Inizio del racconto
Corsica
Martedì 31 Luglio 2007
Rovereto-Madonna di Campiglio
Ore 3:00, Maranello. Suona la sveglia. Ma in realtà mi ero
già svegliato appena qualche minuto prima da solo. Mi
accade sempre quando ho una cosa importante ed eccitante da fare e non
vedo l’ora di iniziare. La nostra macchina biologica è un
vero capolavoro di orologeria in questo! Avevo preparato tutto i giorni
scorsi e un ultimo controllo la sera prima. È arrivato il
momento di partire per la grande avventura sulle Alpi. Avevo in passato
gareggiato a livello regionale. Al massimo avevo fatto 50 km su per
sentieri e sentierini. Ma stavolta si parla di almeno 400km!! (che poi
diventeranno, alla fine, 598 km , ndA).
Durante l’inverno mi era nato il desiderio di tentare questa
impresa, cioè di attraversare le Alpi cercando di fare il
più possibile sterrati e sentieri CAI segnati sulle cartine.
Fortunatamente ho incontrato una ragazza che mi ha parlato del suo
viaggio lungo la dorsale appenninica da Bologna fin giù in
Calabria. Mi ha dato la carica e non ho atteso un giorno in più
per avverare il desiderio.
Carico bici e zaino in macchina (una Smart!! ma c’è stato
tutto) e alle quattro parto per raggiungere Rovereto, tra il Lago di
Garda e Trento. Lì ho deciso di lasciare la macchina e partire
con la bici e, una volta arrivato a destinazione, tornare indietro con
il treno e riprendere la macchina.
Durante il “viaggio di trasferimento” visualizzo, controllo
e ricontrollo mentalmente tutto il bagaglio. La bici è
volutamente una bici da supermercato: 180 euro, 18kg di stazza, pesante
ma robusta e affidabile. Semplice. Biammortizzata. L’ho presa su
e-bay e dopo un rodaggio di qualche centinaio di chilometri vicino a
casa non mi ha dato nessun problema. Promossa per guidarmi fino in
Germania.
Per quanto riguarda il bagaglio sono sempre minimalista,
extraminimalista. Per ordine di importanza ho caricato: soldi,
cellulare, sacca per reidratazione da 2,5 litri, cartine del percorso,
una camera d’aria e pompa, una felpa, un paio di calzoni lunghi,
una maglietta maniche corte, ciabatte, astuccio igiene personale,
piccolo telo in microfibra (surrogato dell’asciugamano),
fotocamera. Riserva di cibo: pacco di biscotti frollini da 800 grammi
(e non tutte quelle schifezze di barrette energetiche). Tutto e solo
questo. Non ho portato alcun strumento per la riparazione bici.
Un controllo accurato di tutti i componenti e “sentire” che
potevo fidarmi di lei, mi hanno evitato questo peso in più.
Visto che mi portavo lo zaino e non le borse attaccate alla bici, la
ricerca della leggerezza del bagaglio era di fondamentale importanza
per la buona riuscita del viaggio.
Ore 6:45, Rovereto. 18 gradi. Sereno. Sono emozionatissimo. Parcheggio.
Respiro già l’aria alpina, non è umida come
giù in pianura. Ma la conosco. Sono nato a San Marino e anche se
il Monte Titano è alto solo 750 metri è tutta
un’altra cosa rispetto all’afa di Rimini.
San Marino è stata la mia palestra per i giretti in mtb quando
ero ragazzino. Ora qui ho di fronte un bisonte! Il Gruppo Brenta! Oddio!
No, non torno indietro. Sono carico come una molla.
Amorevolmente compongo la mia bici. Telaio con ruote. Ora è
tutt’una. Chiudo la macchina, prendo lo zaino e sono subito in
sella. Ora siamo tutt’uno. “Faremo un lungo
viaggio” le sussurro, “ma tra di noi c’è una
profonda intesa e possiamo farcela.”
Si parte!!
