dai Parnell,
vagando per
i suoi mercati e le sue vie e mangiando fish
& chips sui suoi moli. A oggi non ho ancora ben
capito se Fremantle sia
considerato un sobborgo di Perth o una cittadina a sé
stante. La storia, quella
con la “S” maiuscola, è comunque dalla
sua parte, visto che Fremantle nacque come
porto lo stesso anno della più grande colonia
nell’interno, giusto alla foce
dello Swan River, proprio in corrispondenza di Rottnest Island. Secondo
gli
aborigeni Nyoongar fu una grande e spettacolare lotta tra uno squalo e
un
coccodrillo giganti a separare Wallyalup (Fremantle) da Wadjimup
(Rottnest
Island), trasformando quest’ultima in una isola. Il tutto
avvenne durante il
famoso Tempo dei Sogni (Dream Time),
l’alba della creazione per il popolo aborigeno. Ma in meno di
duecento anni sia
Wallyalup sia Wadjimup hanno cambiato decisamente volto. La prima
è una
cittadina che da queste parti considerano storica, che significa che
gli
edifici hanno un’aria coloniale fine ‘800. Edifici
che, a mio avviso,
trasmettono un’anima alla cittadina. A Fremantle si respira
un’atmosfera che
nulla ha a che vedere con l’asettica aria che normalmente
aleggia su Perth. Ai
più verrebbe da dire che Fremantle assomigli a una
città europea, cosa in parte
vera, ma forse riduttiva. A Fremantle si percepisce
l’importanza della storia,
il suo peso e la sua bellezza, il fascino di una tradizione mantenuta.
Città
come Perth, pur possedendo angoli di bucolica bellezza, guardano sempre
verso
il futuro, rimodernandosi di continuo e perdendo per strada
ciò che il passato
può conferire di bello e affascinante. Fremantle si distacca
da tutto ciò e si
ancora alla sua tradizione di città portuale inglese in una
colonia del
nuovissimo mondo. Certamente la storia che ha da offrire è
poca cosa se
confrontata con quella antica dell’Europa, ma è
l’orgoglio per questa storia
che la arricchisce. Camminare per le sue strade è rilassante
e rinvigorente, e
restituisce al viaggiatore quel sublime piacere di dover camminare con
il volto
rivolto verso l’alto per ammirare gli
“storici” edifici che la costituiscono.
Il più importante di essi è
sicuramente la vecchia prigione, risalente
alla metà del XIX secolo e riconosciuta, insieme con altri
dieci siti penali in
Australia, come sito Patrimonio dell’Umanità
dell’UNESCO. Nei primi anni ospitò
solo prigionieri provenienti dall’Inghilterra e
dall’Irlanda, poi nel 1886 fu ceduta
alle autorità coloniali che la utilizzarono per la custodia
dei prigionieri
locali. Il carcere fu chiuso nel 1991 e da allora è
diventato un’interessante
attrazione turistica, visitabile tutti i giorni attraverso tour
organizzati che
cercano di donare varie esperienze: dal tour classico che ti accompagna
a
visionare le celle (quelle dell’epoca della costruzione
davvero strette) e l’area
dedicata alle esecuzioni capitali attraverso impiccagione (in totale
furono
giustiziati quarantatré uomini e una donna;
l’ultima impiccagione risale al
1964), a tour più specializzati, incentrati sulle fughe dei
condannati, alcune
riuscite e altre meno, oppure alla scoperta delle gallerie sotterranee
scavate
dai prigionieri per permettere all’acqua di giungere fino
alla prigione, oppure
ancora a tour notturni in grado di trasmettere brividi a non finire.
Degno di nota
è poi il tour che, cella dopo cella, vi
permetterà di ammirare i dipinti
lasciati sulle pareti dai detenuti. Insomma, qualcosa da non perdere.
Ma prima del 1886 dove li mettevano i detenuti
locali? Beh, Fremantle
non si fa mancare nulla in tal senso, anche perché se vuoi
rappresentare al
meglio la Storia dell’Australia, con il mondo penitenziario
devi per forza
confrontarti. Al termine di High St. è ancora in piedi la
vecchia prigione, la
Round House, che risulta anche essere il più vecchio
edificio pubblico dell’intera
Australia Occidentale, costruito tra il 1830 e il 1831. Chiamata Casa
Rotonda
per la sua forma quasi cilindrica (anche se volendo essere pignoli ha
come base
un dodecagono), costruita con le pietra chiara di arenaria che
caratterizza un
po’ tutti gli antichi edifici di Fremantle, piuttosto piccola
se confrontata
con la mastodontica prigione, posizionata in una invidiabile posizione
di
rilievo dominante la sottostante Bathers Beach e l’orizzonte
infinito
dell’oceano, con le sue acque color turchese. I suoi bastioni
rappresentano uno
dei luoghi ideali dove ammirare i fantomatici tramonti tanto decantati
da
Andrew Graham.
