Tappa numero 5, Dal 2 al 13 gennaio 2009
Esperance
Una
settimana di pausa, passata a parlare più italiano che inglese, ed
è giunto finalmente il momento di ripartire in viaggio, questa
volta verso sud. Da questo lato, le corriere della Traswa corrono
con una certa frequenza, toccando tutte le cittadine degne di
nota. Le difficoltà logistiche vissute a nord sono così solo un
ricordo, come gli sterminati aridi paesaggi in cui sono stato
calato il mese scorso.
Già dopo
un’ora di viaggio, non appena usciti dall’aerea metropolitana di
Perth, ci ritroviamo avvolti da verdi boschi di eucalipti. Un
bosco “all’australianaâ€, con piante arboree non più alte di
quindici metri, con chiome striminzite e un sottobosco per lo più
formato da grass tree
di piccole dimensioni, ma pur sempre una composizione di vividi
verdi. La gioia è tanta, ma purtroppo effimera. Non ci vuole molto
per vedere il bosco sostituito da infinite distese di pascoli
giallo-bruni, dello stesso colore del manto delle pecore, che non
si riescono quasi a distinguere dal paesaggio. Corriamo in questo
mondo giallo per tutta la mattinata, con solo fugaci visioni di
vero bush, passando in
rassegna piccoli villaggi dediti alla pastorizia e
all’agricoltura, tutti con le loro stradine ordinate e un sole
tremendo sopra la testa. Solo poco prima di giungere a
destinazione, la città di Esperance, il paesaggio vira prima verso
un bianco accesso, quello di piccole saline che talvolta avvolgono
completamente la strada, poi il verde scuro di una fitta e bassa
macchia mediterranea, che fa da contorno alla cittadina e
all’oceano. Ed eccomi giunto nella prima destinazione a sud.
La cittÃ
in se stessa non ha granché da offrire, se non le solite belle
villette di legno così usuali in WA. Quello che è davvero
piacevole è la posizione dell’abitato, su una baia azzurra battuta
dal vento, tra promontori verdi che ne abbracciano la grande
visuale. Una fila di pini di Norfolk, con le chiome composte di
rami paralleli, accompagna la lingua di sabbia bianca che con
un’ampia mezzaluna delimita la baia. In lontananza, spesso coperti
da una bassa foschia, varie isole strappano l’orizzonte. Sono le
isole dell’arcipelago de la
Recherche, poco più di grandi scogli che punteggiano la baia
e arricchiscono l’oceano.
In una
giornata non proprio soleggiata, come quella successiva al mio
arrivo, la vera bellezza del luogo è solo accennata. S’intuisce,
ma non si apprezza completamente. Ma quando le nuvole scorrono via
lontano e il sole può indisturbato spadroneggiare nel cielo,
allora in quel momento tutta la bellezza di Esperance appare
vivida agli occhi. E sono i suoi colori. Le diverse tonalitÃ
dell’oceano, dal turchese in prossimità della riva al blu profondo
in lontananza, il bianco candido delle spiagge, il verde scuro
della vegetazione mediterranea, il bruno delle rocce granitiche e
l’azzurro incontrastato del cielo. Un’incantevole sinfonia di
colori che ha pochi eguali. Svariate spiagge nei dintorni sono
universalmente considerate tra le più belle d’Australia, prima fra
tutte Lucky Bay, all’interno del Cape le Grand National Park,
distante circa sessanta chilometri verso est, ma anche Wylie Bay e
Cape Le Grand Beach, un po’ più prossime a Esperance. Ma senza
volere muoversi troppo dalla cittadina, solo scavalcando uno dei
due promontori che delimitano la sua baia ci si ritrova avvolti in
continue bellezze naturali capaci di strappare sospiri emozionati
a ogni cambio di visuale. E per raggiungerle basta farsi condurre
da una pista ciclabile e pedonale che, partendo dal centro città ,
scorre per tredici chilometri verso ovest: la pista dei “10.000
passiâ€.
Come mi
era successo a Kalbarri con il Melaleuca Track, nei giorni vissuti
a Esperance ho stretto un profondo legame con la pista dei “10.000
passiâ€, approcciandomi a lei prima a piedi, scoprendo così innanzi
tutto la stessa Esperance, con il suo lungo molo che si protende
verso l’oceano alla cui base nuotano spesso dei leoni marini, e
poi la vicina West Beach, appena al di là del promontorio che
chiude la città verso sud-ovest; poi, grazie alla bicicletta,
spingendomi sempre più lontano, scoprendo spiagge meravigliose,
come Salomon e Twilight Beach, e innamorandomi delle visioni
offerte dall’Ocean Drive Road, il naturale proseguimento della
pista ciclabile verso ovest.
Dall’ostello
ci
vogliono circa quattro chilometri per raggiungere il lookout posto in cima al
primo promontorio a sud-ovest di Esperance, gli ultimi cinquecento
metri in salita. Da lassù lo sguardo può veramente sfuggire
lontano. Una serie di mezzelune bianche si sussegue allo sguardo,
cingendo acque di uno splendido azzurro. Anche le isole de la Recherche, in basso
dalla cittadina appena accennate, da lassù assumono i reali
contorni, uscendo dall’orizzonte e sparpagliandosi sul mare.
L’attenzione però non può che essere calamitata dalla spiaggia
appena di là del promontorio, West Beach, vasta e incontaminata,
composta di sabbia finissima che pare farina, con alcuni enormi
massi granitici, ormai aggentiliti dallo sciabordio continuo delle
onde, caduti dal versante e intrufolati nell’acqua bassa a
caratterizzarne il profilo. Una serie di passerelle e scale di
legno scende dalla pista dei “10.000 passi†verso la spiaggia,
rendendola una delle più fruibili in uscita da Esperance. Poche
comunque sono le persone che camminano lungo il bagnasciuga,
spesso solo qualcuno del posto a passeggio con il cane. La
sensazione di essere l’unico padrone di questo paesaggio è sempre
presente e totalmente rigenerante.