L’inizio è tranquillo. Prendo la pista ciclabile della
Valle dell’Adige che costeggia tutto il fiume, poi punto verso il
Lago di Garda. È mattina presto ma già ci sono tanti
ciclisti e gente che corre a bordo del lago. Ma arrivato in cima, nella
punta del lago, non rimangono altro che loro, le montagne. E ora mi
domando seriamente come caspita faccio ad arrivare in Germania con
questa due ruote da supermercato. Viva l’incoscienza
dell’età! Non ci penso più di tanto. Ciò che
mi rasserena è la fiducia in me stesso. So di farcela. Non mi
perdo d’animo facilmente. E il paesaggio semplicemente lo adoro.
Questo mi aiuta. Se fosse tutta piana non avrei nessuna motivazione.
C’è valore in una cosa quando si sono superati ostacoli
per ottenerla. Le curve sono dunque necessarie. Nel mio giro in bici,
nella vita, nelle donne.
Ciuccio un po’ dal tubicino che mi scende da una spalla che è collegato alla camelbag. È semplicemente acqua. Due litri e mezzo di acqua, basteranno per oggi? Non penso di bere così tanto.
Ci sono dei bellissimi castelli sparsi nella zona. Tra un appezzamento
di terreno e l’altro spuntano qua e là. Che bella
l’Italia!
Sul manubrio ho installato, oltre al ciclocomputer, anche la
fotocamera, per averla sempre a portata di mano, e il portacartina. Ora
è arrivato il momento di entrare nel cuore delle Alpi, tre le
sue valli ed i suoi passi. Mi immetto nella Val D’Algone, con
l’obiettivo di arrivare entro sera a Madonna di Campiglio. La
strada è libera e silenziosa. È ora di pranzo e non
c’è nessuno. Solo il rombo di una Porsche rompe il
silenzio e mi sfreccia accanto. Lascio la strada asfaltata per prendere
il sentiero 333 del CAI, per potermi collegare con la Val
D’Agola. Raggiungo Passo Bregn de L’Ors (1836 m). In vetta
c’è soltanto una lunga malga.
Comincio la discesa. Sono solo nel bosco, il sentiero è stretto
ma divertente. Incomincio a pensare che devo contare sulle mie forze.
Devo stare attento. L’ambiente è bellissimo. Si trovano
anche cascatelle carine che non hanno niente da invidiare con quelle
norvegesi. Oltre all’arte l’Italia è piena di
bellezze naturali.
Il sentiero incomincia a scendere e farsi veramente invitante per
lasciare i freni e sentirsi liberi. Prima però scatto una foto,
con il messaggino dietro lo zaino: “Nach München, folgt mir” nella speranza di incontrare qualche pazzo che si vuole unire alla mia impresa.
Prendo velocità. Il greppo da una parte e il burrone
dall’altra scorrono veloci. Lampeggio sempre più veloce
del sole tra i tronchi degli alberi. Guardo per terra. Muschio. Foglie
secche. ROVI!! NOO!! Buco. Ho bucato. Eppure bastava stare più
attenti, fermarsi, scendere e attraversare la “zona
minata”. Riparo in fretta cambiando camera d’aria, ma la
valvola e la pompa non hanno una buona tenuta e non posso gonfiare
più di tanto la ruota. Dovrei controllare meglio queste cose
prima di partire! Grave errore Davide! Mi ammonisco. Riparto e sto un
po’ più calmino, consapevole anche del fatto che nello
zaino non ho più camere d’aria di scorta. Bucherò
una seconda volta, poco dopo, “pizzicando” la camera
d’aria contro il cerchione, avendo preso in pieno un sasso, per
via della ruota non gonfiata a sufficienza. Che stupido. E ora?