Se poi uno vuole concludere la visita al trittico
di edifici storici in
arenaria, non manca che visitare il WA Shipwrecks Museum, ospitato in
un antico
edificio risalente al 1850. Questo museo sostiene di essere il
principale museo
di archeologia marittima dell’intero emisfero australe e
ospita centinaia di
reliquie di navi distrutte lungo l’insidiosa costa del WA,
tra cui del legname
originale della Batavia, la nave che nel 1629 naufragò
contro un reef nei pressi delle
Abrholos Islands e
di cui già vi parlai.
Abbandonando la Storia e tornando ai giorni
nostri, una visita a
Fremantle deve per forza passare, o magari concludersi, con i Fremantle Markets. Ospitati in un
edificio di mattoni rossi costruito nel 1897 a tal scopo, oltre
centocinquanta
negozi di artigiani, stilisti e venditori di souvenir sono alloggiati
nella Hall, la parte storica dei markets, mentre produttori di alimenti
freschi, coltivatori di ortaggi e rivenditori di generi alimentari se
ne stanno
un po’ più avanti rispetto l’ingresso,
nello spazio chiamato The Yard,
più basso e con pareti in arenaria.
I markets funzionarono come un mercato all’ingrosso di cibo e vari altri prodotti fino agli anni ‘50, quando furono sostituiti dall’analogo mercato di Perth. In seguito gli edifici furono utilizzati come centro d’imballaggio e distribuzione, per rimanere poi inutilizzati fino al 1975, anno in cui il tutto fu restaurato e riaperto con la funzione e l’aspetto attuale. Visitarli è sempre un piacere, così attorniati dalla caciarona vitalità tipica di qualsiasi mercato coperto, un mesocosmo fatto di sgargianti colori, odori penetranti e una simpatica bagarre acustica. Un vero must, anche senza l’intenzione di comprare alcunché, dove ho passato più di qualche ora del mio peregrinare per la cittadina. È lì che il mio pensiero per primo corre quando penso a Fremantle.
Ultimi giorni dell'anno nel Down Under
Sbarcato dalla corriera della Greyhound dopo
trentatré ore di viaggio,
le gambe non proprio saldissime e un lieve dolore al fondoschiena, ho
ritrovato
ad aspettarmi una calda Perth troppo ricca di persone e traffico. In un
mese di
viaggio a nord mi ero fin troppo abituato alla desolazione della
frontiera. Mi
ci è voluto quasi un intero pomeriggio seduto a un tavolino
del bar
dell’ostello per riavermi dello shock e accettare che il
mondo è troppo
abitato.
A bere birra ero in compagnia di Roberto, uno dei
tre italiani
conosciuti durante il viaggio a nord, l’unico a essere
rimasto nel WA in attesa
di ripartire a breve per l’Italia. Lui a sud c’era
tornato in aereo,
probabilmente pagando anche meno di quanto avessi pagato io per il
viaggio in
corriera. Ma mi ero ripromesso di non prendere voli aerei, per
conquistare e
assaporare ogni singolo passo su questa terra arsa da sole. Il volo
aereo
taglia e cuce l’esperienza di viaggio, creando una
discontinuità che non
apprezzo.
Comunque sia, a Roberto mancavano ancora pochi
giorni prima di terminare
il suo anno di lavoro/vacanza in terra australe e tempo da perdere come
il
sottoscritto forse non ne aveva poi molto. In Australia aveva vissuto
una
grandissima esperienza di vita, ma ormai la voglia di tornare aveva
superato
quella di restare. Io, invece, dovevo riavermi da una certa stanchezza,
più
mentale che fisica. Qualche birra e tante chiacchiere in italiano
sembravano in
quel momento il miglior modo di passare un pomeriggio, per entrambi.
Degli ultimi giorni dell’anno ne passai
più di qualcuno con Roberto,
soprattutto ritrovandoci per cena e passando in compagnia la serata.
