Inizio del racconto
burkina_1
Georgia e Armenia
La notte mi pesa sul corpo mentre, sdraiato sul letto, scrivo.
La
Georgia ci ha accolto a modo suo. Arrivati a Tbilisi siamo stati
immediatamente catturati da un’autista, poi soprannominato
Shumacher, che si è lanciato a folle velocità per
le strade che collegano la capitale a Kutaisi, un viaggio trascorso
all’interno di un dormiveglia continuo, tra alberi che ci
volavano accanto e curve che ammiccavano a strapiombi neri come la
notte. Arrivo alla guest house, o era una ghost house, e subito nelle
camere di legno al piano di sopra, accompagnati da una donnona
matrioska con un occhio di vetro. Avesse avuto una gamba di legno avrei
cercato Moby Dick dietro i comodini. Qualche ora nel mondo oltre il
pensiero e poi con gli occhi talmente pesanti da sembrare scolpiti da
un Picasso ultimo periodo veniamo trasportati da Shumi verso
l’ufficio. Vedo allora per la prima volta la
città, e la gente.
Kutaisi è come un albero appassito con qualche
foglia verde,
oppure un vecchio decrepito con gli occhi ancora vispi, oppure un
uccello che non riesce più a volare.
C’è l’ombra della Russia, del
pragmatismo che ora è fatto di palazzi mutilati che coprono
colline avvolte di nebbia. E ci sono buchi a forma di strada e facciate
spellate dall’eco del tempo che si infrange sui palazzi, che
si infrange sui palazzi, che si infrange sui palazzi.
S’intravedono le montagne, ma la nebbia è avara.
Ci ruba lo spazio e ci lascia soli con noi stessi, pronti ad
attraversarla con il pensiero. Tutto è lento intorno a noi e
la macchina sulla quale corriamo sembra ancora più veloce,
un proiettile che attraversa un miele scuro e amaro dove le altre
api-macchina sono invece lente e scassate. Si specchiano nei finestrini
ancora, ancora ed ancora. Ops, mi sono addormentato e sono passati 3
giorni.
La Georgia è alle mie spalle e porta con se ricordi
sfilacciati dalla fretta. Parto da Tbilisi, città
inaspettata, grandiosa e rumorosa, ma con angoli di Europa passata
(bella davvero), alla volta di Yerevan. Il mezzo di locomozione
è uno scassato minivan stracolmo di gente armena e
georgiana, che mi parla, ma non capisco nulla, neanché
qualche suono familiare a cui attaccarmi. Mi esprimo a gesti e rischio
subito di rimanere a piedi alla partenza. Ma a poco a poco, mentre ci
inerpichiamo tra le montagne che separano i due Paesi, si crea quel
feeling che solo in viaggio esiste ed una vecchietta mi offre un uovo
sodo ed un tozzo di pane. Le devo essere sembrato sfinito, ma sto bene,
veramente. In cambio le porgo dei mandarini comprati alla partenza da
una ambulante. Ed ancora più in alto (un vecchietto mi dice
che siamo a 5000 metri ma, dopo aver controllato, capisco che non
superiamo i 3000 metri) dove la neve ci circonda lontana, aggrappata a
picchi di montagne impossibili.
Arrivo a Yerevan, in albergo, finalmente un doccia calda. Al
di fuori
un caos di macchine, un bestiale strombettio. La città ha il
fascino che la popolazione fiera gli ha costruito, dentro e fuori. Una
piazza enorme vicino all’albergo mi cattura e gli giro
intorno come una lancetta impazzita per poi schizzare in un ristorante
tipico dove, non capendo i nomi, ordino gli stessi involtini che mangio
da 10 giorni. Le montagne lontane mi salutano, come mi ha salutato la
loro povertà. Qui è un po’ diverso, la
gente sembra sovravvivere in maniera decente, ma i prezzi sono davvero
altissimi. Mi chiedo come facciano a tirare avanti con i loro salari.