M’attacco al tram? No, non passano. Silenzio totale. È
fresco sotto il bosco e si sta bene. Si sta facendo sera e non ho la
tenda. Ho solo una soluzione: andare a gambe. La mancanza di
alternative sgombra la mente in modo meraviglioso e ti fa vedere solo
una strada. Guardo sulla cartina e c’è un rifugio
più avanti, Rifugio Vallesinella, che a piedi da qui ci vorranno
cinquanta minuti. Non riuscirò ad arrivare a Madonna di
Campiglio come previsto, dove spero di trovare anche un negozio di bici
per rifornirmi di camere d’aria. L’ultima salita per
arrivare al rifugio, vicino a delle cascate e punto di partenza per
molti escursionisti, è terribile. È un muro. A volte ho
un passo da pellegrino. Tre passi avanti e uno indietro per mancanza di
equilibrio, di forza per spingere la bici, per la troppa pendenza e la
ghiaia sotto i piedi non tanto amica. Alla fine arrivo e posso dire che
m’è andata bene. Cena di plastica (tutto surgelato) con
tagliatelle industriali e una fettina di manzo con patatine del
McDonald. D’altra parte poveretti non possono fare diversamente.
Quattro chiacchiere con la signora del rifugio e poi su in camera a
lavarmi e riassettarmi per il giorno dopo: riempio la camelbag e riordino lo zaino.
Guardo il ciclocomputer e prendo nota: 112 km, 9 ore e 55 minuti di
corsa effettiva con una media di 11,3km/h. Ma quello che mi
impressiona è il consumo dell’acqua: ho bevuto 4,5 litri
durante il percorso! Eppure non mi sembrava caldissimo e non ho sudato
tanto!
Ho le gambe leggermente affaticate ma in generale mi sento in forma per affrontare la tappa di domani.
Mercoledì 1 Agosto 2007
Madonna di Campiglio-Tesimo
Dopo una colazione anch’essa di plastica (marmellate, miele,
nutella confezioni hotel) ringrazio e saluto. Del resto mi hanno
salvato. Anche lì era l’unica soluzione possibile per uno
con una bici a terra senza tenda in mezzo al Brenta.
Porto la bici a mano fino a Madonna di Campiglio che dista
“solo” 5 km. Mi ci vorrà più di un’ora.
Sto pagando i miei errori. A Madonna di Campiglio traghetto
praticamente in un altro mondo. Nel giro di poche curve di una strada
che porta dal rifugio al paese, passo dal bosco intatto al piccolo
centro cittadino pieno di lusso, del superfluo, degli eccessi e degli
sfarzi. Io cerco solo una camera d’aria. Chissà se riesco
a trovarla? Magari con la valvola d’oro. La trovo in un negozio
di noleggio e vendita sci e abbigliamento sportivo. Rimetto a posto la
bici in fretta e riparto veloce, quasi voler recuperare il tempo
perduto. Sfreccio verso Dimaro e mi immetto in Val di Sole, dove
c’è una bella pista ciclabile che costeggia il fiume Noce,
uno dei più importanti corsi d’acqua a livello mondiale
per gli sport fluviali (hydrospeed, rafting, ecc.)
L’acqua è limpida e azzurra e manifesta tutta la sua forza
contro i massi sul letto del fiume. Sul manubrio metto la seconda
cartina, che copre la zona di Merano. Tra la prima e la seconda rimane
scoperto un pezzo di tragitto, qualche chilometro. Questo lo sapevo
prima di partire. Ma non sapevo di perdermi in quella zona oscura! Mi
perdo come un fesso e non c’è gente in giro anche
perché è ora di pranzo. Girovago per sentieri, poi decido
di dirigermi verso l’asfalto. Distese infinite di meleti. E poi
ancora verso la statale. Dove c’è scritto sui cartelli:
PER MERANO DI QUA. Grazie. Sulla statale stanno rifacendo
l’asfalto e l’omino-semaforo, mentre attendo che la padella
che tiene in mano diventi verde, mi chiede dove sono diretto.
“MONACO!” gli rispondo con tutto il mio entusiasmo e
l’incoscienza di un ragazzino. “Ma è lontanissimo!
Sei uno dei pochissimi rimasti che fa ancora queste cose.
