Inizio del racconto
polonia
Agosto 2004
è iniziato da una dozzina di giorni quando
l’Airbus arancione della compianta
Volareweb appoggia le ruote sulla pista dell’aeroporto di
Varsavia, scorre un
po’ di paesaggio tardo serale e mi scarica insieme alla
compagnia con cui ho
condiviso il volo da Venezia.
La Polonia mi accoglie
con un venticello fresco, dando il benvenuto
al mio personale allargamento a est, e con il volto ridente di Mattia
che
arriva a pigliarmi con in testa un berrettino da pescatore e
accompagnandosi
alla sua amica Asia, che si dice “ascia”, un
po’ meno ridente. Per tre notti
dormiamo da lei, un po’ abusivi.
E allora
eccoci in un taxi a cento
all’ora nei
vialoni intorno a Varsavia, lanciati nel buio tra tante corsie e
palazzoni attorno
tutti
uguali; l’aeroporto è praticamente in centro, ma
non lo è casa di Asia che si trova nel ridente e lontano
quartiere di
Rembertòw, e ridente lo si dice ovviamente un po’
per ridere.
In compenso
ride Mattia, un po’ perchè, come dice lui, ogni
volta che torna a Varsavia si
sente a casa, e un po’ perchè viene da una
settimana di passeggiate solitarie
tra sperdute cittadine polacche e montagne prive d’anima, viva o
morta che sia, e quindi il contatto umano
degli ultimi due giorni gli sembra cosa nuova.
Via via, le
strade da molto larghe si fanno larghe, poi medie, poi si parcheggia ed
eccoci là,
a salire le scale con i bagagli e a scaricarli in quella che diventa la
mia
camera, originariamente della padrona di casa, e giusto
c’è il tempo di
scambiare due chiacchiere, bere un goccio d’acqua e lasciarsi
abbracciare da
Morfeo, Orfeo ed Euridice, non necessariamente nell’ordine.
Il mattino
dopo siamo vagamente mattinieri, mentre Asia è decisamente
incazzata e, pur se
non siamo noi le origini del suo male, il fatto che di questa origine
di male
sia un nostro connazionale è sufficiente per farci scrutare
con odio profondo e
imperituro, che per fortuna dura solo una decina di minuti, poi passa
tutto.
Mattia, a
prescindere, è lieto, giocondo e
tranquillo. Varsavia
è grande, strana e
diversa.
La
raggiungiamo in bus partendo dalla nostra fermata di
Rembertòw, che dà l’avvio
alla mia personale interpretazione del suffisso polacco -òw.
Sarebbe più o meno
pari a “uf”, ma a me piace pensare che sia come un
“ou” finale veneto, del tipo
“Rembertooou! Vien qua! Ghe xe da scovare a
cusina!”, e poi ti immagini questo
Remberto che va, mesto mesto, a spazzare la cucina.
Scendiamo
dal bus una volta arrivati in centro, sempre che si possa individuare
un
centro: la città è per prima cosa vasta, ma
soprattutto ha degli spazi aperti
enormi attraverso cui corrono viali con migliaia di corsie, interrotti
di tanto
in tanto da zone, o meglio blocchi, residenziali, fatti di palazzi
verticali e
monotoni di stampo sovietico che dentro devono avere quello stesso
odore fatto
di stanza chiusa e finiture sempre uguali. Sono viali lunghi anche cinque chilometri,
mica per scherzo.
Mattia ci ha
abitato complessivamente per quasi un anno e continua a passeggiarci
sopra con
l’aria di chi si sente perfettamente a posto, e io intanto
non posso far altro
che continuare a spiare le mille particolarità di un mondo
tutto nuovo, senza
poter evitare di precipitare nel luogo comune pensando che in fondo,
quand’ero
piccolo, qui non era così facile arrivare.
Sono buffi,
però efficaci, gli attraversamenti pedonali sopraelevati
rispetto alla strada
per andare al di là di quelle lunghe vie, sono buffi alcuni
dei negozi, è buffo
soprattutto il Palazzo della Scienza e della Cultura, gentile omaggio
di Stalin
alla città, tarchiato, massiccio e
telescopico.
“Non
si nota
molto però è carino”, pare si usasse
dire con ironia. È rimasto a lungo l’edificio
più alto della città e, soprattutto, per farci il
giro attorno si può tranquillamente mettere
in preventivo una sosta intermedia per pranzare, vista la lunghezza del
percorso: è, in altre parole, una cosa possente, tozza e
mastodontica ben visibile da ovunque, o meglio lo era perchè
anno
dopo anno lo stanno soffocando con grattaceli di varia
umanità. Credo che sia
una cosa fatta apposta, così prima o poi lo si
vedrà solo da sotto: come
rendere invisibile un elefante di pietra, capitolo numero uno.
Sarà,
a me
sta pure simpatico e, per la sua forma a barilotto, lo ribattezzo
Bariloche,
che credo sia una città in Argentina. La cosa ci piace e
Bariloche resta.
Ai piedi del
Bariloche c’è comunque un grande spazio libero,
che potremmo anche chiamare
piazza, ma non
è che corrisponda tanto alla definizione di
piazza. Sotto questo spazio libero, e a partire
dalla stazione, che pure ha i binari sotto terra, corrono delle vie
sotterranee
piene di negozi multiformi, molti dei quali vendono cibi da pigliar su
al volo
e mangiare in corsa, tipo panini
semi-preconfezionati
o zapiekanke, plurale inventato di
zapiekanka, ovvero mezzo
panino (nel senso di una fetta sola) con
sopra un po’ di cose varie, esattamente come le cose che
assomigliano ai panini
si chiamano kanapke. Una kanapka, due kanapke.
Tra kanapke
e zapiekanke si può uscire dal tunnel sotterraneo di vie ed
emergere ai piedi
del Bariloche, per passeggiare ancora un po’.
Ora,
Varsavia ha avuto un sacco di ospiti graditi nella storia: in
particolare, un
po’ di russi dalla fine della seconda guerra mondiale in poi
e un po’ di
tedeschi prima. Nessuno sembra aver lasciato un buon ricordo, e non
c’è da
stupirsi.
Forse
è
proprio per evitare di lasciare un qualunque tipo di ricordo, visto che
di
belli non ne potevano lasciare, che
i
nazisti andandosene dalla città non hanno lasciato in piedi
nemmeno una casa:
l’han ridotta a una distesa di macerie alte più o
meno un piano.
Non che la Polonia
abbia moltissimi
edifici che possono raccontare di essere rimasti intatti durante quella
guerra,
ma a Varsavia la cosa si nota e si respira un po’ di
più. Poi arrivi a un punto
in cui la piazza centrale, che porta il nome di Rynek, sembra antica, e
quel
“sembra” è la parola chiave: forse
è patetico, forse è commovente, più
semplicemente è un frutto paziente di una discreta
determinazione, qualcuno per
anni e anni ha fatto una colletta per strada, e zloty dopo zloty,
mattone su
mattone, alla fine han ricostruito il rynek uguale a com’era
prima, replica sì,
ma almeno c’è.
È
una
questione di un incrocio di vie e di poche case, ma tanto basta. E non
mi pare
nemmeno così bello, anche se ti guarda con molta
dignità. Mi piace di più,
invece, una sorta di via di lusso che si chiama Novy Swiat, ovvero
mondo nuovo:
è un mondo nuovo davvero, ha casette basse e ben decorate. È
finto
sì, ma è finto per davvero, come certe vetrine
nelle città della moda.
Tant’è,
questa è Varsavia: grattacieli che schizzano verso
l’alto come funghi, il
Bariloche sommerso, il Rynek risorto, il mondo nuovo e, soprattutto, strade
lunghe mille miglia, di cui una porta verso Rembertòw.
La gente
è
un po’ un misto. I vecchi, ma
anche quelli di mezza età, sono in genere
parecchio tristi e anche abbastanza incazzati. Quando viaggiano
in autobus fissano un’unica direzione e
dall’aria dubito che gli piaccia; quando
salgono si lamentano se non c’è posto o se li intralci in maniera
incolpevole. I giovani sono più disponibili
al sorriso, ma molte ragazze belle, se tu le guardi, ti guardano e non
si
staccano fino a che non ti stacchi tu, e mentre ti fissano hanno tutta
l’aria
di chi ti vuol chiedere pressappoco che cazzo vuoi. La gente di
età intermedia
è spesso cortese, specie se sta dietro il bancone di un
negozio. E poi ci sono
i giovani maschi pettinati a kiwi, ossia col capello corto corto.