Luogo
preferito dove cenare era il ristorante Annalakshmi on the Swan, al
Jetty 4 (il
terminal dei traghetti) di Barrack Square, un centro culturale indiano
dove
assaggiare la loro vera cucina vegetariana. La scritta “Eat as you like, Pay as your heart feels”
era riportata su un
cartello all’ingresso e su un foglietto appoggiato a ogni
tavolo. In poche
parole trasmetteva tutta la serenità di un luogo calmo e
tranquillo, a completa
misura d’uomo.
Ma in generale sono le sonore bevute che mi
riportano alla mente
Roberto. Pochi giorni dopo il nostro contemporaneo ritorno a Perth, mi
si
aggregò per un barbecue a casa di una vecchia compagna di
classe. Si
festeggiava la nuova casa in affitto, una bella villetta dalle parti di
Queens
Park. C’era buona parte dello St.
Mark International
College lì a fare festa in giardino, quindi brasiliani,
svizzeri e asiatici
orientali a farla da padrone, con solo qualche intruso, come il
sottoscritto.
Tutti lì a bere birra attingendo da una vasca da bagno colma
di lattine,
aspettando la poca carne pro capite cucinata alla bene in meglio
ingurgitando
patatine fritte come non ci fosse un domani. Alla fine in occasioni
come questa
si mangiava sempre poco e si beveva troppo.
Oppure me lo ricordo
quasi sfinito seduto sul
marciapiede all’ombra del Bell Tower poco dopo lo scoccare
della fine
dell’anno, talmente brillo da aver perso nella bolgia i
compagni di bevute e
non avere più la forza di far altro che starsene fermo ad
aspettare. Sulle rive
dello Swan River l’aria era fresca e la calca di persone in
attesa dell’anno nuovo
tranquilla e rilassata. Già poche decine di minuti dopo la
mezzanotte la folla
ha cominciato a diradarsi, lasciandoci lì sereni come fosse
un giorno
qualsiasi.
Non era
così d’altra parte della rail
station, a Northbridge, dove scene
di guerriglia urbana erano nell’ordine del centinaio di
metri. In un universo di
ubriachi, il sobrio si sente per forza un estraneo.
Questo è quello che accade a un italiano che decida di
avventurarsi il venerdì
o il sabato sera in un locale notturno di Perth, figuratevi
l’ultimo dell’anno.
Il fatto che tutti i giovani frequentatori australiani dei locali siano
ubriachi già alle prime ore serali mi fa supporre che siano
usi a “carburarsi”
prima a casa, per poi uscire per strada già alticci. Anche
perché da altre
parti non è permesso bere. Le leggi australiane sul consumo
di alcolici sono
parecchio ferree: ad esempio, non si può bere per strada e
non si può portare
alcun alcolico in spiaggia, nemmeno se chiuso ermeticamente
all’interno dello
zaino. Anche le leggi sulla vendita e sulla distribuzione sono alquanto
restrittive. Eppure è difficile vedere un altro popolo al
mondo che si profonda
con così tanta dedizione alla ricerca della sbornia profonda
(forse a pari
merito con inglesi e neozelandesi… buon sangue non mente).
Ora, non è il gesto
di ubriacarsi che m’infastidisce, tanto che di sonore sbornie
nella vita ne ho
prese anch’io, ma tutto dipende da come ci si trasforma sotto
gli effetti
dell’alcol. Tra tutti i miei compagni del periodo
universitario ce n’era solo
uno che da ubriaco diventava molesto, e per questo era stato
soprannominato “il
molestatore” e in un qualche modo ghettizzato per il suo
insano comportamento.
Tutti gli altri, me compreso, diventavano solo molto più
felici o tristi secondo
l’umore di partenza. In Australia, invece, di molestatori ce
ne sono a
bizzeffe. Le scene di follia alcolica sono presenti ovunque e a tratti
c’è da
aver paura a girare per strada. Gli ubriachi si urlano contro
l’un l’altro,
prendono a pugni le insegne stradali e i cartelloni pubblicitari,
rompono tutto
quello che passo loro per le mani. Le cose sarebbero ben peggiori se le
forze
dell’ordine non fossero dispiegate come in tempo di guerra.
S’incontrano
poliziotti in macchina, in moto, in bicicletta e a cavallo, ovunque si
vada.