C’è la macchina, più comodo”. Ha ragione.
“Sì, ma mi piacciono le cose difficili” e scatto
sull’asfalto fresco con i sassolini che si staccano dal
battistrada e fanno suonare il mio telaio in alluminio. Prima di Merano
devo affrontare il Passo Palade (1518 m) per poi ridiscendere
giù ancora in Val d’Adige.
Con il tempo perso nel girotondo nell’area non coperta dalle
cartine si è fatta sera ed è ora di cercare un tetto.
Lungo la discesa incontro i rifugi segnati sulla cartina ma uno
è solo un ristorante e l’altro è chiuso per turno.
Dovrò andare fino a Tesimo per mettere qualcosa sotto i denti.
Il primo che trovo è pieno. Trovo posto al terzo tentativo in un
bell’albergo e la signora mi trova un posto in una dependance. Ottimi canederli e carne come si deve.
Mentre mi gusto la cena faccio il punto sulla giornata. È stato
deludente perché per via dello smarrimento ho dovuto prendere la
statale e lì manca lo spettacolo avanti, a sinistra e a destra.
Ho dolore alle ginocchia, ma non alle gambe come muscoli. Forse
è dovuto al peso supplementare dello zaino che quando mi alzo
sui pedali si scarica sulla cartilagine delle giunture, aumentandone lo
sforzo. Ho dolore anche al sedere. Sono magro e non ho chiappe
abbastanza spesse da fare buon cuscinetto tra sella e ossa del bacino.
117 km, 8 ore e 49 minuti, media 13,3 km/h . Consumo: 3,5 litri di acqua.
Giovedì 2 Agosto 2007
Tesimo-Vipiteno
Colazione degna di una località del Sud Tirolo. Ringrazio la
signora e questo posto me lo segno perché sono stato bene. Oggi
mi aspetta il Passo Giovo (2094 m) e parto carico di energia.
Attraverso Merano, sempre carino con la sua passeggiata di Sissi, e mi
dirigo verso Schenna. Poi si prende una stradina asfaltata ma stretta e
tutta tornati che porta a Untertall e Obertall. Tornanti a castello
sembravano! Poi, tramite sentieri ben segnati, si riguadagna la Val
Passiria, si passa attraverso i paesini di San Martino e San Leonardo
in Passiria, oppure c’è anche la ciclabile lungo il fiume.
Da qui in poi il paesaggio lascia strada solo a sua Maestà il
Passo Giovo. Udo Bölts, un campione tedesco delle due ruote,
commenta: “Ho scalato il Passo Giovo nella mia carriera di
professionista durante il Giro d’Italia ma in
quell’occasione ho avuto poco tempo per godermi il paesaggio. In
gara cerchi di concentrarti e chiedere il massimo al tuo corpo. Quando
ho potuto scalare il Giovo senza fretta né cronometro mi sono
accorto che stavo affrontando un’esperienza speciale in un
contesto paesaggistico unico”.
La Cima sembrava un miraggio. I tornanti rimasti sembravano due o tre.
Poi dietro la montagna ne spuntavano altri. Infine la cima. Vento.
Vento. Ho mantenuto sempre un buon passo e mi ha permesso di arrivare
in cima ad un orario decente. Pensavo di dormire qui al rifugio ma
avevo ancora un paio d’ore che potevo sfruttare per scendere
giù a valle e avvicinarmi alla Germania. Vipiteno non è
lontano. Tutta discesa. Batto i denti dal freddo. Avevo indossato tutto
ciò che mi ero portato dietro, cioè solo un paio di
pantaloni lunghi sintetici e sottili e una giacca di una tuta.
A Vipiteno sono un po’ nei guai con la ricerca di un riparo. Sono
le sette di sera passate. E ancora non so dove andare. Tra
l’altro incomincia a piovere in maniera consistente. Anzi
diluvia. Ma devo trovare un posto e giro lo stesso sotto la pioggia.