Ma la
pista dei “10.000 passiâ€, chiusa dalla bassa vegetazione costiera
sopra la spiaggia, è un continuo invito a proseguire. Calando e
salendo lungo i profili della costa, offre gustosi assaggi di
paesaggi che verranno, invogliando le gambe a spingersi oltre la
prossima salita, il prossimo promontorio, la prossima idilliaca
visione. È così che già il primo giorno mi sono ritrovato a
macinare a piedi oltre venti chilometri, quasi senza neanche
accorgermene.
Il giorno
seguente mi sono invece munito di bicicletta e il sole ha deciso
di farmi compagnia per tutta la giornata, rendendola così
speciale, forse la più bella tra quelle vissute in Australia. A
West Beach il mare risplendeva di un azzurro talmente intenso da
far lacrimare gli occhi, che contrastava divinamente con la sabbia
bianchissima il cui soffice tocco i miei piedi ancora ricordavano.
Mi fermavo ogni dieci metri per immortalare con la macchina
fotografica nuove prospettive, mai sazio. La giornata era davvero
fantastica, con il sole che riscaldava e il vento che rinfrescava,
e il mio corpo superava di slancio tutte le salite senza
appesantirsi troppo. A un tratto non sono più riuscito a
trattenermi e ho cominciato a esclamare a voce alta, e a più
riprese, “Mamma mia, che belloâ€, incapace di ingabbiare nel
silenzio quelle frizzanti emozioni che il paesaggio faceva nascere
in me. L’ho ripetuto infinite volte, lì seduto su una delle tante
panchine che sono state sistemate lungo il percorso, la bicicletta
appoggiata alle spalle, i capelli che svolazzavano allegramente al
vento e un sorriso stampato sul volto. Il contrasto di colori che
avevo osservato nel nuvoloso giorno precedente, e che già mi aveva
emozionato, esplodeva davanti ai miei occhi in tutto il suo
splendore, lasciandomi esterrefatto. Proseguendo di gran lena sono
giunto fino a Twlight Beach, dove sembrava si fossero dati
appuntamento tutti i bagnanti di Esperance, cioè circa un
centinaio di persone, non di più. A cinquanta metri dalla costa un
enorme scoglio di granito sorgeva dalle acque, arrotondato dagli
eventi e dal tempo. Una piccola rientranza sembrava scavare un
buco nero sulla superficie levigata del masso e conferiva al tutto
una particolare e riconoscibilissima forma. Tra lo scoglio e la
spiaggia bianchissima si estendeva un braccio di mare dall’acqua
cristallina di un azzurro purissimo. La sabbia era talmente fine
da essere trasportata con estrema facilità dal vento, ma non dava
alcun fastidio. È solo che quando mi sono svegliato, dopo una
rigenerante dormita, mi sono ritrovato quasi completamente
ricoperto di sabbia, il tutto davvero inaspettatamente.
Dopo
Twilight Beach la strada costiera s’inerpica sull’ennesimo
promontorio. Sulla destra ho cominciato a intravedere enormi pale
eoliche della locale Wind Farm, che coprivano una vasta aerea nel
primo entroterra, alla sinistra continuava a giganteggiare
l’oceano, che si spingeva lontano fino all’orizzonte. La lingua
d’asfalto saliva e scendeva, spaccando in due la verde vegetazione
che si era fatta più fitta. L’Ocean Drive Road è in realtà un loop, così a un tratto
piega verso l’interno, per ritornare verso Esperance. La strada a
quel punto diventa più piana e la vegetazione comincia ad alzarsi,
libera di puntare verso il cielo senza più l’assillo del vento. Ma
è ancora un basso bush
arbustivo, con solo qualche isolato albero, a circondare il Pink
Lake, un ampio specchio d’acqua piuttosto bassa che ogni tanto si
colora di rosa, che però al momento della visita era di un colore
quasi latteo, con riflessi celesti. Quando sono giunto al lookout da cui si può
abbracciare con lo sguardo l’intero lago, la fatica che
m’indolenziva piacevolmente il corpo, ho estratto una mela dallo
zaino e mi sono ritrovato ad ammirarla sotto gli accecanti raggi
del sole. Mi è balzata in mente una sequenza del film Into the Wild, quando
Alex Supertramp elogiava le qualità della mela che stava
mangiando. In quel momento l’ho compreso totalmente. Anche la mia
mela era buonissima, un’autentica goduria per il palato e una
gioia per l’anima. La leggerezza che il viaggio mi stava donando
era in grado di farmi apprezzare anche le cose all’apparenza meno
importanti e più scontate. Lì disperso, invece, solo in mezzo alla
natura australiana, non c’era niente che avrei desiderato di più
che gustarmi quella mela, pienamente soddisfatto. Questa era
l’estasi di cui ogni tanto vado cianciando.
Quando
parlo del mio viaggiare, mi soffermo spesso sul raggiungimento di
uno stato di momentanea grazia. Ma effettivamente non è solo
questo. Viaggiare mi permette anche di soddisfare una continua
sete di conoscenza, del mondo e di se stessi in pari misura.
Appagando la mia curiosità e arricchendomi di sapere, dà un senso
duraturo al tutto, quando invece l’estasi valorizza l’attimo
fuggente. Sono due aspetti essenziali per rendere speciale il
viaggio, due lati di una stessa splendida medaglia.
All’ostello,
seduto
su un comodo divano cercando di trascrivere le forti emozioni
appena vissute sull’Ocean Drive Road, scruto con sospetto una
comitiva della Western Exposure appena giunta in paese. Ogni volta
che incontro questi gruppi provo una forte sensazione di
straniamento. Sono veramente tutti felici di essere lì a far parte
di quel gruppo? Sono tutti consapevoli che stanno barattando la
libertà in cambio di qualcosa che non riesco nemmeno a inquadrare?
Rispetto
al mio modo di viaggiare, uno organizzato offre sicuramente la
possibilità di vedere più cose, o di vedere quelle che sono
universalmente considerate le più belle di una determinata
regione, come potrebbe essere Lucky Bay per Esperance, ad esempio.
Poi offre la possibilità di conoscere facilmente altre persone,
con le quali condividere emozioni e stringere magari durature
amicizie. Infine, rende il viaggio più semplice, nel senso che non
devi preoccuparti di nulla, dal cercare un posto dove dormire o
mangiare, e nemmeno scegliere cosa fare e vedere.
