Progetto Annibale

Dal 31 luglio al 4 agosto 2007

di Davide Conti

Mappa del viaggio

Presentazione, Mappa del percorso

corsica

Questo è il racconto di un ragazzo che ha deciso di partire con la sua mountain bike e attraversare le Alpi da sud a nord. La bici, insieme alla voglia di non mollare mai, lo hanno portato dal Lago di Garda a Monaco, dalle mele alla birra. In mezzo, seicento chilometri a dorso delle montagne più belle del mondo.

"Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare, cominciala. L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Comincia adesso". (W. Goethe).
 
“La montagna è uno specchio del percorso della vita. Con tutte le sue meraviglie, le difficoltà, gli imprevisti. La montagna non si può misurare. E così la musica. Questo la rende speciale”. (Mario Brunello)

Lago di Garda
Castel Campo
Cascata alpina
Bregn de l'Ors
Merano
Talle
Passo Giovo
Val di Vizze
Confine italo-austriaco
Confine austro-tedesco

Inizio del racconto

Corsica

Martedì  31 Luglio 2007
Rovereto-Madonna di Campiglio

Ore 3:00, Maranello. Suona la sveglia. Ma in realtà mi ero già svegliato appena qualche minuto prima da solo.  Mi accade sempre quando ho una cosa importante ed eccitante da fare e non vedo l’ora di iniziare. La nostra macchina biologica è un vero capolavoro di orologeria in questo! Avevo preparato tutto i giorni scorsi e un ultimo controllo la sera prima. È arrivato il momento di partire per la grande avventura sulle Alpi. Avevo in passato gareggiato a livello regionale. Al massimo avevo fatto 50 km su per sentieri e sentierini. Ma stavolta si parla di almeno 400km!! (che poi diventeranno, alla fine, 598 km , ndA).
Durante l’inverno mi era nato il desiderio di tentare questa impresa, cioè di attraversare le Alpi cercando di fare il più possibile sterrati e sentieri CAI segnati sulle cartine. Fortunatamente ho incontrato una ragazza che mi ha parlato del suo viaggio lungo la dorsale appenninica da Bologna fin giù in Calabria. Mi ha dato la carica e non ho atteso un giorno in più per avverare il desiderio.
Carico bici e zaino in macchina (una Smart!! ma c’è stato tutto) e alle quattro parto per raggiungere Rovereto, tra il Lago di Garda e Trento. Lì ho deciso di lasciare la macchina e partire con la bici e, una volta arrivato a destinazione, tornare indietro con il treno e riprendere la macchina.
Durante il “viaggio di trasferimento” visualizzo, controllo e ricontrollo mentalmente tutto il bagaglio. La bici è volutamente una bici da supermercato: 180 euro, 18kg di stazza, pesante ma robusta e affidabile. Semplice. Biammortizzata. L’ho presa su e-bay e dopo un rodaggio di qualche centinaio di chilometri vicino a casa non mi ha dato nessun problema. Promossa per guidarmi fino in Germania.
Per quanto riguarda il bagaglio sono sempre minimalista, extraminimalista. Per ordine di importanza ho caricato: soldi, cellulare, sacca per reidratazione da 2,5 litri, cartine del percorso, una camera d’aria e pompa, una felpa, un paio di calzoni lunghi, una maglietta maniche corte, ciabatte, astuccio igiene personale, piccolo telo in microfibra (surrogato dell’asciugamano), fotocamera. Riserva di cibo: pacco di biscotti frollini da 800 grammi (e non tutte quelle schifezze di barrette energetiche). Tutto e solo questo.  Non ho portato alcun strumento per la riparazione bici. Un controllo accurato di tutti i componenti e “sentire” che potevo fidarmi di lei, mi hanno evitato questo peso in più. Visto che mi portavo lo zaino e non le borse attaccate alla bici, la ricerca della leggerezza del bagaglio era di fondamentale importanza per la buona riuscita del viaggio.
Ore 6:45, Rovereto. 18 gradi. Sereno. Sono emozionatissimo. Parcheggio. Respiro già l’aria alpina, non è umida come giù in pianura. Ma la conosco. Sono nato a San Marino e anche se il Monte Titano è alto solo 750 metri è tutta un’altra cosa rispetto all’afa di Rimini.
San Marino è stata la mia palestra per i giretti in mtb quando ero ragazzino. Ora qui ho di fronte un bisonte! Il Gruppo Brenta! Oddio!
No, non torno indietro. Sono carico come una molla.
Amorevolmente compongo la mia bici. Telaio con ruote. Ora è tutt’una. Chiudo la macchina, prendo lo zaino e sono subito in sella. Ora siamo tutt’uno.  “Faremo un  lungo viaggio” le sussurro, “ma tra di noi c’è una profonda intesa e possiamo farcela.”
Si parte!!
L’inizio è tranquillo. Prendo la pista ciclabile della Valle dell’Adige che costeggia tutto il fiume, poi punto verso il Lago di Garda. È mattina presto ma già ci sono tanti ciclisti e gente che corre a bordo del lago. Ma arrivato in cima, nella punta del lago, non rimangono altro che loro, le montagne. E ora mi domando seriamente come caspita faccio ad arrivare in Germania con questa due ruote da supermercato. Viva l’incoscienza dell’età! Non ci penso più di tanto. Ciò che mi rasserena è la fiducia in me stesso. So di farcela. Non mi perdo d’animo facilmente. E il paesaggio semplicemente lo adoro. Questo mi aiuta. Se fosse tutta piana non avrei nessuna motivazione. C’è valore in una cosa quando si sono superati ostacoli per ottenerla. Le curve sono dunque necessarie. Nel mio giro in bici, nella vita, nelle donne.