Qui trovo solo alberghi. Uno, di lusso, mi propone a 75 euro solo la
camera singola. Con il mangiare passo i 100 euro. No, proprio no. Mi
rifaccio una doccia fra le strade cittadine e trovo qualcosa. Non
proprio quello che avrei desiderato, ma accettabile per gustare un buon
gulash e riposarmi. Qua si parla tedesco, c’è poco da
fare. Da questo punto di vista penso che l’Albania faccia parte
dell’Italia più dell’Alto Adige.
Mentre assaporo il gulash penso alle mie ginocchia e al mio sedere che
mi fa sempre più male. Speriamo che passi con una buona dormita.
Dopo cena non ho tante forze e non mi rimane che lavarmi e dormire.
Dormo profondamente.
107 km . 8 ore e 50 minuti, media 12,1 km/h, consumo: 4,0 litri di acqua.
Venerdì 3 Agosto 2007
Vipiteno-Jenbach
Mi sveglio abbastanza in forma. Finora sono sempre riuscito a
recuperare le forze perdute durante la giornata nelle otto/nove ore di
sonno, senza tanti dolori. Bravo corpo, continua così. Piove
ancora. E non ho neanche un’antipioggia. Mentre mi domando se
partirò o no anche sotto la pioggia, faccio il pieno di energia.
Colazione abbondantissima, come sempre. È indispensabile per
affrontare una giornata, forse la più impegnativa, che prevede
il Passo di Vizze (2248 m). Sulla cartina è segnato come
sentiero e non come strada asfaltata. E poi sarà ancora
più in alto del Passo Giovo. Fa freddo. Vipiteno si trova a
quota 950 m. Mi attendono 1300 metri di dislivello e c’è
un’unica strada in Val di Vizze che porta fin su al passo di
circa 20 km. La vedo brutta.
Finisco di mangiare. Pago. Ringrazio. Saluto. Mi porto
sull’ingresso dell’albergo e viene giù della gran
acqua. Tentenno. Poi decido. Non posso permettermi di aspettare, di
restare fermo! Voglio arrivare a Monaco e voglio farlo entro domani!!
Ma ho ancora tutta l’Austria da attraversare, sono scellerato a
dirmi così! Anche stavolta non ho alternative. Devo e voglio
inforcare la bici e partire. Dopo qualche consiglio datomi da una
ragazza al supermercato per imboccare la Val di Vizze e ultimi ripari
sotto pensiline varie, parto seriamente.
Piove costantemente ma non fortissimo. A sorpresa scopro che il calore
prodotto dal mio corpo pedalando è sufficiente a mantenere
abbastanza asciutti pantaloni e giacca. Felice di non pedalare con
vestiti inzuppati, imposto un passo deciso e costante, curioso di
vedere com’è questo passo, visto che non ci sono mai
passato. Difatti nell’ultimo tratto è chiusa al traffico
quindi si fa solo in bici. Si incontrano soprattutto pascoli di mucche
al pascolo. La strada è loro. Salendo si fa un po’
più freddo, ma ancora sopportabile, e scorgo una montagna con
della neve.
Caspita! Qui piove e là nevica. È neve fresca, si vede.
Speriamo che al passo non nevichi! La strada si fa sempre più
stretta e sempre più disabitata di casette sui lati. I pascoli
cedono gradualmente il posto ai boschi e ai ruscelli. Pace assoluta.
Fresco. Acqua pura.
Continuando si arriva a San Giacomo, che è l’ultimo
micropaesino servito dalla strada asfaltata. Poi incomincia a
diventare bianca e si entra nel tratto più duro. Incontro un
ciclista dal verso opposto con una bici con ruote strette da strada
tutto saltellante. Mi chiedo come abbia fatto a valicare con quella
bici con una strada così sconnessa. Poi ogni tanto qualche mountainbiker.
C’è un imbocco di un sentiero che porta verso le cascate e
al Grabspitze con pareti quasi verticali. Un cartello mette freddamente
in guardia chi si vuole avventurare per la vera montagna facendo la
lista di persone che hanno perso non solo il terreno da sotto i piedi,
ma anche la vita.