I primi
due sono punti indubbiamente positivi, da qualsiasi punto di vista
si guardino, il terzo invece tendo a vederlo come negativo, anche
se non per tutti è così.
Ma
obiettivo di un viaggio non “è vedere luoghiâ€, mettere una spilla
sulla mappa del mondo o un’etichetta con scritto “vistoâ€.
Viaggiare è “far proprio un luogoâ€, interiorizzarlo. È un percorso
per forza di cose personale, non può essere altrimenti.
Scopro
subito di non essere l’unico a pensarla così perché a breve sono
avvicinato da un ragazzo che negli ultimi giorni ho visto vagare
per l’ostello. Amir sta viaggiando da solo, per un viaggio che
l’ha ormai portato a toccare quasi tutta l’Australia. Barba
incolta e faccia un po’ paffuta, Amir parla l’inglese perfetto
degli israeliani. A spingerlo ad avvicinarmi è quella molla
naturale che spinge l’uomo a condividere se stesso, a comunicare,
a interagire. Per un viaggiatore solitario il bisogno più
impellente, che di solito si rende evidente la sera dopo una
giornata di emozioni, è quello di trovare qualcuno con cui
parlare. Solitamente un altro viaggiatore solitario, che è
sintonizzato sulla tua stessa lunghezza d’onda. A differenza mia,
Amir ha fatto molti tour organizzati, tour che gli sono piaciuti e
che gli hanno permesso di vedere luoghi altrimenti difficilmente
raggiungibili. Però mi guarda dritto negli occhi e mi confida che
viaggiare da solo è tutta un’altra cosa. La libertà , mi dice, è
qualcosa di troppo importante da poter scambiare, è qualcosa di
unico che va conservato come il regalo più grande che il viaggio
ti sta donando. A Melbourne ha noleggiato una macchina e si è
girato da solo l’Ocean Drive fino a Adelaide. Quello sì che è
stato un momento d’estasi, quello sì che è stato viaggiare. Non
posso che essere d’accordo con lui. Me lo immagino al cospetto dei
dodici apostoli con quello sguardo scuro da sognatore e sorrido al
suo entusiasmo. Gente come noi si comprende al volo, non servono
troppe parole.
L’ultima
mattinata a Esperance. Nella cucina dell’ostello ferve un’intensa
attività : ci sono tutti quelli del gruppo organizzato, soliti a
svegliarsi presto il mattino perché devono correre lontano a veder
chissà cosa, e c’è anche Amir. Sta tornando a Perth per noleggiare
una macchina. L’assenza di un proprio automezzo in WA vincola
parecchio. Ognuno ha il suo, di proprietà o noleggiato, quindi i
tour di un solo giorno, che potrebbero portarti a vedere qualche
meraviglia lontano dalle città , non sono così gettonati. Ad Amir
questa limitazione non piace ed ha deciso di tornare indietro,
noleggiare una macchina e girare da solo il sud. Per quanto mi
riguarda, vedo le cose differentemente. Io sono dell’idea che non
è così importante cosa si vede, ma come lo si vede. Con questo non
voglio dire che potrei andare in viaggio in una discarica ed
essere felice lo stesso, ma che l’importanza che si dà alla meta è
spesso eccessiva e così facendo si dimentica qual è il vero motivo
del viaggio. Purtroppo molti considerano la destinazione come un
fine: “c’è da vedere questo, poi quello, poi quell’altroâ€.
Selezionano a tavolino cosa c’è da vedere e i tempi da
concedergli, sulla base d’idee preconfezionate da altri. Il
viaggio nasce in funzione di una pallida idea della destinazione e
dalla smania di vedere il più possibile, non in funzione di se
stessi. Per me questo non è viaggiare, è muoversi.
Lucky Bay è considerata la spiaggia più bella d’Australia e molti mi hanno garantito che è qualcosa da non perdere. Ovviamente io l’ho persa, perché era troppo lontana da raggiungere in bicicletta, a Esperance nessuno noleggia macchine e l’unica agenzia che organizza un tour giornaliero verso quella meta non aveva abbastanza clienti da fare partire una visita (ero l’unico a essermi iscritto). Della cosa mi dispiaccio? Sì, un poco. Ma non troppo. I giorni che ho passato a camminare e correre in bicicletta nei dintorni di Esperance sono stati divini. Ho goduto di ogni singolo instante in un modo che non ha eguali, scoprendo a fondo un paesaggio che mi è entrato nell’animo. Forse Lucky Bay è più bella di West Beach, ma dubito che mi avrebbe donato una felicità superiore a quella che ho provato. Intanto ho conosciuto a fondo West Beach. Lucky Bay la vedrò un’altra volta, forse.
King George Sound
La terra
conosciuta ai giorni nostri come Western Australia fu “scopertaâ€
dagli europei agli inizi del XVII secolo e colonizzata due secoli
dopo. All’epoca il territorio era già abitato da almeno 40.000
anni da quella che noi chiamiamo globalmente popolazione
aborigena, in realtà un insieme di distinti gruppi linguistici,
ognuno con un suo vasto territorio di pertinenza. La totale
popolazione aborigena è stata stimata essere di circa 500.000
persone al momento dell’arrivo degli europei, perlopiù cacciatori
e raccoglitori nomadi.
Non ho
competenze sufficienti per parlare di loro. Quanto successo tra
coloni europei e aborigeni supera di gran lunga la mia capacità di
raccontare aspetti dell’esperienza australiana che ho vissuto. Per
questo non troverete grandi riferimenti a loro in questo lungo
racconto, anche perché i pochi aborigeni che ho incontrato erano
solo ubriaconi molesti e puzzolenti, figli di una tragedia troppo
grande e complessa per essere raccontata da me in un modo che non
può che essere superficiale. Troppo superficiale per i miei gusti.
Scusatemi di questo. Continuerò a parlarvi solo di europei.