All’interno dei locali la security vigila ovunque e per
entrare vieni spesso
perquisito. Il tutto perché quando un giovane australiano
beve, diventa davvero
violento. E poiché l’Australia è il
paese dell’egualitarismo, le ragazze non
sono da meno. Una passeggiata per Northbridge l’ultimo
dell’anno poteva far
ricredere sulla fobia della sig.ra Parnell rispetto all’uso
di alcolici,
rendendola in un qualche modo accettabile. Bastava chiedere alla
ragazza
tedesca in ostello che si è ritrovata tutto d’un
tratto coinvolta in una rissa
per strada, rimediandone un bel viso tumefatto perché
scagliata con violenza
sull’asfalto. Ecco, di questo carattere affatto bello degli
australiani, il mio
buon professore d’inglese non ne aveva mai fatto cenno.
La quiete dopo la tempesta. Alle prime luci
dell’anno nuovo c’è una
calma quasi innaturale all’ostello e per strada, una calma
indotta dal tanto
alcol scorso e dalla calura già soffocante di prima mattina.
Uno sparuto gruppo
di mattinieri vaga tra la cucina e i tavoli all’esterno, con
l’idea di
prepararsi una colazione. Tra loro c’è la ragazza
tedesca dal viso escoriato,
che mi racconta nei dettagli la brutta esperienza vissuta la sera
precedente.
Dopo averla salutata, decido di dedicarmi alla scrittura del diario in
un
qualche posto all’aria aperta.
Al mio arrivo a Perth alla fine di ottobre, la
primavera aveva appena
iniziato ad abbellire le strade della città. Tra la fermata
dell’autobus e la
casa dei Parnell c’era un piccolo passaggio pedonale cinto da
alcune chiome
arboree che si abbracciavano proprio sopra il camminamento, creando
così una
sorta di galleria, in quei miei primi giorni australiani di un
risplendente
rosso fuoco, quello dei fiori dei callistemon.
Ovunque il paesaggio era incendiato da queste stupende macchie rosso
scarlatto.
Con il tempo, però, il rosso è andato
spegnendosi, come un fuoco non
alimentato, facendo riemergere il verde scuro del fogliame sottostante.
Ma d’incanto
nuovi colori sono apparsi, il fucsia accesso del Schizocentron
elegans e il lillà della Jacaranda su tutti. Il
primo
è un arbusto frequentamene coltivato nei giardini privati
dei sobborghi di
Perth, normalmente proprio a ridosso delle case, il secondo
è un albero che può
raggiungere dimensioni notevoli, spesso usato come alberatura stradale.
Perth è
un continuo sali e scendi, una continua serie di lunghe dune sabbiose
in cui la
città si è mano a mano accresciuta. In alcuni
rari casi la duna è abbastanza
alta e pendente da permettere dal suo culmine di far scorrere lo
sguardo
lontano sui sobborghi circostanti, fornendo una visione
d’insieme non usuale. È
da questi pochi lookout che ci si
può
rendere conto di quanto Perth sia verde. Le case sono spesso molto
basse,
nascoste sotto le chiome dei tanti alberi piantati in ogni dove.
L’effetto è di
vedere un mare verde in cui a tratti appaiono i tetti bruni delle case.
E in
questo mare verde a risaltare è anche il lillà
della Jacaranda, un colore
delicato dal piacevolissimo impatto, la cui fioritura primaverile
è piuttosto
duratura e ammanta la città per oltre un mese.
Uno dei luoghi più belli dove farsi avvolgere dal colore e dal profumo delle Jacaranda in fiore è certamente Hyde Park, il luogo dove decido di recarmi in questo caldo primo giorno dell’anno. Lo si incontra con una camminata di una ventina di minuti verso nord rispetto a Northbridge, in corrispondenza di una conca sul cui fondo se ne stanno due laghetti gemelli con un’acqua bassa e scura, piuttosto fangosa. Al centro dei due laghetti ci sono due isole di vegetazione fitta, impenetrabile, regno dei numerosi uccelli acquatici: i famosi cigni neri simbolo del WA, anatre, gallinelle d’acqua e tanti altri. Una fila di enormi platani circonda i laghetti, separando la sponda da una pista pedonale. Oltre, lungo i verdi versanti della conca, enormi ficus, cedri, tuart e tante palme gettano un’ombra a terra che è un invito al riposo, mentre a presenziare i viali che scendono dalle strade circostanti ci sono, appunto, filari di Jacaranda. Qualche panchina dislocata qua e là e le immancabili aree allestite per fare il barbecue vanno a completare il quadro di questo piccolo e sereno angolo di mondo.




