Alcuni son
così e basta, altri mi sa che hanno un discreto sentimento
incolto nazionalista
e probabilmente a fare fettine si troverebbe tanto cervello quanto se
ne trova
in un kiwi, solo che almeno il kiwi dentro è verde.
Usciamo per una serata senza infamia
e
senza lode, andando in un locale di un quartiere che si chiama Praga, e
se la
cosa stupisce si può rincarare la dose dicendo che ce
n’è anche uno che si
chiama Wlochy, che si legge Vuoche con la ch aspirata e vuol dire
Italia. A
Praga, che per la verità sarebbe abbastanza malfamato,
andiamo con un’amica che
vive a Bologna ma è polacca, Weronica, detta
Ueronica, e sua sorella Bogna. Se Bogna a un italiano sembra un nome
alquanto
strano, a un polacco pare altrettando strano, e d’altra parte
i nomi femminili
polacchi si contano su una mezza dozzina di dita: Asia che sta per
Joanna,
Basia che sta per Barbara, Kasia che sta per Katarzyna, Gosia che sta
per
Malgorzata, Magda che sta per Magdalena e Ola che sta per Alexandra e
per Olga.
Come Joanna
possa diventare “ascia” e come Alexandra possa
tramutarsi in Ola non l’ho
capito, fatto sta che quei sei nomi sono sufficienti a coprire
l’80% della
popolazione femminile.
Bogna e
Ueronica stanno nell’altro venti percento, evidentemente, e
in effetti se lo
meritano visto che sono entrambe
personaggi fatti a modo loro. La Ueronica
mi fa ghignare
parecchio perchè non mette lo zucchero nel tè,
perchè fa male, non ci mette il
latte, perchè fa male, non usa tanto sale, non mangia carne.
È magra,
stranamente.
Poi viene il
mattino in cui si parte da Varsavia e si va verso est, puntando in
direzione di
Bialowieza.
Si fa presto
a dire Bialowieza, anche se probabilmente non lo si pronuncia bene, ma
arrivarci è tutt’altro discorso. Dalla capitale
sono più o meno 250 km teorici, ma la
pratica prevede un giro più lungo e, soprattutto, prevede
l’uso di mezzi di
trasporto onesti, vetusti, o per dirla proprio tutta, vecchi e
lenti. Vecchio e lento si muove il treno che ci
porta fino a Bialystok, si legga biauestoc, e fuori dal finestrino
passa la
Polonia verde, ogni tanto
decorata con qualche cicogna, di cui Mattia
mi aveva detto: “Vedrai, rabbì, è pieno
di cicogne qua”. In effetti una
settimana prima lui era dalla Maddalena, che è una brava
ragazza ed è talmente
brava che secondo me prima o poi se la sposa, e avendo visto una
cicogna le
aveva detto “Guarda! Una cicogna!”. E lei, che pure
è brava, si era limitata a
ridere, commentando
che qui di cicogne
è semplicemente pieno.
Giusto per dire, in Italia
c’è circa un centinaio di coppie di cicogne
che passa e si ferma ogni anno, mentre in Polonia sono alcune
decine… di migliaia.
Via verso
nord-est lenti lenti e abbiamo tutto il tempo di raccontarcela. Tra una
stazione e l’altra parte il tormentone della vacanza, con
Mattia che si guarda
intorno, fa la faccia di quello che sa che sta per dire una stronzata e
se ne
vanta, monta un accento milanese da figlio di industriale arricchito e
se ne
esce con: “Se viene qui il Papi si compra tutto e li mette a
lavorare per
davvero o li licenzia tutti, il Papi. Qua son ancora con le carriole e
il Papi
c’ha il biem-vù”.
Ghignate che
riecheggiano nello scompartimento, l’unica signora di mezza
età che ci fa
compagnia, si fa sempre per dire, non abbozza nemmeno un sorriso di
comprensione
e anzi mi sa che in cuor suo ci biasima. Ma non è che ce ne
freghi granchè,
visto che ormai è nato il Papi e visto che Bialystok
è vicina. Da lì si monta
in groppa a un bus uscito da un film, ai miei occhi, ma è
solo la mia visione
distorta dalla mia scarsa conoscenza: di bus come quello che ne sono a
decine,
nei paraggi, e probabilmente ce ne sono a centinaia e migliaia in giro
per il
paese. Sembra molto più vecchio di quello che è,
che volendo dare dei numeri
significa che probabilmente l’han messo insieme la prima
volta negli anni 80 ma
ha l’aspetto di un progetto degli
anni 60.
Parte
pistonando un po’ incerto, poi a dire il vero fa il suo degno
e fumoso lavoro
per la vie della campagna, puntando a sud e sempre più verso
est, qualche paese
ogni tanto, qualche cicogna, poca gente, molte buche nelle strade.
Quando si va
in salita non supera i 40 all’ora, in discesa
l’autista mette in folle e scende
lasciando rotolare le gomme, quando c’è una
fermata con qualcuno che deve
salire o scendere, smette di
accelerare 500 metri prima e
arriva
a fermarsi giusto giusto, praticamente senza toccare i freni.
È un mondo che va
a un’altra velocità e con altri mezzi,
indubbiamente. È anche un’aria più
pulita, se si ha la pazienza di non respirare a fondo quando
l’autobus sta
accelerando nelle vicinanze. È anche un mondo che non sembra
avere bisogno
della parola traffico.
Arriviamo a
Hajnòwka che è pomeriggio abbondante e fuori
dalla stazione dei bus si generano
delle risate leggere e un grosso punto di domanda. Le prime sono per la
stazione e gli autobus che ci stanno davanti, tutto squadrato, tutto
deserto,
tutto comunista. Sono solo leggere proprio perchè grosso
è il punto di domanda,
preceduto dalle parole “e adesso”. E adesso?
Adesso non
c’è niente, niente intorno, niente a tiro di
vista, non ci sono nemmeno
persone, nemmeno cartelli chiari che indichino un orario e una
direzione.
Chiediamo a un ragazzetto che passa in bicicletta. Non sa nulla, se
non che la città è un po’
più in là e lì
magari hanno qualche idea in più. Saliamo, zaini in spalla,
verso la città, o
meglio il paese, che pure ha un po’ di movimento inteso come
persone che
camminano; però difettano di conoscenza, visto che nessuno
ci sa dire come si
possa arrivare a Bialowieza, e intanto il mondo entra nella sua sera.
Da
Hajnòwka
a Bialowieza è tutto est, ma sono solo venti chilometri:
eppure nessuno sa come
si va di là, e i pochi che lo sanno, lo sanno in
maniera diversa tra loro. Decidiamo di credere a una tizia che ci dice
di
aspettare lì, che prima o poi passerà qualcosa
che va verso di là, e non è
nemmeno una cosa sbagliata visto che passa un furgoncino assai moderno
e
privato di uno che per un tot di zloty ti porta proprio a Bialowieza:
uno che
ha colto l’opportunità di quel luogo e raccatta i
turisti che hanno come meta
la foresta ai limiti del mondo con un van di tutto rispetto.
Arriviamo ed
è già buio, c’è da dormire e
l’alloggio sembra molto una baita di montagna,
tutto in legno. Da Bialowieza, in teoria, camminando per
una ventina scarsa di minuti verso est si
entra in Bielorussia. È che non te lo
lasciano fare. Da quando la Polonia è
entrata
nell’Unione Europea, quel confine,
che già prima aveva un
certo peso, è diventato una linea densa: di qua ci siamo
noi, di là non si
entra facilmente e non si sa se si riesce a uscire.
Valida la
cena,
abbondantemente carnosa, sapientemente decorata da un
paio di birre locali che ci mettono decisamente di buonumore. I prezzi
sono
estremamente popolari, ma noi ci siamo ritarati sulla nuova valuta; in
pratica, anche
se una cena costa 20 zloty, cioè 5 euro dei tempi, noi
più o meno vediamo di comportarci come se quelli fossero 20
euro, cioè ci
stiamo attenti e non esageriamo, potendo scegliere. A Bialowieza non
c’è
scelta, il prezzo è buono, la birra anche di più.
La notte
nella baita ha poi il sapore della conquista, dopo un giorno quasi
intero di
viaggio e una cena appagante.