Per il resto lavoro e lavoro, incontro gente ed altra gente.
Chissà se mai li rivedrò, ma le promesse scappano.
Un saluto, Chris
Eritrea 1
Siamo a Himbertì, un villaggio ad un'oretta da
Asmara,
sempre sull'altopiano, quell’immensa distesa di terra che
sembra non terminare mai.
Sono già stato in questo villaggio ed ho
già
rubato alcune pennellate di quella strana vita che si respira una volta
terminata la strada di polvere rossa, strada che ora puzzolenti ed
enormi macchinari stanno lentamente asfaltando. I colori sono quelli di
sempre, quelli che ormai ho imparato a conoscere, il rosso e quel
giallo simile alle lacrime di re Mida o alle stelle che brillano
all’orizzonte rendendo speciale il cielo sopra il deserto. Le
case di sassi sono sempre circondate da muretti coperti di sterco che,
una volta essiccato, verrà usato come combustibile
all’interno di piccole stufe, dentro anguste abitazioni
immobili nel tempo africano, che non è il nostro.
La prima volta, accompagnati da una suora, eravamo entrati in
queste
bolle di memoria, dove vecchie sdentate con sorrisi che si possono solo
immaginare ci avevano mostrato le pareti coperte di scaffali creati con
letame ed argilla, da dove spuntava qualche elemento di
civiltà aliene: una lattina di latte in polvere
Nestlè, un sacchetto di plastica, una pentola lucente.
C’erano anche silos per mettere il grano, o chissà
cos’altro, desolatamente vuoti. Non è un
periodo buono, ci hanno detto, parole che sono arrivate ad accompagnare
i miei pensieri cupi. Riescono in ogni modo a metterti a tuo agio,
magia nera o forse l'eterno ottimismo di chi ha toccato il fondo e sa
che per vivere basta veramente poco. Ci hanno mostrato i loro utensili
ed ogni angolo della casa, fino alla porta posteriore, piccola da
doversi quasi inginocchiare per passare verso la luce che a quel punto
appariva diversa. Lì accovacciati ci hanno augurato tutto il
bene possibile, e dentro di me ho sperato che se ne tenessero un
po’ per loro.
Oggi non entriamo in alcuna casa e iniziamo a camminare verso
i margini
del villaggio. Ci scappa qualche caramella dalle mani ed
all’improvviso compaiono da ogni angolo dei bambini. Compare
anche una vecchia, il capo coperto da un foulard giallo e verde. Ci
tende la mano, chiede una "menta" e si mette in posa, per poi urlare
quando le mostro la foto digitale nello specchietto stregato dietro
la macchina cattura-momenti. Scappiamo fino al precipizio che
ci abbaglia con l'altopiano sottostante, chilometri e chilometri di
steppa brulla con qualche tentativo ondulato di terra più
scura, dove una volta qualcuno aveva piantato dei sogni ed ora, come
spesso accade, ci sono solo memorie di quello che fu. Scendiamo lungo
una via circondati dai bambini del villaggio. Non capendo dove stiamo
andando ed il motivo del nostro viaggio, molti di loro si fermano in
compagnia dell’unico di noi che decide di non proseguire.
Ascolterà le loro parole sconosciute per molto tempo. Non si
stancano mai di provare a parlarti, come se non si capacitassero che
non li puoi capire. I bambini che ci seguono, e si fanno seguire, si
divertono, per una volta si sentono dei privilegiati. Il sole scotta
noi e le pietre striate di un oceano che una volta c’era e
che ora sembra solo un’idea impossibile. Vediamo un falco
lontano, ma lui vede meglio di noi e si libra rapido in volo,
lasciandomi solo un attimo per catturarlo con un colpo di dito. Vedo
subito alcuni scoiattoli scappare veloci, troppo anche per la macchina
cattura-attimi. L’altopiano ed il nostro sguardo sbattono
lontano contro i monti che crescono all’improvviso
nell’aria liquida per il calore. Diamo loro le spalle, ognuno
con i propri pensieri, incamminandoci verso il villaggio, sicuri di
aver catturato un pezzo d’Africa che presto si
trasformerà in nostalgia.