Continuo per la mia strada. Pian piano la roccia si spoglia dei boschi
fittissimi e si dipinge di muschi e licheni. Sono sopra quota 2000 e
incomincia a tirare un gran vento. La fatica per pedalare controvento
con terreno ciottoloso e la stanchezza aumentano di pari passo. Non mi
scoraggio. Mi piace. Sto sfidando le Alpi. Sto raggiungendo la cima!
WoW! Fra poco sarò in Austria!!
Eccola! Sono sul tetto del mio percorso verso Monaco, a quota 2248!
Estasiato, mi concedo quindici minuti di pausa. Tira un vento
fortissimo. Mi riparo dietro ad un muro di un rifugio (pare tutto
chiuso) sottovento. Cambio cartina, studio un po’ il percorso che
mi attende. E mangio qualcosa. Ammiro l’ambiente a 360 gradi.
È tutto circondato da nebbia che avvolge tutta la cima della
montagna rendendo il posto misterioso e non so cosa ci sarà dopo
la prima curva austriaca. Mi viene in aiuto la cartina. Sul versante
austriaco il tracciato si riduce a sentiero da trekking e porta allo
Schlegeisspeicher, un bacino formato da una diga. Sono felice. Penso
che il peggio di tutto il percorso, la salita appena divorata, sia
passato. Ora ho ancora tanta energia per arrivare il più vicino
possibile all’altro bordo dell’Austria. In fondo non
è poi tanto “spessa” l’Austria in questa
zona.
La discesa è inebriante. Sconnessa. Piena di sassi. Stretta. Con
torrente a fianco. Perfetta. Qui mi serve veramente una bici
robusta. La mia bici da supermercato svolge egregiamente il suo dovere.
Complice perfetta. Arrivato al lago artificiale, trovo un parcheggione.
Continuo la discesa e incontro un bus turistico che infila una
galleria passandoci veramente a pelo. Oltretutto è un quindici
metri.
Percorro tutta la discesa interminabile e arrivo in Zillertal. Ormai
è fatta! Sento già odore di Germania! Il percorso
finalmente si fa leggero e rilassante. Ancora giù verso la valle
dell’Inn per poi risalire un breve tratto lungo il bordo del
poderoso Inn. Poi a destra verso L’Achensee.
Stasera voglio fermare la bici presto per avere il meritato riposo.
Oggi è stato il giorno più duro e l’ho superato
egregiamente. Cerco un posto a Jenbach, poco prima dell’Achensee.
Noto un posto che ha l’aria di ostello. Mi accoglie una graziosa
ragazza di Como. Alla fine confessa che si vive molto meglio in Italia.
Sono fortunato, con soli 35 euro ceno (benissimo e abbondante con
dolce!) e pernotto.
Gioia.
104 km , 7 ore e 47 minuti, media 13,4 km/h, consumo: 1 litro di acqua.
Sabato 4 Agosto 2007
Jenbach-Monaco
Oggi sono convinto di arrivare a Monaco. Non ho idea di quanti
chilometri effettivamente mi separino dalla meta, perché
l’ultima cartina che ho copre fino all’Achensee e poi... e
poi più niente. Solo il mio senso dell’orientamento e il
buon senso e qualche nome che ricordo da quando avevo pianificato il
percorso prima di partire. So che devo passare per Kreuth e poi ancora
un altro lago, il Tegernsee. Poi ci dovrebbe essere una lunga ciclabile
(30 km? 50 km? ) fino a Monaco. Son convinto di farcela. Appena dato
l’impulso per la prima pedalata e già mi visualizzo in
centro a Monaco tra le macchine, tra la civiltà tra
l’inquinamento, tra il rumore, tra il traffico, tra la gente, tra
il casino, tra lo sporco, tra i treni (… no, voglio dire sui
treni), sulla S-Bahn, tra fiumi di birra. Tra la vita.