È il
mattino
dopo che cominciamo a dare vita al nostro animo sportivo, iscrivendoci
a una
passeggiata che si inoltra nella foresta. Faremmo anche a meno di
unirci alla
ventina di persone che ci accompagna, ma è l’unico
modo per entrare in quel
bosco. Si cammina a lungo e la foresta è bella, non dico che
si metta anche
piede in Bielorussia ma in alcuni punti probabilmente è
questione di centimetri
o almeno è bello pensare che sia così. Ci sono
conifere crollate a terra per il
vento, la guida ci spiega e ci mostra che hanno radici che non vanno
più
profonde di 15 centimetri e quindi
il vento forte le rovescia senza
difficoltà. È curioso, però, che in
questo lembo isolato di mondo e in due ore
di passeggiata non si veda nemmeno un animale, non ci sono nemmeno
uccelletti
di bosco.
Non ci sono
elementi interessanti tra i compagni di passeggiata, solo vecchiarelli
e poco
altro, ma io e Mattia ce la passiamo bene con il panorama naturale e ce
la
ridiamo pensando al prurito al culo che deve avere il cavallo che
traina la
carrozza che ci passa in parte che ha appena scagazzato sulla
mulattiera.
Di rientro
alla base, affittiamo un
paio di biciclette e via, immersi in altre
parti di bosco non protette come la riserva integrale. A dire la
verità, al
nostro occhio non paiono mica diverse da prima, a parte la strada
asfaltata che
ci passa in mezzo, ma ci sono cose che all’occhio sfuggono in
pieno.
Non sfuggono
all’occhio gli uccelletti di bosco che questa volta
incrociamo, e in più
arriviamo nei pressi di quattro querce secolari, dai 350 ai 500 anni, e
da
quelle parti ci facciamo un pranzo frugale. Qualche kabanos,
cioè salamini
sottili e lunghi, un po’ di pane e roba così. Poi
via a pedalare ancora, fino a
un posto dove hanno qualche animale selvatico locale chiuso in recinti
per
mostrare un po’ della vita dei boschi circostanti. La star
è il bisonte
europeo, che in pratica c’è solo lì e
non si sa neanche quanti ce ne siano di
liberi. Per i fan di un certo cantante, in tedesco il bovino si chiama
Wisent,
con tutta la storia che ne consegue per Natale.
Tant’è,
il
Wisent ci fa ridere perchè una femmina che sta mangiando le
foglie di un ramo
staccato dall’albero ci si incastra con le corna e si dimena
per mezzora prima
di venir via. Per il resto è una bestia tranquilla, o almeno
lo sono questi che
sono abituati alla gente che li guarda. C’è un
recintone per i caprioli e i
cervi, che stanno nascosti nel bosco, a parte una cerva che viene a
farsi dare
da mangiare. Ci sono i cavalli tarpani. Altre bestie di varia
umanità, che
sicuramente sarebbero più contente di pascolare per la
foresta che c’è fuori
dal recinto, e poi un gabbione con i lupi. Mi sa che non avevo mai
visto un
lupo, di sicuro non da così vicino. Uno è solo e
spelacchiato, altri tre sono
un po’ più in là, ma fa caldo e stanno
fermi con un’aria, francamente, mite.
Sono anche piccoli, nel senso che ci sono cani ben più
grandi, grossi e con la
faccia molto più incazzata, mentre il lupo si fa
semplicemente i fatti i suoi.
Tutto sommato, messa così potremmo essere noi quelli che gli
fanno paura.
Immagino che fuori nel bosco le parti non farebbero fatica a invertirsi
con una
certa rapidità.
Per finire
in gloria c’è una bestia strana, che noi
battezziamo bisacca o toronte. Anni fa
un tipo si è incapponito a voler incrociare le vacche con i
bisonti, o le
bisontesse con i tori, una delle due. L’idea è che
se ce la fai viene fuori un
animale forte e, procedendo con selezioni progressive, tira fuori i pregi di entrambi.
Alla fine ce l’ha
pure fatta, mi sa che hanno anche prole fertile, solo che devono essere
finiti
i soldi per la ricerca e quel che c’è, se femmina,
non fa tanto latte, se
maschio non ha l’aria troppo mansueta, e a chiudere il
cerchio c’è che nel
frattempo l’aratro ha cominciato a tirarlo il trattore.
Bestione, eh. Non so
quanto durerà, ma comunque muuuu.
Mattia per
l’occasione si compra una t-shirt verde con scritto
“Bison is OK”, ottima per
andare in giro con me dato il cognome.
Pedaliamo
ancora tra gli alberi e qualche tratto di fango, per poi riportar
giù le bici,
pigliar su armi e bagagli e saltare sul van, nel tardo pomeriggio, e
poi ancora
su un treno nuovamente per Bialystok.
Durante il
viaggio io leggo sulla guida che, anche se nell’Europa centro
occidentale tutto
sembra occupato da qualcosa di umano, c’è un posto
dove non c’è niente. Dice
proprio che non c’è assolutamente niente per
chilometri e chilometri. È nella
zona di una città che si chiama Suwalki. A me viene la
tentazione di andare a
vedere, ma è troppo fuori dal nostro giro e soprattutto, non
essendoci niente,
è anche lunga arrivare. Bisognerebbe per altro passare per
Augustòw. “Augustouuu!
Vien quaaaa! Ghe xe da metere a posto el
letoooou!”.
È
notte
quando arriviamo a Bialystok. La ragazza
dell’ostello è vagamente carina, a
differenza della città che non offre praticamente nulla. Non
a caso ci
arriviamo tardi e ce ne andiamo presto, dopo una cena fornita da Sphinx
e una
notte di riposo ristoratrice; Sphinx è una catena polacca
che fa piatti semi
orientali vagamente precotti e relativamente buoni. Si fa per dire,
è fast
food.
Partiamo
presto con il treno, direzione Osowiec. Alla stazione trionfa il Papi,
che si
comprerebbe la stazione, i binari, il treno e poi se ne andrebbe
sgommando con
il Biem-vù. Il Papi c’ha la
fabbrichétta, il Papi. Il Papi questi qui li
metterebbe a lavorare tutti nella fabbrichétta.
Osowiec sta
ai margini del Parco Nazionale di Biebrza, ci fermiamo lì
per quello: c’è un
fiume che passa e si impaluda un po’, il Biebrza appunto, e
promette di offrire
panorami interessanti.
Scendiamo e
anche questa volta non c’è molto intorno: i
binari, un paio di case, una vista
vagamente desolata e desolante; c’è pure un
ufficio informazioni, dove la
fanciulla di turno, non bella ma
graziosa e cortese, ci dice che
l’ostello è a un po’ più di cinque chilometri di
passeggiata, e che non sa molto di se e
dove si possa vedere una cicogna nera, ma in compenso è
pieno di quelle
bianche.
Via, dunque. Zaini in spalla
prendiamo la via di Osowiec Paese, visto
che la stazione dove siamo noi è collocata presso Osowiec
Twierdza, che
starebbe per Osowiec Campagna. E in effetti ci siamo in aperta campagna
e
Osowiec Paese non ha la stazione, per inciso.
L’asfalto
finisce e la nostra strada sterrata comincia ad attraversare campi,
mentre noi
sotto il sole ci portiamo dietro dei bei kili di peso. Non passa
nessuno per
decine di minuti; nei prati a margine del nostro passeggio vola ogni
tanto
qualche cicogna ed è sempre una bella emozione. Per me. Mattia, a cui
pure stanno simpatiche, comincia a
chiedersi se sia necessario che gliele segnali tutte una per una.
L’asfalto
ricomincia dopo quasi un’ora di sudore e l’ora
scatta all’ingresso in paese.
C’è poca gente e di sicuro ci sono più
cicogne che persone: una coppia per
tetto, praticamente, più i pulcini nel nido. Una delle poche
anime vive ci
dice, o meglio dice a Mattia, che dobbiamo
andare alla scuola.
Mattia dice “gincuième”. Gincuie sarebbe
grazie, dziekuje, “me” non lo so ma
non è il momento di chiedere, e via verso la scuola con le
cicogne che fanno
tek tek tek tek battendo il becco, casa per casa, tek tek, tek tek, e
nessuno
in giro. Non c’è nemmeno un telefono in giro, a
Osowiec Paese. E l’ostello, ci
sarà per davvero?
C’è.
I
signori che abitano davanti alla scuola elementare ci accolgono
gentilmente e
ci mostrano l’”ostello”, ovvero proprio
la scuola, che è tutta per noi:
possiamo scegliere se dormire al piano di sopra, dove
c’è la doccia, o a quello
di sotto nella stanza più grande, e noi in contemporanea ci
diciamo stanza
sotto, grande. Siamo solo noi, davvero, noi e la coppia di cicogne con
il nido
sul palo davanti a casa. La signora ci mostra questo e quello. Non che ci sia
molto di più di questo e di quello, quindi
fa presto. I letti sono materassini polverosetti stesi ordinatamente
uno
accanto all’altro, “possiamo scegliere quello che
preferiamo”. Costo della
notte: un euro e ottanta centesimi, lo scrivo per esteso
perchè è il mio
record. Per qualcosa tipo otto euro ci
affittano
anche due biciclette che possiamo riconsegnare il giorno dopo prima di
partire,
che mi sa poi che sono le loro biciclette di casa. Via, dunque, mezzo
boccone
in bocca e pedalare, chè il giorno è ancora lungo
e Biebrza ancora da scoprire.