Per quasi
tutto il XVIII secolo nessuna nazione europea mostrò interesse per
quella che era conosciuta con il nome di Nuova Olanda. Solo
nell’ultima decade del secolo ci fu un contemporaneo interesse da
parte di Inghilterra e Francia. I francesi furono i primi a
spedire esploratori nella regione. Il primo fu Louis Aleno de St
Aloüarn, che raggiunse la punta sud-occidentale del WA, Cape
Leeuwin, nel 1772. Risalì la costa fino all’isola di Dirk Hartok,
dove decise anche di sbarcare. Formalmente dichiarò la nuova terra
come francese. Poi però morì prima di ritornare in patria e
nessuno seppe della sua dichiarazione. Il successivo francese
arrivò solo nel 1789, Jean-François de La Pérouse, già famoso
all’epoca per alcuni suoi viaggi nel Pacifico. Passo per la Nuova
Olanda e poi fece rotta verso la costa est dell’Australia, dove
gli inglesi avevano da pochi anni fondato una prima colonia
penale, a oggi conosciuta come Sydney. Poi sparì misteriosamente.
Per cercarlo, la Francia organizzò varie spedizioni, la prima
delle quali fu guidata da Antoine Bruni d’Entrecasteaux, che
raggiunge Cape Leeuwin nel dicembre 1792 e procedette questa volta
verso est lungo la costa, mappandola con grande cura. Veleggiò per
un mese in quella direzione ma non trovò nulla d’interesse.
Rimasto senza acqua, si diresse allora verso quella che all’epoca
era conosciuta come Van Diemen’s Land, l’attuale Tasmania. Pur non
trovando lo stretto che divide la Tasmania dall’Australia, fu il
primo ad azzardare l’ipotesi che la Tasmania fosse un’isola.
Sono
questi gli anni in cui gli inglesi cominciano a insospettirsi dei
movimenti francesi nelle acque del WA. Le due nazioni erano in
guerra in Europa e gli inglesi avevano paura che i francesi
reclamassero l’autorità sulla Nuova Olanda. Per questo iniziarono
a organizzare proprie spedizioni nella regione. George Vancouver
toccò la costa sud nel 1791 e trovò una splendida baia che chiamò
King George Sound. La baia forniva cibo, acqua e legno a
sufficienza per i bisogni di un accampamento, quindi fu scelta
come base per la sua spedizione.
Dopo di
lui, passarono dieci anni prima di vedere un altro europeo in
zona. Nel 1801 altri due capitani, Nicolas Baudin per la Francia e
Matthew Flinders per l’Inghilterra, salparono dall’Europa con meta
il WA. Il francese arrivò per primo. Sulle tre navi della sua
spedizione c’erano molti naturalisti, allo scopo di scoprire a
fondo la nuova terra. Baudin passò molto tempo lungo le coste
australiane, in particolar modo tra Cape Leeuwin e la foce dello
Swan River. I francesi non furono affatto impressionati da queste
nuove terre: il report di Baudin sulla Nuova Olanda era
generalmente sfavorevole e causò la perdita di interesse della
Francia per i successivi venti anni. Flinders intanto accertò che
la Tasmania era un’isola e poi, spingendosi verso ovest, mappò con
accuratezza e abilità le coste del WA, fornendo un contributo
essenziale alla scoperta di questa immensa terra.
Uno dei
sottoposti di Baudin, Louis de Freycinet, nel 1818 guidò una
personale spedizione in WA, nello specifico nell’area di Shark
Bay, per valutare la fattibilità di stabilirvi un insediamento.
Oltre a scienziati e naturalisti, portò con sé anche la moglie
Rose, che scrisse un interessantissimo diario di quella
spedizione. I francesi rimasero due settimane a terra e ne furono
parecchio delusi. Il suo avverso rapporto confermò in Francia la
scarsa attitudine della Nuova Olanda a ospitare un insediamento.
Tra il 1818 e il 1822 Phillip Parker King fece tre viaggi per conto dell’Inghilterra intorno alle coste del WA. Figlio del Governatore del New South Wales, fu il primo esploratore del WA nato in Australia. I suoi ordini erano di raccogliere informazioni sul clima della Nuova Olanda, sulla geografia, sugli animali, sui minerali e sulle risorse legnose. Doveva anche cercare un fiume che penetrasse nell’interno, idoneo per porvi le basi di un primo insediamento. Parker King raccolse molte informazioni, tracciando mappe così accurate che furono usate per oltre un secolo a venire. Nei suoi viaggi però non diede grande importanza allo Swan River, giudicandolo di poco valore. Intanto la paura degli inglesi che i francesi potessero insediarsi nel sud della Nuova Olanda cresceva e con essa la paura che un’eventuale colonia francese a ovest avrebbe potuto tagliare i contatti e i rifornimenti delle colonie inglesi nella costa est dell’Australia. Avvistamenti continui di navi francesi nella regione convinsero gli inglesi a stabilire velocemente il loro primo insediamento nei pressi del King George Sound, dove anni prima era stato stabilito un accampamento. La data da ricordare è quella del 9 novembre 1826, quando una nave, che potremmo definire la First Fleet per gli australiani occidentali (il brigantino Amity), salpò da Sydney con a capo il Maggiore Edmund Lockyer, allo scopo di porre le basi del dominio inglese anche sulla parte occidentale del continente. Nel King George Sound Lockyer ci giunse il giorno di Natale, accompagnato da un piccolo gruppo di settantacinque soldati e prigionieri. Reclamò il territorio per l’Inghilterra e chiamò il nuovo insediamento Frederick’s Town. In quattro mesi l’insediamento era bello che pronto. Ebbe il tempo anche di esplorare l’interno, in generale rimanendo favorevolmente sorpreso di quanto trovato, anche se ammise che la nuova terra era meno fertile di quanto da lui inizialmente supposto. Elogiò comunque la magnificenza della baia e riportò che gli aborigeni della zona erano di buona natura e molto amichevoli. Frederick’s Town non si chiama più così. Il primo insediamento inglese in WA ora è conosciuto con il nome meno pomposo di Albany.