Un saluto, Chris
Eritrea 2
Ieri, visto che non siamo potuti andare sulle isole Dahlak ad ammirare
la barriera corallina, come luogo di riposo abbiamo scelto le rovine di
Cohaito. Sembrava di essere in Perù. È un posto a
2800 metri dove si sale e si scende per strade impossibilili, a volte
immerse in una nebbia spessa (che in verità sono nuvole) che
all’improvviso scompare liberando la vista che cade a
precipizio sull’altopiano centinaia di metri più
in basso. Tutto è oro e rosso argilla, oltre a profondi
strati di marmo. Ogni tanto i militari ci fermano per un controllo, ma
il nostro autista è esperto e ci toglie sempre dagli impicci
sventolando i permessi triplotimbrati. A volte a lato della strada
sbuca qualche macaco, con il sedere rosso che sembra imbrattato di
peperoncino, mettendo in mostra oscenità da scimmione.
Riesco a riprenderli anche se si divertono a giocare a nascondino tra
il rosso ed il verde del fianco della montagna. Lasciamo poi la strada,
finalmente verso le rovine. Il tracciato è di pietra e
sabbia, ma il nostro potente mezzo non si lascia impressionare.
Arriviamo così in un paese sperduto dove la moschea ci
suggerisce che le persone che incontriamo, turbanti bianchi e bastone,
sono sorridenti musulmani. I bambini ci salutano gridando, o
così mi piace pensare.
Le rovine non sono un granché. Non hanno i soldi per
liberare i 70 kmq che ancora aspettano di essere portati alla luce.
Sembra che fosse una civiltà di 4000 anni fa, ma nessuno ne
sa molto, troppo lontano e troppo costoso fare ricerche, soprattutto
così vicino al confine con l’Etiopia. Poi
però troviamo una guida che parlotta con degli inglesi,
punti bianchi tra espressioni in visi scuri. Ci accondiamo e ci portano
a piedi lungo un sentiero a strapiombo su una valle avvolta dalla
nebbia/nuvole. Camminiamo guardando affascinati il paesaggio che si
staglia ai nostri piedi, fino ad arrivare ad una parete coperta di
dipinti. Sembrano quelli aborigeni visti in Australia, ma ci sono
cammelli, tigri, uomini rossi e bianchi. Risalgono, ci dicono, a 6-7000
anni fa. Poi mangiamo qualcosa. Una bambina con il velo si avvicina con
le vacche, le diamo del pane e delle caramelle, ci guarda con
diffidenza, ma, quando partiamo, ci sorride ed incita gli animali
placidi e non molto in carne. Il ritorno è costellato da
immagini di paesaggi e di gente che cammina per strada,
un’ora per andare a scuola o al villaggio a prendere
dell’acqua. Diamo un passaggio a due ragazzi, uno insegna in
un paese ed è stato in Italia, l’altro studia e ci
vorrebbe venire.
Il giorno prima ero stato a Keren, in una casa famiglia che finanziamo.
I 20 bambini mi sono sembrati tristi. Manca ancora l’acqua.
Faremo costruire una cisterna capiente che, riempita una volta al mese,
potrà dargli l’acqua necessaria. Oltre a questo
mancano libri, lavagne e cose utili, quelle con la U maiuscola. La
ragazza eritrea che ci fa da interprete ha perso i genitori in guerra e
dopo otto orfanotrofi ha trovato in una casa famiglia un posto dove
poter rinascere. Lei li può comprendere.
Il paese è suggestivo, ci guardano come marziani, curiosi
della diversità e di quello che rappresentiamo. Case
colorate e donne con veli che catturano gli occhi. Le segui per capire
dove vanno con l’acqua o la spesa sulla testa. Ed il marito?
Al fronte o al servizio militare. Intanto i campi aspettano di essere
coltivati.
Un saluto, Chris