Sulla bici e
senza zaino è tutt’altro andare. Qui i villaggi si
chiamano Plochowo, Wòlka
Piaseczna, Budne; la città, si fa per dire, Goniadz. Imparo
cartello dopo
cartello a leggere le l tagliate come u, le cz, sz, rz, dz, z col
puntino e gli
altri pezzi strani dell’alfabeto, se senti dei polacchi che
parlano fanno pshh
pshhhh pshhhh zzz.
Passa una
macchina ogni mezz’ora e passa una
cicogna ogni due
minuti, a raggiungere le altre dieci che stanno sul prato; noi
pedaliamo placidi e senza meta specifica ma con il massimo
relax nel cuore, fermandoci quando ci va a guardare le pozze
d’acqua, i falchi,
le poiane, le anatre, il silenzio.
La fame
monta
e
in un centro abitato ci mettiamo a cercare: c’è un
ristorante in una grande casa di legno con il tetto coperto di paglia, come un
cottage inglese, muri e portici ricoperti di
legno, sculture all’ingresso, stile vecchio ma costruzione
modernissima. Dentro
è decorata da pentole di rame, altre sculture di legno,
teste di animali
impagliati. Buono questo, ci sediamo sul pontile all’esterno.
Pigliamo due
piatti più che soddisfacenti e ricchi di carne e una birra
assai degna, più una
coca nell’attesa per dissetarci un po’.
Molte vespe,
nella Polonia estiva, e una di questa sembra desiderosa di disturbare
il nostro
pranzo a lungo. Con un mezzo gioco di prestigio la imbottigliamo nella
Coca
rimasta vuota, con il piccolo difetto che poi la bottiglia deve restare
a testa
in giù e leggermente in bilico con la vespa che dentro
s’incazza sempre di più.
Tant’è, intanto per il pranzo non crea problemi,
previa avviso alla cameriera
di non portar via la bottiglia che ha dentro l’ospite, e poi?
Poi par troppo
incazzata, la faccio uscire per metà e la schiaccio, temendo
una rivolta
incontrollabile. L’effetto è supersplatter: la
vespa si divide in due, poi la
metà dietro resta lì e quella davanti si trascina
con le zampe rimaste fino al
bordo e del tavolo e lì, forse convinta di saper volare, si
getta e precipita
nel vuoto. Terribile. Anzi, raccapricciante. Tentato omicidio e
induzione al
suicidio, quanti sensi di colpa.
I sensi di
colpa passano sia pedalando nell’aria che si sta per colorare
del tramonto sia,
soprattutto, pensando che era proprio una vespa rompicoglioni. La
decina di
chilometri ci passa veloce ma senza fretta. Arriviamo in
tempo per goderci nella luce
l’attraversamento del paese, circondati da
cicogne in massa e gli
storni che si radunano tutti per dormire su un albero grandissimo nel
prato
vicino alla scuola, e tutti vuol dire parecchie centinaia, facendo un
casino
non irrilevante.
Mattia ne
rimane affascinato, a me ricordano quelli che durante il mio anno in
Galles
passavano la notte sotto il molo e continuavano il loro chiacchierio
fino a
tardi. Era buffo passarci in parte alle due di mattina e sentirne
ancora
qualcuno che aveva da parlottare col vicino.
Bene
così.
Quando rincasiamo anche i nostri vicini, cioè le cicogne sul
palo, han fatto
ritorno e si manifestano facendo tek tek, tek tek. Noi ci limitiamo a
una
doccia e a osservarle con una certa ammirazione, a giocare un
po’ a palla
sull’erba, a esplorare la scuola e la nostra stanza dove
spicca una bandiera
italiana in rappresentanza dell’ingresso
nell’Unione Europea, che sarebbe poi
il tacito motivo per cui entrambi abbiamo scelto quella stanza
lì e non quella
di sopra.
E poi via, a
letto presto sul materassino appoggiato a terra, poche parole e molto
sonno.
Il mattino
ha forse l’oro in bocca, di certo ha una tazza di
tè e una bicicletta per
ciascuno per viaggiare verso la foresta di Biebrza. Ci dicono, infatti,
che
nella foresta viva un tipo che chiamano il Re di Biebrza. Uno che ha
mollato la
sua vita a Varsavia, dove aveva una qualche attività di
artigiano o antiquario,
per ritirarsi a vivere in una casa nel bosco con i prodotti della terra.
Mattia apprezza
la cosa e si incuriosisce ancor più che per
l’albero degli storni: la mappa
dice venticinque km, e venticinque km siano. Il tempo non è
infinito, ergo si
pedala spediti sull’asfalto caldino; ogni tanto parte una
goccia di pioggia, e
non è male perchè vuol dire che ci sono nuvole a
mitigare il sudore.
Il panorama
diventa più monotono, prati prati prati, foresta foresta, il
tutto tagliato dal
nostro nastro scuro. Noi ci tagliamo l’aria a vicenda,
più lui a me che io a
lui visto che lui pedala di norma e io sono più
giù di fiato. Frecce del
nordest.
Beh. Non
esageriamo. Ce la caviamo, ecco; poi la strada si fa sterrata,
c’è un po’ di
sabbia, cerchiamo di capire dove siamo sulla cartina e soprattutto dove
sta il
Re. Ecco un paio di
case abbastanza
nuove, c’è un signore, due camper, Mattia spiega
chi cerchiamo. È proprio lì.
Esce il Re
di Biebrza, un tipo di mezza età dal capello grigio
totalmente disordinato e un
minimo accenno di barba, gli diciamo che cerchiamo lui e lui ci invita
in casa,
ci mostra le stanze dove tiene una marea di oggetti di legno
intagliato,
specialmente uccelli, ma anche ometti e qualche figura religiosa. Ci
aspettavamo un selvaggio, invece questo tipo ci pare solo un
po’ squinternato,
ma tuttosommato è uno che semplicemente ha scelto di vivere
in un posto quieto,
ma poi affitta camere, ha le galline, le mucche che gli fanno il latte,
è noto
a quelli del parco nazionale di cui ha la maglia e che, immagino, gli
fanno
pubblicità per le camere. Insomma, è uno un
po’ fuori di testa, ma non uno
fuori dal mondo. Noi forse pensavamo più a un Dinamite Bla,
uno che ti spara se
ti avvicini alla proprietà, ma poi ti ripaga con storie
interessanti del suo
passato.
Forse meglio
così, va.
Poi via di
nuovo, pedalare spediti, incrocio dopo incrocio fino alle nuove
cicogne, al di
là dei binari, via ancora e alla fine i chilometri della
mattina sono più di
cinquanta. Doccia, valigia pronta, boccone in bocca, via. Via
perchè abbiamo
sei chilometri a piedi che ci aspettano, c’è sole
di nuovo, la strada è presto
sterrata e polverosa di nuovo, saluti alla cicogne di Osowiec Paese,
tek tek
anche a voi.
Ci vuole
più
di un’ora per arrivare alla stazione di Osowiec Twierdza, e
anche se siamo
preparati sembra lunghetta lo stesso. Poi treno, si va verso Elk e a
Elk si
cambia; la meta porta il nome di Mikolajki, zona dei laghi Mazuri: si
va verso
un mondo più turistico, ci sarà di nuovo gente,
forse una certa massa, e se
avessimo delle energie per pensarci a fondo probabilmente la cosa non
ci
dispiacerebbe neppure.
C’è
da dire,
questo sì, che arrivare a Bialowieza e a Osowiec Paese
inattesi è un conto, un
letto in baita o un materassino nella scuola si trovano senza patemi;
ma
capitare nel secondo pomeriggio a Mikolajki è
un’altra storia, e ce ne
accorgiamo.
La stazione
appare come una porta sul retro del palazzo chiamato città
di Mikolajki, nel
senso che arrivi, passi la porta e non c’è
praticamente nessuno ad accoglierti:
non un ufficio turistico, non un’indicazione, non una schiera
di personaggi che
ti offrono un posto dove dormire a prezzo x.