Albany
Mentre
leggevo “Le vie dei canti†di Chatwin, mi sorprendevo nel notare
come molte formazioni rocciose o strani “scherzi†geologici
fossero considerati sacri dagli aborigeni e di come a ognuno di
loro fosse legata una leggenda da far ricondurre la Dreamtime. Se ogni roccia
è sacra e richiama il tempo della creazione, pensavo, gli
aborigeni ne devono aver avuto di fantasia da spendere. Ma questo
perché la mia mente è abituata a ragionare con riferimento
all’Italia, terra giovane ricca di asperità , monti o qualsiasi
altra stranezza geologica. L’Australia è terra antica, per lo più
piatta o al massimo dolcemente ondulata, in cui il tempo è stato
sufficiente per appianare quasi tutto. Le discontinuità sono
pochissime se confrontate con l’enorme superficie del continente.
Sono un chiaro riferimento visivo. Ecco perché quelle
discontinuità sono diventate sacre. Lo sarebbero diventate anche
per me, poiché la loro visione è l’unico modo per spezzare una
monotonia paesaggistica che ha dell’incredibile.
Viaggiando
da Esperance verso Albany, via Ravensthorpe, sono ore di strade
dritte e terra piatta. Solo poco prima di giungere a destinazione,
all’orizzonte si stagliano le ombre scure dello Stirling Range,
una catena montuosa caratterizzata da accattivanti guglie aguzze
che si profilano nel cielo. Dopo ore passate a osservare un
paesaggio sempre uguale, la loro visione è stata l’unica capace di
rivitalizzare un’attenzione ormai sopita.
Quando
giungiamo ad Albany il cielo è coperto e una pioggia finissima è
sospinta dal vento a inumidire qualunque cosa. La cittadina nasce
sulle rive del Princess Royal Harbour, una delle tre baie che
caratterizza questo lontano angolo d’Australia. Le altre sono
Oyster Harbour, più a nord e con una strettissima via di accesso,
l’Emù Point, e King George Sound, la grande baia che fa da
anticamera alle altre due baie più piccole. L’acqua, come il
cielo, al mio arrivo è scura, e il tutto mi riporta in mente la
Scozia. Cielo grigio e piovoso, mare scuro, case dalla foggia
tipicamente britannica, temperatura mite tendente al fresco per un
vento che spira costante dalla baia.
Albany si
è accresciuta dalle rive del mare in salita lungo un avvallamento
tra due bastioni montuosi di roccia basaltica, il Monte Clerance e
il Monte Melville. Le case si spingono fino alle pendici dei due
monti, lasciando comunque intatta la parte sommitale, dove dimora
una verde vegetazione costiera. Lungo le vie principali,
fondamentalmente due, si affacciano quelli che qui definiscono
edifici storici, con quelle facciate dal gusto un po’ retrò, più
qualche solida chiesa in pietra. Belle case con pareti di legno
laccate di bianco, ampie verande e sereni giardini a far loro da
contorno s’incontrano invece non appena si esce dal piccolo centro
cittadino, imboccando stradine laterali che s’inerpicano su per i
due monti, oppure scorrono verso la costa della baia.
Oltre a
una strada asfaltata, sentieri ben tracciati percorrono i versanti
dei due monti che proteggono Albany. Il Monte Clerance è il più
alto e quello considerato principale, tanto che sulla sua sommitÃ
è stato eretto un memoriale dell’ANZAC, Australian and New Zealand
Army Corps, in ricordo del sacrificio degli australiani e
dei neozelandesi durante la prima guerra mondiale. Una statua con
due uomini e i loro cavalli immortala quello che è stato il
momento più tragico degli australiani in Europa durante la Grande
Guerra, l’assalto alla penisola di Gallipoli, in Turchia.
Oltre il
memoriale, nel punto più alto del monte, un belvedere dovrebbe
fornire un’ampia visione di Albany, ma questo non succede a causa
di una spessa vegetazione che occlude la visuale proprio verso
quel lato. Una visuale migliore la offre il Monte Melville, dove
estese lastre di granito prive di vegetazione permettono
d’ammirare la piccola cittadina incastonata tra i due monti, la
vasta baia che le ha permesso di essere il primo insediamento nel
WA e le foreste e i monti che la chiudono verso nord, il
Porongurup e lo Stirling Range.
Il
Porongurup Range è una piccola e antica catena montuosa in gran
parte livellata, formata nel Precambriano (oltre 1200 milioni di
anni fa) e composta principalmente da picchi granitici dalla
conformazione a cupole arrotondate. Da est a ovest, lungo la sua
direzione principale, non è lunga che quindici chilometri, con il
punto più alto, il Devils
Slide, posto a 670 metri. L’intera area è una delle
principali attrazioni turistiche di Albany, distante poche decine
di chilometri, sia per i bellissimi panorami che da lassù possono
essere ammirati, sia per la particolare e spettacolare
conformazione delle rocce. Famoso è il Granite Skywalk, un
sentiero attrezzato che conduce su e giù lungo le vette del
Porongurup Range, passando anche nei pressi del Balancing Rock, un masso
di granito alto sei metri, dal peso di circa 186 tonnellate, che
poggia su una base di soli 1,21 metri quadrati. Gli stessi massi
granitici tondeggianti e dalle forme bizzarre caratterizzano tutta
l’area di Albany, Monte Melville in testa. Rocce spuntano anche
lunghe le vie abitate, tanto che spesso strade, marciapiedi e case
sono costretti a girarci intorno. A uno di questi, conosciuto come
Dog Rock, hanno
disegnato un collare alla base, rafforzando così l’idea che sia la
testa di un cane che sta fuoriuscendo dal terreno.
Lo
Stirling Range (o Koikyennuruff), più lontano verso nord, è invece
una catena montuosa più alta, giovane e grande. Da est a ovest è
lunga circa sessanta chilometri, mentre il suo punto più alto, il
Bluff Knoll, raggiunge quota 1.099 metri. È uno dei pochi luoghi
in cui avvengono nevicate regolari nell’Australia occidentale, con
spruzzi di neve segnalati nella maggior parte degli anni.
Cittadine come Mount Barker e Cranbrook, alle pendici dei monti,
sono note località turistiche in tutto il WA.