Le piste ciclabili qui non mancano mai. Si trovano facilmente anche
senza cartina. Raggiungo L’Achensee. Cerco di spingere sui pedali
con ritmo sostenuto per far chilometri. La pista ciclabile lungo tutto
il fiume è perfetta e io sento di dare il massimo. Viaggio a
più 25km/h che, considerato il bresciolino ed i ruotoni della
bici più il carico dello zaino e 440 km già alle spalle,
il Passo Giovo e un passo di 2200 metri superati, beh, sono un
bell’andare! La strada si srotola davanti a me. Molti,
considerato che è sabato, fanno la loro ora di corsa lungo il
lago. Sono all’inizio del lago e con la testa sono già
alla fine. La mia mente vede già Monaco. Non sto più
nella pelle! Non posso crederci! Ma calma! Sono ancora in Austria! E
devo ancora superare il piccolo passo al confine! Non importa! Sono
sicuro di arrivarci!
Ad Achenkirch svolto a destra per quella che mi sembra la strada giusta
per arrivare al confine, al rifugio GuffertHütte. Ormai è
il giorno del ricordo. Ok, la strada è in salita e tira
parecchio, ma penso a ciò che ho fatto negli ultimi 4 giorni.
È stato incredibile. È incredibile più che altro
che basta veramente poca attrezzatura ed equipaggiamento per ottenere
ciò che si vuole. È incredibile di quanto superfluo ci
sia attorno a noi.
Più avanti sulla sinistra c’è un parcheggio pieno di macchine, di gente che va a fare passeggiate e
mountainbikers
come me. In fondo inizia una stradina bianca. Mi viene il dubbio se sia
quella da prendere oppure no. Nelle indicazioni non c’è
scritto il nome del rifugio ma altri nomi in tedesco che a me purtroppo
non dicono niente. Chiedo ai
mountainbikers
ma non sanno nemmeno dirmi in che punto sulla cartina siamo. Di testa
mia continuo avanti per la strada normale asfaltata, ma dopo
mezz’ora mi rendo conto che sto andando fuori rotta. Torno
indietro e prendo la stradina che tutti gli alti avevano preso.
Perché voglio sempre andare dove tutti gli altri non vanno?
Lo sbaglio però mi fa anche un regalo. Imboccata la stradina, me
la prendo un po’ comoda e tengo sempre la testa a vedere il
fiumiciattolo o il bosco accanto. Sento qualcuno che sopraggiunge. Poi
mi supera dicendomi qualcosa (ciao in tedesco, suppongo). Caspita!
È una ragazza in mtb! Ed anche bella, tra l’altro! Per
tutta la salita starò incollato a lei, fin su in cima al
rifugio!
Al rifugio mangio una normale cotoletta alla milanese (
Wienerschnitzel) e mi bevo una bici! O meglio una
Radler.
Ein Radler.
Danke schön.
Riparto con la pancia piena e un po’ brillo. C’è una
lunga discesa di ghiaia che porta fino al confine Austria-Germania. Che
non c’è. Penso che il confine sia un piccolo torrentello.
Si risale nuovamente un lungo tratto di bosco, poi, pian piano, se ne
esce fuori e le strade più a valle diventano d’asfalto.
Soddisfatto e conscio di essere prossimo alla meta sento che la gioia
invade il mio corpo, i miei muscoli. Che li ringrazio.
Sbuco in un parcheggio. Poi scendo ancora, verso il Tegernsee, verso i
paesi. Qui chiedo alla gelataia quanto manca per Monaco. “
Go till the end of the lake.
And then it’s all straigth,
all straight all straight,
for 52 km! “
Oh my Godness.
Ma è tutta pianura. Sono passate da poco le cinque del
pomeriggio e verso le otto di sera finalmente i palazzoni di Monaco!
Strade sempre più grandi... ci sono! Arrivato!! Ce l’ho
fatta!!!!! Gioia incredibile!
155km, 9 ore e 26 minuti, media 16,5 km/h , consumo: 1,5 litri di acqua