Niente di
tutto ciò, e d’altra parte la cosa è
figlia del tipo di turismo che
caratterizza il posto: tante auto tedesche, per dirne una, nel senso di
targa
tedesca.
Non ci
scoraggiamo e vediamo di interpretare un cartello arrugginito che
mostra la
pianta della cittadina e la via verso il lago, affiancato da una via
ricca di
case che parte proprio dal piccolo centro. Tante case, tante stanze in
affitto.
Tutto pieno, però. Vaghiamo a destra e a manca, ne proviamo
un po’. Niente.
Allora Mattia si lancia in una performance personale d’alto
pregio e d’altri
tempi e convince una signora di una certa età che ha solo
una stanza singola a
darcela, una sorta di singola uso doppia: l’arma vincente
è l’uso del polacco,
e in effetti è dall’inizio del viaggio che la
gente sgrana gli occhi quando lo
sente parlare così anche se è Wlochem, italiano.
“Gincuieme”,
dice, dopo che la signora ci lascia anche posteggiare i bagagli
lì: se troviamo
una doppia bene, altrimenti possiamo dormire lì.
“Come
mai
gincuieme e non gincuie?”, chiedo finalmente.
“Perchè
ringrazio anche per te, ringrazio plurale”.
Hai capito,
in polacco si ringrazia singolare e plurale. In polacco
l’aggettivo è diverso
al singolare, al plurale da due a cinque, al plurale oltre i cinque.
Hai capito
il polacco. Folle.
Fatto sta
che anche senza zaini tutta la camminata in via Kajki che ci facciamo
lungo in
lago alla ricerca della doppia si fa sentire con discreta pesantezza, e
anche
quando risalendo troviamo una doppia in casa di una fanciulla non
piacente ma
cortese ci guardiamo in faccia, guardiamo quanto lontani siamo dal
centro,
pensiamo alle valigie e a dove stanno, pensiamo a noi che ce le andiamo
a
prendere, torniamo lì, torniamo in centro a mangiare,
torniamo ancora lì, e
fatto tutto questo ci diciamo in automatico: “no
grazie”.
No grazie,
fanciulla non piacente ma cortese, abbiamo una singola uso doppia che
ci attende e una vecchia che si è invaghita del Mattia
poliglotta, ed è lì che finalmente crolliamo dopo una giornata con più di cinquanta
chilometri di bici
e più di dieci a piedi, quasi tutti carichi di peso,
più di metà sotto il sole.
La cena non è stellare ma accettabile e viene divorata con
dignitoso silenzio
di stanchezza e con l’accompagnamento di un paio di birre.
Segue,
meritatissima, la branda. Mattia per la verità si accomoda
sulla moquette del
pavimento.
“Domani,
Rabbì, ti porto a fare kayak”. E buonanotte.
Il mattino
dopo a Mikolajki splende il sole e dal nostro balcone la vista sul lago
è assai
meritevole. Barchette a vela, ombrelloni nel bar sotto casa, cielo blu,
acqua
blu, venticello, olè.
Mattia sorge
dal pavimento e ribadisce, oggi si kayakka. È necessario che
lo ribadisca
perchè io manco so nuotare, ergo mi ci vuole una dose di
pressione
supplementare: ma messa quella, eccoci sulla via che porta al di
là del lago,
dove ci danno un giubbettino ciascuno, una pagaia ciascuno e un calcio
in culo
figurato per saltare in groppa al kayak a due posti, ed eccoci
lì. Sul kayak.
Che si poi
fa sul kayak? Perchè quelli che ci stanno sopra in genere
vanno avanti
pagaiando, e allora da fuori dai per scontato che una volta sopra fai
s-ciaf
ciaf sull’acqua e via, si va.
Ma da
dentro, da dentro com’è che si fa s-ciaf ciaf? Ci
vuole un pochetto, in
effetti, ma quando pigliamo il ritmo sembra che non ci possa fermare
più
nessuno: uno-due, uno-due, Oceano Atlantico arriviamo! Diamo colpi di
pagaia
coordinati sempre meglio, aumenta la sincronia, uno-due uno-due e non
c’è nulla
da ridire.
Il punto
critico emerge quando compare davanti a noi una barchetta a vela, e
compare si
fa per dire visto che sta immobile in mezzo al lago: a quel punto
lì, ci
rendiamo ben conto che in effetti davvero non ci può fermare
nessuno, ma noi
che potremmo non sappiamo proprio come farlo. Momento di panico e il
kayak va.
Va. Scambio di parole concitate tra me e Mattia, “gira gira
gira!” urlati a
caso visto che nessuno dei due è in grado di suggerire come
frenare e girare,
sguardi da sopra la barchetta ferma perplessi all’inizio e
preoccupati alla
fine, e lieto fine casuale: rimestando nel torbido, pagaiando asincroni
per la
disperazione, facendo perno sull’acqua, imprecando e
chiamando in causa le
divinità degli sport acquatici passiamo a non più
di dieci centimetri dalla
carena e via, uno-due, uno-due, ora sappiamo anche fare questa.
Giù
di
pagaia, uno-due uno-due, via veloci con nei pressi a volte un gabbiano
o due,
non lontani dalle cannucce della costa e poi sempre più
temerari, vicini al
centro del lago, puntando a dove il lago si stringe e finendo,
chissà come mai,
sempre un po’ più a destra di quel che vorremmo.
Ma non ci
sono preoccupazioni, via si va, sempre più grintosi,
brillanti, naviganti sotto
il sole dei Mazuri. Arriviamo alla strettoia, ci piace essere
lì; poco oltre si
riallarga, c’è una parte B, ma noi ci guardiamo in
faccia per modo di dire
visto che il kayak è uno e io do le spalle a Mattia ma
insomma non facciamo
sottigliezze, ci guardiamo in faccia e decidiamo che per oggi va bene
così.
Giro di
pagaia, e via di nuovo verso su. Già, su. Mentre prima
dicevamo: “andiamo giù”.
E in effetti quando guardi un lago non pensi mai che deve pur averli,
un alto e
un basso, perchè da un lato l’acqua entra e
dall’altro esce, e il contrario in
genere non succede. La corrente, dunque, ci spostava verso di
là e soprattutto
ci aiutava a scendere, uno-due uno-due, ma adesso altro che uno, due,
tre e
quattro: ci vogliono numeri interi a mucchi, e ancora si avanza
lentamente,
spinti anche lateralmente e per questo costretti a fare strada in
più.
Lunga lunga
diventa la risalita verso monte: pagaia pagaia, sosta, pagaia pagaia, e
quando
arriviamo di nuovo in cima siamo lessi, rossi, cotti e pienamente
soddisfatti.
“Domani ancora!” ci diciamo riconsegnando il
bagaglio; domani ancora, e intanto
andiamo a poggiare le stanche chiappe su un praticello vicino
all’acqua dove la
gente prende il sole. Mattia si butta pure un po’ in acqua
sennò non si sente
in sintonia con se stesso, io me ne sto lì a surgelare i
pensieri nella brezza
e il tempo se ne va, con un panino messo insieme alla bell’e
meglio e un tipo
alle nostre spalle che ogni due o tre parole dice
“kurwa”, raccontando
evidentemente una storia di particolare coinvolgimento.
Poi si
passeggia verso la doccia e progressivamente le spalle prendono a
calare, i
muscoli si indolenziscono, le braccia cominciano a scaldarsi per via
del sole:
è come una pagaiata progressiva che ci viene piazzata tra
capo e collo, ma con
dolcezza. Non è un colpo che ci manda al tappeto, ma di
certo ci fa camminare
più lentamente e ci toglie ogni eventuale proposito di far
baldoria la sera,
per altro mitigato dall’abbondante presenza di coppie
germaniche in avanzato
stato di invecchiamento. Amata, quella doccia dilavante. Spazzolata, la
cena.
Abbracciate, le lenzuola di una stanza nuovamente doppia e comoda, va
detto.
Quando un
nuovo canto di gallo dà il buongiorno a Mikolajki il
progetto “kayak, parte
seconda” viene affossato dal tempo relativamente scarso e
dalla tendenza delle
mani a pesare, costringendo gli arti superiori a pendere verso il
basso. C’è
anche da dire che: bicicletta, zaini, kayak, scarpinate, viaggi. Se
anche ci
prendiamo un giorno di pausa non si offende nessuno, tanto
più che nel
pomeriggio ci aspetta un treno e la nostra nuova meta si chiama Torun,
nota per
essere stata casa di Copernico.