Anche ad
Albany mi devo scontrare con la dura realtà che tour giornalieri
organizzati verso le due catene montuose non ce ne sono. L’unico
modo per visitarle è avere un mezzo privato, che però nessuno
noleggia. Da appiedato, o al massimo ciclo-munito, non mi rimane
che dedicare il mio tempo alla scoperta della città e dei suoi
dintorni più immediati. Non ci metto quindi molto a scovare una
pista pedonale da fare tutta mia, percorrendola avanti e indietro
nei giorni a venire. La pista conduce a Middleton Beach, adagiata
sulle sponde del King George Sound, insinuandosi in una bassa
vegetazione costiera lasciata per lo più intatta. La solita brezza
investe la pista, proveniente del mare, qui di un blu profondo,
con rocce scure che abbandonano la macchia per gettarsi nel suo
abbraccio. Il fragore delle onde che s’infrangono si confonde
lungo il percorso con il fruscio delle foglie degli arbusti e
degli alberi mossi dal vento. La camminata è sempre piacevole, con
molti punti dove è possibile ammirare il vasto panorama offerto
dall’insieme di baie, con alcune isole che interrompono la linea
perfetta dell’orizzonte. Ma è tutto il gioco tra costa e mare a
essere affascinante, con numerosi promontori che s’insinuano nel
blu, creando infinite piccole baie. In uno di questi si vedono le
rovine della vecchia casa del custode del faro (Point King Lighthouse),
che funzionò ininterrottamente dal 1858 al 1910, ospitando nel
tempo tre custodi e le loro famiglie. La casa sorgeva sulle rocce
basaltiche proprio a ridosso del mare, per nulla protetta dal
vento e sottoposta continuamente agli spruzzi delle onde.
Inimmaginabile la vita lì dentro nelle giornate tempestose.
Lungo la
passeggiata s’incontrano, come il solito, molte persone fare
jogging, altre correre in bicicletta, altre ancora solo a
passeggio con il cane o le cuffie alle orecchie per rilassarsi un
po’. E tutte mi salutano. Un piccolo quadretto australiano che si
ripete con piacere in tutte le cittadine che sto visitando.
Middleton Beach è una spiaggia lunga e ampia, che richiama da
Albany chiunque abbia voglia di sole, mare e tintarella. La
spiaggia si chiude lontano a nord con l’Emù Point, lo stretto
braccio di mare che conduce all’Oyster Harbour, la più piccola
baia della zona. L’acqua del mare qui vira a un azzurro
acquamarina di un’intensa purezza, mentre la solita fila di Pini
di Norfolk chiude la spiaggia alle spalle, un’immagine che nel
tempo sto imparando ad apprezzare. Purtroppo sulla spiaggia tira
sempre un forte vento e il clima ad Albany, anche in estate, non è
di quelli che si possano definire caldi. In ostello si dorme con i
piumoni, cosa per altro davvero piacevole, e la sera felpa e
giubbetto antivento sono imprescindibili. Insomma, la spiaggia è
più da vedere che da fruire, almeno per me.
L’ultimo
giorno ad Albany noleggio l’immancabile bicicletta con l’idea di
vedere la costa sud dell’area, quella che si affaccia sull’oceano
aperto. Le due attrattive principali sono conosciute come il Gap e il Natural Bridge,
all’interno del Torndirrup National Park, che copre buona parte
della costa sull’oceano. Una pista ciclabile conduce dall’altra
parte della baia, scorrendo tra la strada principale e la riva
della baia, in mezzo a boschetti, giardini ben tenuti e pascoli di
cavalli. Dalla baia giunge l’odore del mare, ma quello che si
respira davvero a pieni polmoni è la pace bucolica di questo
incantato angolo di mondo. La strada è completamente piatta fino a
quando non si giunge dall’altro lato del Princess Royal Harbour,
da cui la visuale su Albany è splendida. Poi da lì, se si vuole
proseguire verso la costa sud, la strada inizia a salire e
scendere, perlopiù con lievi pendenze poco o nulla faticose.
Il Gap non è altro che una
profonda insenatura nelle pareti rocciose della costa, alte in
quel punto una cinquantina di metri. L’oceano entra
nell’insenatura, che sembra tagliata con il coltello da quanto è
precisa e regolare, e si schianta con aumentato vigore contro le
rocce. Nelle giornate tempestose la forza e l’altezza raggiunta
dalle onde è scioccante, raggiungendo con gli spruzzi anche la
terrazza panoramica predisposta per vedere il baratro in
sicurezza. Il Gap
impressione davvero, anche in una giornata calma e tranquilla,
soprattutto uno che soffre di vertigini come il sottoscritto.
In
un’altra insenatura, con il fondo un po’ più alto e meno regolare
che non consente l’entrata costante dell’oceano, un enorme ponte
di granito sovrasta il baratro: il Natural Bridge. In una
giornata tranquilla le onde non arrivano neanche alla sua base, ma
in giornate tempestose gli spruzzi sfiorano l’arcata, inondando
tutta l’insenatura.
Le due
attrattive meritano sicuramente una visita, ma è tutto la costa
rocciosa in quel punto ad affascinare. Rocce dello stesso tipo
sono state trovate in Antartide, cosa che fa presumere che proprio
in questo punto i due grandi continenti fossero uniti (a oggi la
velocità con cui Australia e Antartide si allontanano è di circa
cinque centimetri l’anno). Anche l’ultima giornata ad Albany ha
pienamente meritato di essere vissuta.
La
comodità ci rende schiavi. Al memoriale dell’ANZAC sul Monte
Clerance si può giungere a piedi, come ho fatto io, oppure in
macchina attraverso una comoda strada asfaltata. Il parcheggio per
le macchine è posto a un centinaio di metri dal memoriale e, anche
se la strada asfaltata continua, un visibile cartello indica che a
proseguire dovrebbero essere solo chi accompagna disabili o
persone anziane. Per tutti gli altri è fatto obbligo di
parcheggiare e continuare a piedi. Eppure questo non succede.
Quasi tutte le macchine arrivate al memoriale mentre ero in visita
sono giunte fin sotto la statua. Piuttosto di percorrere qualche
metro a piedi in salita, molti, se non tutti, hanno preferito
rimanere all’interno delle loro comode macchine e violare le
esplicite richieste dei custodi del sito.