Torun ci
accoglie in un triplice modo che va dal bizzarro
all’antipatico, passando per
lo scortese: intanto c’è una stazione che si
chiama Torun Centrale, ma ce n’è
anche una che si chiama Torun Città e noi non sappiamo dove
scendere; poi piove,
e questo non è bello; e infine, appena saliti
sull’autobus, un controllore
vagamente alcolico si prende la briga e di certo il gusto di farci una
multa.
Ora di per
sé la cosa parrebbe colpa nostra, solo che la ragione della
multa sarebbe che i
nostri zaini “sono troppo grandi e devono pagare il
biglietto”. Usanza polacca,
pare, o meglio in teoria è così anche in Italia
ma non l'applica nessuno, e in
teoria non lo si applica più neanche in Polonia.
Che si
applichi o no, l’alcolista ci tira giù dal bus e
Mattia coglie la preziosa
occasione per dare sfogo alla sua litigiosità:
l’apice viene raggiunto quando
il tipo dice di pagare subito, lui risponde che se lo può
pure sognare e
comunque non abbiamo contanti con noi, l’altro dice che
c’è un bancomat lì a due
metri, Mattia replica che non gliene può fregar di meno,
anzi secondo me dice
che non ce ne può fregar di meno, come
“gincuieme”: plurale.
La morale
della favola è che il tipo ci chiede i documenti e compila
la multa nei suoi
dettagli, con tanto di “nome del padre”. Nel mio
caso nella linea dedicata al
babbo viene scritto “Fascola”, mentre il mio
indirizzo viene trasormato in Via
Pawla. Auguri, multa: buon viaggio.
Sotto gocce
d’acqua relativamente fastidiose, dunque, troviamo la via al
nostro letto di Torun,
e stesi a rilassare le chiappe ci perdiamo per un po’ in
discussioni sulla
multa: io dico che tanto vale pagarla, Mattia dice che non ci pensa
nemmeno e
che non ci devo pensare neanch’io, che è una multa
fuori dal mondo e comunque
non arriverà mai. Alla fine mi convince inscenando una
recita in cui
l’ipotetico ufficio riscossione multe di Torun chiama il
comune in Italia e
chiede in polacco lumi sulla multa; da qui gli rispondono in dialetto
veneto,
la conversazione va avanti una buona mezz'ora e non si conclude niente,
nonostante da Torun insistano a cercare il figlio di Fascola, residente
in via
“pavua”. Spassoso.
Poi esce il
sole, o quasi, e via a passeggiare per Torun con duplice stato
d’animo: uno io,
uno Mattia. Mattia è indispettito e gli girano i maroni per
motivi vari ed
eventuali, io apprezzo la cittadina e un po’ me la godo.
“Rabbì,
se
aspetto te qui non parliamo con nessuno e passiamo la serata a berci
birre”, mi
dice nel locale che scegliamo per il dopo cena. Non aveva che da dirlo:
allo scadere
della terza birra abbiamo attaccato bottone a metà locale,
compresa una che mi
dice di essere troppo vecchia per me. Di sicuro ce la ghigniamo in
abbondanza.
Poi a una certa ora, piuttosto tarda, mi associo a un gruppetto di
giovani
cattolici, me ne porto una a ballare un romantico lento e ne nasce un
grande,
eterno amore: peccato che siano le 4 e mezza, chiude il locale e tutti
a
casetta, ognuno alla propria.
Mattia
continua a inveire contro Torun, birre o non birre in corpo, io gli do
pane per
inveire così è contento, e via. Via, che domani
è un giorno nuovo e c’è un
nuovo treno, visto che il tempo passa e, come dice la nonna, il sole
mangia le
ore. La nonna dice anche che ci sono più giorni che
luganeghe, e tutto sommato
questo per noi vale relativamente visto che i kabanos non mancano mai,
e se non
son kabanos son kiebasa e siam lì.
Poznan, un
nuovo sole. Siamo partiti di buon mattino, indolenziti sotto le nuvole.
I
ricordi si confondono tra il sonno e l’incedere lento degli
autobus e dei treni
e le loro sigle, PKS e PKP, fino a che all’arrivo a Poznan
non abbracciamo la
bella Agnieszka, che non tanto tempo prima era stata ospite di Padova
per una
decina di mesi. Noi ci limitiamo a turbarle la vita per un giorno o
giù di lì,
portando un po’ di allegro casino e miscelandolo alla
regolare vita polacca,
arrivando belli stanchi e scaricandole in casa bagagli in
quantità, per poi
ripigliarci, produrci in una pasta neanche tanto buona e portarla fuori
per
locali.
La notte di
Poznan un po’ ci piace e un po’ no, a seconda del
locale dove ci infiliamo; uno
però si merita applausi abbondanti perchè ci
avvia allo sciroppino, che
all’origine porta il nome di “wsciekly
pies” con la solita elle munita di
gambetto diagonale, leggasi v-s-cie-kue pies, ovvero cane rabbioso o
pazzo, che
dir si voglia.
Così
si
prepara lo sciroppino: si prende un bicchierino da superalcolico, lo si
riempe
per un terzo di sciroppo tipo Fabbri di lampone, due terzi di vodka
bianca
fredda fredda e poi un numero imprecisato di gocce di tabasco, diciamo
da
quattro a dieci, dove dieci è un limite che può
essere superato dalla
bastardaggine del barista. Non si mescola, ovviamente, ergo il lampone
denso
sta sotto, la vodka sta sopra e il tabasco si mette in mezzo. Te lo
bevi a
gargamella in un colpo solo e l’effetto multiplo è
composto da: arsura in
gola istantanea con
tanti ringraziamenti
alla vodka, sollievo morbido al gusto lampone, incendio piccante a vari
livelli
con maledizioni a tonalità variabile inviate
all’eventuale suddetta
bastardaggine del suddetto barista.
Il terzo
sciroppino mette una certa allegria, in effetti, e la figura del Papi
prende il
largo con ampia sicumera: il Papi me l’ha detto, il Papi
cià il biemvù, al Papi
ci piace lo sciroppino, il Papi vien qua si compra il locale e fa lo
sciroppino
per tutti, e Mattia non lo ferma più nessuno.
Poi tra un Papi e
l’altro si trotta a casa
camminando, casa di Agnieszka ovviamente, e nel sonno più
profondo si
chiacchiera un po’, o pure troppo, e infine nel profondo si
sprofonda.
Il mattino
ha l’oro in bocca, si dice. Di certo ha un po’ di
sole e ha anche la bocca un
po’ impastata che sa di sciroppino. Urge tazza di
tè, un po’ di salumeria
varia, pane, succo, due biscottini e via si va. Barca a vela!
La cugina di
Agnieszka ha una barchetta che galleggia beata all’ancora su
un lago non
lontano da Poznan e lì andiamo, noi quattro e uno sbavoso
boxer che
immediatamente dopo l’arrivo viene avvolto in un salsicciotto
di salvataggio
visto che la volta prima è caduto in acqua e per poco non
è affogato. Stolido
boxer bavoso.
Il bavoso
salta sulla barca e per poco non casca di nuovo, visto che il
poveraccio non
riesce a far presa sulla materia liscia e più scivola e
più piglia paura, poi
se la cava e si fionda sottocoperta con due occhi assediati dal terrore
.
Sbavando.
Io non ho la
bava, ma non sapendo nuotare non è che alla partenza della
barca sia molto più
rilassato: l’acqua sta proprio lì sotto, sai mai
che non sia io a fare la fine
che spettava al bavoso. Solo che passato il primo minuto, presa
confidenza con
la seduta scomoda e traballante, ricordati i gloriosi tempi del kayak
di
Mikolajki, anche lì a pochi centimetri dal lago, tutto
diventa più facile:
diventiamo anche mozzi, cazza la randa, lasca qui, gira, mena, fai
passare.
Bello!
Arriviamo
dall’altra parte del lago ben gasati, con buona pace di
Agnieszka e soprettutto
della cugina che non capisce una virgola d'italiano; non che io faccia
fatica a
immedesimarmi in lei, visto che quando parte il polacco sono io a non
capire
nulla.
Tant’è,
premesso
che al Papi è stata assegnata una moglie (la Mami),
nella pausa b&b (bibita e brustel) che
ci pigliamo siamo allietati dal passaggio di una femmina di setter
inglese a
pelo lungo.
“Bella
questa femmina di setter”, dico io. Mattia non ci deve
neanche pensar su tanto,
gli viene naturale. Fa la faccia di quello che ha una una cosa
interessante da
raccontare e dice: “Il Papi cià la Peppa
e la
Mami
cià il Fufi... la Peppa
è da caccia, la Peppa...
è brava, la Peppa,
non le scappa neanche un uccello... come alla Mami!”.
Risate che
esplodono e non si fermano più, e vago imbarazzo di
Agnieszka che non è tanto
sicura di aver capito, figuriamoci se sa spiegarlo alla cugina, e noi
ebeti che
ridiamo e non la smettiamo più. Poi via di nuovo, ritorno di
bolina: la barca
va zig zag e a ogni zig e ogni zag si piega su un fianco, ma mica poco!
Per un
po’ fingiamo di portarla noi, sempre più gasati.
C’è pure una foto super
fasulla dove puntiamo l’orizzonte, indichiamo la retta via,
fieri di noi, ebbri
del nostro condurre.
Poi via, si
torna, bagagli, ritardo, treno.
Non
è che
sia proprio agevole cambiare branda ogni notte, ogni giorno spostarsi
di cento
o duecento chilometri; non è agevole ma si può
ben fare e ti permette di vedere
un sacco di cose, anche se a volte sei proprio di corsa.
Non abbiamo
tempo e modo di rifletterci sopra quando arriviamo a Wroclaw, visto che
è già
parecchio tardi, il cielo è buio e si deve cercare da
dormire. Meglio: è
dormire che cerca te, visto che Wroclaw è ben turistica e
già in stazione ci sono
ragazzi che ti offrono questo o quell’ostello. Ce
n’è uno che per simbolo ha la
fragola e vuole quaranta zloty, decina di euro, e li vuole in inglese.
Mattia dice
che noi quaranta non li diamo, e per altro non li diamo in polacco,
perchè
troviamo anche a meno. L’altro ci resta un po’
così, un po’ perchè forse
pensava che li avremmo dati, ma in ogni caso che, tutt’al
più, non li avremmo
dati in inglese. Mattia dice che noi troviamo anche a venti.
L’altro dice di
no. Io capisco un numero ogni tanto e il resto lo immagino:
è l’ennesimo
spettacolino offerto, il Mattia polacco che combatte contro un nemico
sorpreso.
La spuntiamo a trenta e montiamo su una strepitosa Zigulì,
auto russa su base
Fiat 124, che ci porta gratuitamente all’ostello: spettacolo,
io avrei pagato
dieci zloty solo per quello.
Mattia
intanto si sta ancora beando del suo, anzi nostro, risparmio, e a dire
la
verità di tanto in tanto continua a bearsene anche adesso.
Ne ha anche motivo,
via.
Tra una
Zigulì e un bearsi piomba la notte e la città
è grande, quando arriviamo di
nuovo in centro è mezzanotte compiuta e non
c’è nessuno che ci nutra: nessuno a
parte, ahinoi, lo Zio mac.
E Zio mac
sia. È quando ci sediamo dentro che ci rendiamo davvero
conto di quanto siamo
stanchi, e non è né per il peso delle gambe,
né per il sonno, né per una
debolezza generica. È perchè cominciamo a fare
discorsi instabili, dicendo che
vuole la leggenda che negli hamburger dello Zio siano state trovate
“tracce
significative di lombrico, o forse erano escrementi”.
Già:
verme o
merda, che differenza fa?
Fioccano
comunque le risate, e le incrementa il pensiero che allora, tutto
sommato,
magari magari, verde per verde, nell’insalata dello Zio sia
ammessa una certa
percentuale di lucertola e ramarro. La scena è non da film,
ma da filmare: due
idioti in uno Zio mac semideserto e per di più polacco che
ridono senza freno
all’una di notte. Via così.
Fatto sta
che ci dispiacerebbe trattare male Wroclaw, che è una bella
città davvero,
belle chiese, un bel Rynek, un bel ponte tutto pieno di ragnatele
luccicanti di
umidità che completano benissimo l’effetto gotico,
e allora ci diciamo che
tutto sommato in barca a vela si prende aria, ci si disidrata, sarebbe
cosa
buona e giusta farsi una birretta.
All’uscita
del locale numero uno una tipa poco stabile centra volontariamente
Mattia con
un mezzo, affettuoso cazzotto nel petto e gli dice che vuole una birra.
Mattia
lì per lì la manda affettuosamente a quel paese e
lei, tra le varie cose, gli
dice che assomiglia a Hugh Grant: per fortuna glielo dice in inglese,
così lo
capisco anch’io e posso prenderlo per il culo di tanto in
tanto.
La Kamila,
così si chiama, ci porta nel locale due e si rivela
molesta, vagamente alcolica e soprattutto mentalmente instabile. Ci
segue anche
sulla via di casa, lungo la quale dichiara a Mattia profondo amore, poi
ne
dichiara un po’ anche a me visto che lui non la vuole, poi
visto che non la
vogliamo corre via, inciampa, inscena una tragedia greca di dolore e
ri-corre
via, salvo poi ricomparire un paio di chilometri dopo. Non abita
lontano
dall’ostello e la portiamo a casa, tra l’ilare
e l’affranto (suoi) e l’ilare e lo
scazzato (nostri). Poi ancora strada,
lunghe vie, andiamo anche a caso ma una vaga idea ce
l’abbiamo. Alla fine siamo
in branda alle tre passate. Sonno. Parecchio.
Il mattino
dopo c’è spazio per altri due passi per Wroclaw, e
val la pena di vederla con
il sole perchè è proprio bella. Certo se dicessi
che i centri storici delle
città polacche e i vari rynek sono tanto diversi fra loro
mentirei, o meglio
direi una gran vaccata, però questo è il
più vero, il più importante, il più
avvolgente. Mattia mi spiega che Breisgau, cioè Wroclaw,
è storicamente molto
più tedesca, per cui i nazisti si son fatti qualche remora
in più e l’han
lasciata in piedi più o meno tutta. A margine, è
contento che mi piaccia perchè
è anche la sua preferita.
Morale della
favola, potendo, andate a Wroclaw, merita.
A chiudere
il giro della Polonia non manca poi molto, quando ripartiamo da Wroclaw
e
puntiamo verso Cracovia, localmente nota come Krakòw e
quindi, al solito,
“Cracouuuu! Vien quaaa! Meti a posto ea tavoeaaaa”.
È
una tratta
di quasi 300 km,
quindi non proprio breve, specialmente se il treno
che ti trasporta
è uno di quelli che ho imparato a chiamare
“osoboviez”, scritto osoboviec.
È
anche un
pezzo di Polonia in cui si concentrano molte cose.
C’è molta industria, ad
esempio, specie nell’agglomerato urbano di Katovice
(“Catovizze”).
Ma c’è anche molta
religione, sopra e sotto: da una parte “Cestocova”
(Czestochowa) con la sua madonna, dall’altra Wadovice, terra
natia del papa.
C’è pure Opole, dove abita una che noi chiamiamo
l’Edera per la sua propensione
ad avvinghiarsi e non staccarsi più. E sotto sotto
c’è Bielsko Biala, c’è
Tychy: tante macchine italiane nascono lì per costare meno.
È un
angolo
strano di mondo, volendo guardarlo dall’alto: la Slovacchia
è a un tiro
di schioppo, la Repubblica
Ceca
in certi punti anche meno, nemmeno l’Ucraina è
tanto distante, almeno per
chilometraggio.
È
uno di
quei punti in cui guardando la cartina ti viene voglia di cominciare a
tirare
linee e andare da tutte le parti, tanto non c’è
niente che sia o sembri
veramente lontano. Posti che quando ero piccolo sembravano una cosa
sola, per
altro. Tant’è: poi li vedi tutti e son abbastanza
diversi.
Dalle parti
di Bielsko Biala nasce anche un’amica che avevamo
già incontrato a Varsavia e
che avevamo salutato pure a Torun: la Wisla. Nasce
torrentello, un po’ come tutti, e
poi scende fiumicello; quando passa per Cracouuuu è
già bella grande e poi s’ingrossa a est
e piegando secca a nord verso la capitale,
dopo la
quale
gira a ovest proprio fino a Torun, un po’ dopo. Lì
si
mostra femmina, cambia idea ancora una volta e va decisa a nord, per
gettarsi
non lontano da Danzica, o Gdansk, o
“gdaignsk” che dir si voglia, in un mare
che è già Baltico, con
tutto il suo annesso carico di multiforme
inquinamento, organico e non, raccolto durante il lungo cammino
polacco.
Vallo a
spiegare ad uno svedese,
tu, che ha i suoi salmoni in centro ma
pochi chilometri più in là deve fare i conti con
un mare che ha poco ricambio
d’acqua. Tant’è anche questo:
migliorerà, la nonna dice sempre anche che
“sempre avanti bisogna andare”.