L’abitudine
alla
comodità è una malattia. Prima di tutto mentale, perché t’incanala
in un percorso di desideri indotti e non reali, e poi fisica,
perché alla lunga indebolisce il tuo corpo, impigrendolo,
trasformandolo in un involucro inutile per uno spirito assopito.
Quanto è
bella invece l’energia di un corpo vivo, quanto è rigenerante il
camminare, muovendosi al ritmo del proprio battito del cuore,
quanto è piacevole la stanchezza che sopraggiunge in seguito al
raggiungimento di splendide conquiste personali.
Denmark
Al centro
degli Alison Hartman
Gardens, un piccolo fazzoletto di terra verde affacciato
sulla via principale di Albany, York Street, si erge la statua in
bronzo di un aborigeno della locale popolazione Noongar. La placca
ai piedi della statua riporta a chi è dedicata: “Mokare, un uomo
di pace. 1826. In riconoscimento del ruolo avuto da Mokare nella
pacifica coesistenza tra la popolazione Noongar e i primi coloni
europeiâ€.
Mokare è
un nome importante da queste parti, indissolubilmente legato alla
recentissima colonizzazione britannica. Già forse conosciuto con
il nome di “Jack†affibbiatogli da Phillip Parker King nel 1821,
Mokare fu un frequentatore abituale della colonia fondata dal
Maggiore Edmund Lockyer nel 1826. Uomo dal carattere carismatico e
pacifico, divenne amico intimo di varie personalità della nascente
colonia, tra le quali Alexander Collie, governatore di Albany dal
1830 al 1833 e famoso naturalista (al quale sono stati dedicati
alcuni nomi scientifici di animali, come la bellissima gazza dal
ciuffo golanera messicana, Calocitta
colliei). Nei primi anni di vita della colonia, la sua
azione di pacificatore e mediatore fu decisiva per mantenere la
pace tra la nascente comunità britannica e quella aborigena. In
quei primi anni di vita di Albany mostrò inoltre agli europei i
sentieri che il popolo Noongar aveva usato e mantenuto per
generazioni nella regione. Molte di queste vie sono oggi le strade
asfaltate che percorrano quest’angolo sud-occidentale del WA. Tra
il 1829 e il 1830 Mokare aiuto gli europei a organizzare e
compiere varie spedizioni terrestri sempre più lontano da Albany,
permettendo loro di mappare nuovi monti, fiumi e baie. Purtroppo
morì poco dopo, nel 1831. A testimonianza del vero legame di
amicizia che li legò, quando nel 1835 morì anche Collie, fu
inumato vicino all’amico aborigeno.
Tra i
territori che Mokare fece scoprire agli europei, c’erano anche
quelli in prossimità del Denmark River e del Wilson Inlet, il
primo un fiume lento e scuro che scende dalle vicine pendici del
Mount Lindesay e, dopo nemmeno sessanta chilometri, si getta nelle
acque basse di una vasta insenatura salmastra, per l’appunto il
Wilson Inlet. Proprio in prossimità della foce del fiume, un bel
po’ di tempo dopo, nel 1895, iniziò lo sfruttamento delle risorse
legnose della zona. Fu costruita una linea ferroviaria che
giungesse fin lì da Torbay, vicino Albany, e delle segherie che
diedero lavoro a quasi ottocento gruppi familiari, per un totale
di due mila persone. Ecco così nascere la cittadina di Denmark.
Denmark
dista da Albany poco meno di sessanta chilometri, ma il paesaggio
che la circonda è completamente diverso. Albany rimane fuori,
anche se di poco, dal warren,
la regione biogeografica che si estende da appena a ovest di
Albany fino a Cape Naturaliste, vicino a Busselton, normalmente
non insinuandosi nell’entroterra per più di dieci chilometri. Il warren è caratterizzato
da foreste dominate dal karri (Eucalyptus diversicolor),
albero alto in media sui sessanta metri, ma capace di raggiungere
anche i novanta. Passando quindi da Albany a Denmark si
abbandonano le basse e compatte formazioni caratteristiche della
macchia mediterranea per essere catapultati in una foresta tra le
più alte del mondo. Non che a Denmark alberi così alti ce ne siano
più, in parte perché la cittadina è al limite essa stessa del warren (gli alberoni
giganti li troveremo andando più verso ovest e più avanti nel
racconto), in parte perché le segherie hanno fatto davvero un bel
lavoro. Dalla fondazione di Denmark e per i primi venti anni, i
boscaioli tagliavano una media di cento alberi al giorno. La
deforestazione ha in breve tempo stravolto il paesaggio,
sostituendo all’enorme foresta campi agricoli poco produttivi, con
danni a tutto l’ecosistema. Per farvi solo un esempio, per la
mancanza di alberi il Denmark River ha visto salire la sua
salinità a livelli altissimi, perdendo non solo la potabilità , ma
anche la capacità di essere usato per scopi irrigui.
Ora però
la situazione è diversa. Ovunque crescono alti alberi di karri e
jarrah, che formano compatti boschetti che cingono la cittadina da
ogni lato, alti muri verdi che interrompono la visuale alla fine
di tutte le strade. Intense opere di rivegetazione avvenute negli
ultimi decenni hanno, infatti, restituito a Denmark il suo aspetto
forestale e il fiume ha visto riabbassarsi i livelli di salinità ,
fino a scendere sotto la soglia di non potabilità (uno dei primi
casi in Australia). Non che a me venga voglia di bere l’acqua del
fiume, perché anche se non eccessivamente salina, il suo colore è
un marrone molto intenso che da molto l’idea di un tè.