Infatti
avanti andiamo, noi, ed è il 24 mattina quando ci svegliamo
trovandoci attorno
come panorama la brillante e polverosa stanza del nostro ostello, che
evidentemente Cracouuuu in persona non si è degnato di
venire a pulire.
Il centro
è
lontano, ma noi non
abbiamo problemi a camminare quella mezz’oretta che
porta all’incrocio dove c’è il Teatr
Bagatela,
e poi dritti fino al solito Rynek che qui si distingue per essere
grande e
avere in mezzo un palazzo interessante con sotto un mercato di cose
semi
inutili, oltre che ai margini una chiesa con un campanile fatto
così e uno
fatto colà.
Su uno dei
due c’è un signore che sale e suona la trombetta
ogni ora, e poi scende. Almeno
me la vendono così, e a vederla da sotto sembra plausibile.
Cracovia
è
una città pregevole, ha un vago sentore di Praga, ha zone
architettoniche di
pregio vaste a sufficienza e ha casa del Papa non
lontano: tanto basta perchè sia densamente popolata di
turisti e perchè tanti
di questi siano italiani. Pasteggiamo riccamente una sera in un
ristorante che
ai tempi costava davvero poco e oggi, tutto sommato, credo ancora poco
ma solo
in rapporto a qui: tra qui e lì è una gara a chi
cresce più veloce, vinciamo
ancora noi, ma non per
tanto mi sa.
Comunque ha
un nome impronunciabile (io me lo tengo a mente come uadko skopje ma
non ci
siamo proprio) e appartiene a una catenella sparsa su tutto il paese:
basti dire,
su tutto, che all’inizio arrivano con un buon pane rustico,
un coltellaccio da
macellaio e una tazza piena di lardo. Vedete un
po’ voi come usare il tutto.
Si aggiunge
anche la presenza di vicini di tavolo ovviamente italiani, ovviamente
in cerca
più di papi che di papaveri, ovviamente rumorosetti e
ovviamente con davanti
una quantità di cose incommensurabile. Ce ne offrono a
piacere, più loro che
nostro, visto che di certo non ce la fanno a finire. Il nostro
basterebbe, ma
tanto vale assaggiare anche di quello.
Scende
così
la notte su Cracovia; il nuovo sole ci dà una meta che in
polacco dice poco,
Oswiecym, ma che porta anche il nome tedesco, un po’
più noto, di Auschwitz. La
guida dice che uno di fronte ad Auschwitz
può avere tante reazioni, ma
che è difficile non stare piuttosto male e non farsi colpire
emotivamente.
Auschwitz 1
è però ormai, di fatto, un museo: è
pur sempre un museo particolare, visto che
tra le varie cose espone cumuli di scarpe, cumuli di effetti personali,
comuli
di cose estremamente personali, come i
capelli. Ci sono foto da tutte
le parti di gente che è passata per di lì e
lì è rimasta, ci sono celle di
punizione che fanno paura, ci sono racconti che trasferiscono i
concetti brutti
della vita quotidiana su un’altra scala, un altro ordine di
grandezza.
C’è
anche la
gente che si fa le foto sotto la scritta “Arbeit macht
frei”, che per altro non
è neanche un originale, e questo a me fa un po’
male, mi sembra intelligente
come farsi la foto vicino a un cadavere, fosse anche uno famoso
è sempre un
morto: lascialo in pace.
Poi
c’è
Auschwitz 2, ovvero Birkenau, è quella è
un’altra parrocchia: non ci sono più
le casette di legno con sopra il loro numero, i quartierini ordinati,
le
scritte che ti spiegano “qui succedeva così, qui
il medico uccideva colà”; non
c’è molto, ma
c’è tutto quello che basta perchè ci
sia la morte
intorno.
Avere
Birkenau davanti e lasciarsi andare a considerazioni di grande
banalità dopo
aver aperto la bocca è una delle cose più
semplici che ci siano, e il miglior
rimedio è probabilmente stare zitti. Al di là
delle cose retoriche, io penso
che colpisca perchè è Grande. Restano in piedi i
camini di mattoni, le baracche
bisogna solo immaginarle perchè i nazisti andando via han
dato fuoco a tutto. A
che pro, non saprei: resta comunque una distesa enorme di camini, due
per
baracca, e ti lascia immaginare tutto quello che c’era prima
(baracche con
camini) con la differenza che l’occhio non trova ostacoli e
vede bene le
dimensioni, lo spazio. Vedi tutto dalla torretta d’ingresso
famosa famosa, con
tanto di binario ferroviario, e quando scendi e cammini capisci dai
tempi che
la distanza dall’inizio alla fine è tanta, e per
di più camminare con accanto
le postazioni da cui ti sparano non è incoraggiante. Oltre
la fine c’è un altro
settore, perchè quando tutto è finito il campo
era ancora in fase di crescita:
impianto di depurazione, altri edifici, altra roba. In mezzo una casa con le camere a gas, fatta
saltare, che tanto
anche se a pezzi resta lì e quindi si vede. Mi sa che
è impossibile capire cosa
passava per la testa di questa gente che ormai sapeva di aver perso la
guerra.
Forse pensavano “Cazzo, e adesso?”. E provavano a
far saltare tutto.
Torniamo
indietro, c’è l’autobus per tornare ad
Auschwitz, e dirlo fa uno strano
effetto, fa quasi ridere. La voglia ti passa tornando a piedi sulla
strada
centrale e vedi camini di qua, camini di là di una
città dove alla fine la
gente entrava per morire a ritmi costanti. Alla fine ci vivevano
più di cento mila persone e
ne venivano bruciate quasi dieci mila al
giorno. Una città, e ogni due settimane tutti
gli abitanti volendo sono nuovi. Una città.
La sera
Mattia parte per Varsavia e io resto a Cracovia, e il motivo della
separazione,
per strano che possa apparire, è prettamente culinario. Lui
torna, dunque,
nella sua città adottiva, mentre io passo la mia ultima
serata polacca della
vacanza insieme a Cracouuuu!
Sistemo un
po’ armi e bagagli, mi faccio due passi per il centro,
respiro la sensazione di
essere vagabondo e solitario. La cena arriva senza infamia e senza
lode, nulla
a che vedere con quelli del coltellaccio e del lardo, ma neanche
male, e poi vado alla ricerca di un posto che
contenga un po’ di vita.
C’è
una
partita di pre-coppa, in TV, quella sera, e gioca il Wisla Cracovia. Io
dopo un
certo peregrinare mi infilo in un posto che m’ispira a
sufficienza e ordino una birra. All’inizio della seconda,
pochi
gli avventori, chiedo al tipo che serve se le cose miglioreranno con il
procedere della serata. Lui dice sì,
c’è la partita, arriveranno.
Arrivano, in
effetti. Varie birre
più tardi, dopo aver familiarizzato con popoli
di varia provenienza, dopo aver visitato anche il locale della porta
accanto,
mi sciroppo la camminata fino all’ostello con tanti saluti al
Teatr Bagatela,
mi carico in spalla lo zainone, saluto un gruppetto di nottambuli un
po’
alticci che si attarda nella stanza comune e piglio il tram verso la
stazione.
Sono più o meno le 6 del mattino.
Il treno che
arriva e mi raccoglie mi dà un certo sollievo, anche se
purtroppo mi ritrovo in
scompartimento una che parla italiano e ha abitato in Veneto e un prete
giovane
ansioso di discutere di teologia con gli altri. Nessuno è
antipatico, ma hanno
tutti un difetto. Parlano.
All’arrivo
a
Varsavia trovo ad accogliermi il volto ridente di Mattia che arriva a
pigliarmi
con in testa un berrettino da pescatore e accompagnandosi
all’amica Weronica,
detta Ueronica, di cui sopra. Andiamo a un parco pubblico cittadino non
lontano
dal centro, sempre che a Varsavia ci sia un centro, che
dev’essere grande più o
meno come Padova o per la verità anche un po’ di
più.
Lì
ci sono
tante cose, ma, soprattutto
c’è una tribunetta di panche e io mi ci
stendo, bello sereno, e mentre i miei due compari parlano di filosofia
teoretica e di gastronomia locale io me la dormo. Me la dormo profonda,
completa, rilassata.
Quando mi
sveglio siamo già in volo verso casa, o è come se
lo fossimo.
Sorridiamo
entrambi, sappiamo che questa storia ce la racconteremo ancora per un
bel po’ e
che ce la ricorderemo volentieri, dal kayak alle cicogne, dallo
sciroppino al
bariloche.
Il papi ce
l’ha detto, il papi.