E in
realtà è proprio di un tè che stiamo parlando, o meglio un infuso
di foglie di eucalipto. Il colore caratteristico del Denmark
River, come di tutti gli altri fiumi della zona e del Wilson
Inlet, è dovuto ai tannini rilasciati dalle foglie di eucalipto
che cadono nell’acqua. In prossimità dell’Ocean Beach Lockout, un punto
panoramico affacciato sullo stretto braccio di mare che unisce il
Wilson Inlet all’oceano, il contrasto tra le due acque che
s’incontrano è qualcosa di meraviglioso. Quando c’è bassa marea,
le acque scure del Wilson Inlet percorrono le piane sabbiose dello
stretto e si gettano tra le onde schiumose dell’oceano,
sporcandole. Nella vicina spiaggia di Ocean Beach, appena di lÃ
del promontorio e meta principale per i vogliosi di mare di
Denmark, le prime decine di metri di oceano diventano così di un
marrone poco invitante per fare un bagno, ma dall’indubbio
fascino, mentre più in là brilla il consueto azzurro cristallino
tipico di queste acque australi. Quando si alza la marea, invece,
il flusso s’inverte ed è l’acqua dell’oceano a penetrare nel
Wilson Inlet. Il braccio di mare, che in realtà è chiamato Harding
River, non più largo di qualche decina di metri in quel punto,
diventa anch’esso cristallino, rilucente ai raggi del sole.
L’oceano di fronte a Ocean Beach torna così a essere immacolato,
pronto a rimanere tale per le prossime sei ore. Un continuo cambio
di flusso e di colori che ha qualcosa di magico. Annualmente poi
l’Harding River si occlude, cioè la sabbia si deposita a tal punto
alla sua foce da andare a sbarrare la via verso l’oceano. A quel
punto il Wilson Inlet diventa un lago salmastro e i suoi livelli
idrometrici cominciano a salire. Per evitare che le acque
sommergano le strade e i sentieri più bassi che circondano il
grande specchio d’acqua, quasi tutti gli anni, in agosto, è l’uomo
a intervenire, aprendo un canale artificiale nel banco di sabbia.
Riaperta la via verso l’oceano, in breve l’acqua scura si scarica
con tanta impetuosità da ripulire completamente la foce, tenendola
aperta per l’anno a seguire.
Appena di
là dallo stretto, oltre il chiaro/scuro Harding River, incombe la
penisola di Nullaki, che di fatto rappresenta tutta la sponda
meridionale del Wilson Inlet. La particolarità di questa penisola
è che è un’immensa tenuta suddivisa in lotti, mediamente grandi
sui 30-40 ettari, acquistabili per costruirsi una villa vista
oceano. In ogni lotto è stato predefinito il luogo dove può essere
costruita la casa, già ripulita dalla preesistente vegetazione,
che sulla penisola è una bassa macchia mediterranea, ma tutto il
resto deve essere mantenuto com’è, senza la possibilità di altri
interventi edilizi. Il risultato, almeno nelle intenzioni degli
imprenditori che hanno immaginato questa soluzione, è proporre una
selezione di meravigliose case circondate dalla maestosità di una
natura incontaminata, per fornire un esclusivo senso di libertà ai
loro clienti. Se avete 600.000 o più euro che non sapete come
spendere, alcuni lotti sono ancora a disposizione.
Sono stato
fortunato a Denmark, perché il giorno del mio arrivo è coinciso
con quello dei tanto attesi markets.
Avuti luogo per la prima volta nel 1981, i Denmark Arts Markets sono
la principale vetrina per gli artigiani, gli artisti e i
coltivatori locali. Si tengono quattro volte l’anno, da dicembre a
Pasqua, e sono pieni di bancarelle con vari prodotti di
artigianato e cibarie: berretti, trapunte, candele, ceramiche,
ricami, articoli per la casa, saponi, gioielli e giocattoli, tutti
rigorosamente fatti a mano, alternati a formaggi, biscotti, frutta
fresca biologica, salsicce, miele, gelati, noci, olive, conserve e
salse, tutti prodotti nella regione. E tra le bancarelle ci sono
musici e altri artisti che intrattengono i viandanti stanchi come
me e la bolgia di bambini lasciati liberi di scorrazzare sulle
rive del fiume. Durano solo dalle dieci di mattino fino alle
quattro del pomeriggio, quindi piuttosto poco, ma sono l’apice
della vitalità di un paesino altrimenti molto quieto. E quando si
vaga tra le bancarelle, e gli alberi che ne fanno da contorno, ci
si accorge di quante persone vestano ancora come colorati,
disordinati e affascinanti vagabondi hippie. Una cultura che
sembra ancora ben presente in paese, capace di donare uno stato di
tranquilla e serena libertà individuale e un autentico contatto
con la natura. Questa è sicuramente la sensazione più forte che
Denmark trasmette.
Nei miei
giorni in paese, infatti, non ho ammirato grandi bellezze
naturali, quelle capaci di strapparti via un pezzo di cuore dal
corpo, per intenderci, ma ho respirato a pieni polmoni
un’atmosfera leggera e rinvigorente, di vero contatto con se
stessi e la natura che ci circonda. Uno stile di vita che ho
riscontrato radicato in un po’ tutti i luoghi visitati a sud di
Perth, ma che a Denmark ha sicuramente il suo apice.
Anche se il meteo non è stato ottimo, sono riuscito a percorrere il lungo e in largo i sentieri più importanti della zona: il Mokare Heritage Trail, che collega Denmark al Wilson Inlet lungo entrambi i lati del fiume, il Karri Walk Trail, anch’esso verso il Wilson Inlet, ma insinuandosi in una bella foresta di karri, e il Wilson Inlet Heritage Trail, che percorre la sede della vecchia ferrovia, scorrendo a lato delle sponde settentrionali del vasto bacino salmastro. Camminate in mezzo alla natura, osservando principalmente alberi e uccelli marini. Un vero lauto pasto emozionale per un naturalista come me. L’unico piccolo rammarico dell’esperienza a Denmark è non essere giunto fino ai poco più lontani Elephant Cove e Greens Pool, una zona affacciata sull’oceano in cui enormi massi granitici dalle forme arrotondate danno vita a spiagge protette, bagnate da una magnifica acqua color turchese. Distano solo una ventina di chilometri da Denmark, tranquillamente a distanza di una biciclettata. Perché non li ho visitati? Banalmente, non me lo ricordo. Poco importa. Alla fine, come diceva Nicolas Bouvier, “Non siamo noi i giudici del nostro tempo perdutoâ€.




