Ciuccio un po’ dal tubicino che mi scende da una spalla che è collegato alla camelbag. È semplicemente acqua. Due litri e mezzo di acqua, basteranno per oggi? Non penso di bere così tanto.
Ci sono dei bellissimi castelli sparsi nella zona. Tra un appezzamento di terreno e l’altro spuntano qua e là. Che bella l’Italia!
Sul manubrio ho installato, oltre al ciclocomputer, anche la fotocamera, per averla sempre a portata di mano, e il portacartina. Ora è arrivato il momento di entrare nel cuore delle Alpi, tre le sue valli ed i suoi passi. Mi immetto nella Val D’Algone, con l’obiettivo di arrivare entro sera a Madonna di Campiglio. La strada è libera e silenziosa. È ora di pranzo e non c’è nessuno. Solo il rombo di una Porsche rompe il silenzio e mi sfreccia accanto. Lascio la strada asfaltata per prendere il sentiero 333 del CAI, per potermi collegare con la Val D’Agola. Raggiungo Passo Bregn de L’Ors (1836 m). In vetta c’è soltanto una lunga malga.
Comincio la discesa. Sono solo nel bosco, il sentiero è stretto ma divertente. Incomincio a pensare che devo contare sulle mie forze. Devo stare attento. L’ambiente è bellissimo. Si trovano anche cascatelle carine che non hanno niente da invidiare con quelle norvegesi. Oltre all’arte l’Italia è piena di bellezze naturali.
Il sentiero incomincia a scendere e farsi veramente invitante per lasciare i freni e sentirsi liberi. Prima però scatto una foto, con il messaggino dietro lo zaino: “Nach München, folgt mir” nella speranza di incontrare qualche pazzo che si vuole unire alla mia impresa.
Prendo velocità. Il greppo da una parte e il burrone dall’altra scorrono veloci. Lampeggio sempre più veloce del sole tra i tronchi degli alberi. Guardo per terra. Muschio. Foglie secche. ROVI!! NOO!! Buco. Ho bucato. Eppure bastava stare più attenti, fermarsi, scendere e attraversare la “zona minata”. Riparo in fretta cambiando camera d’aria, ma la valvola e la pompa non hanno una buona tenuta e non posso gonfiare più di tanto la ruota. Dovrei controllare meglio queste cose prima di partire! Grave errore Davide! Mi ammonisco. Riparto e sto un po’ più calmino, consapevole anche del fatto che nello zaino non ho più camere d’aria di scorta. Bucherò una seconda volta, poco dopo, “pizzicando” la camera d’aria contro il cerchione, avendo preso in pieno un sasso, per via della ruota non gonfiata a sufficienza. Che stupido. E ora? M’attacco al tram? No, non passano. Silenzio totale. È fresco sotto il bosco e si sta bene. Si sta facendo sera e non ho la tenda. Ho solo una soluzione: andare a gambe. La mancanza di alternative sgombra la mente in modo meraviglioso e ti fa vedere solo una strada. Guardo sulla cartina e c’è un rifugio più avanti, Rifugio Vallesinella, che a piedi da qui ci vorranno cinquanta minuti. Non riuscirò ad arrivare a Madonna di Campiglio come previsto, dove spero di trovare anche un negozio di bici per rifornirmi di camere d’aria. L’ultima salita per arrivare al rifugio, vicino a delle cascate e punto di partenza per molti escursionisti, è terribile. È un muro. A volte ho un passo da pellegrino. Tre passi avanti e uno indietro per mancanza di equilibrio, di forza per spingere la bici, per la troppa pendenza e la ghiaia sotto i piedi non tanto amica. Alla fine arrivo e posso dire che m’è andata bene. Cena di plastica (tutto surgelato) con tagliatelle industriali e una fettina di manzo con patatine del McDonald. D’altra parte poveretti non possono fare diversamente. Quattro chiacchiere con la signora del rifugio e poi su in camera a lavarmi e riassettarmi per il giorno dopo: riempio la camelbag e riordino lo zaino.
Guardo il ciclocomputer e prendo nota: 112 km, 9 ore e 55 minuti di corsa effettiva con una media di 11,3km/h.  Ma quello che mi impressiona è il consumo dell’acqua: ho bevuto 4,5 litri durante il percorso! Eppure non mi sembrava caldissimo e non ho sudato tanto!  
Ho le gambe leggermente affaticate ma in generale mi sento in forma per affrontare la tappa di domani.

Mercoledì 1 Agosto 2007
Madonna di Campiglio-Tesimo

Dopo una colazione anch’essa di plastica (marmellate, miele, nutella confezioni hotel) ringrazio e saluto. Del resto mi hanno salvato. Anche lì era l’unica soluzione possibile per uno con una bici a terra senza tenda in mezzo al Brenta.
Porto la bici a mano fino a Madonna di Campiglio che dista “solo” 5 km. Mi ci vorrà più di un’ora. Sto pagando i miei errori. A Madonna di Campiglio traghetto praticamente in un altro mondo. Nel giro di poche curve di una strada che porta dal rifugio al paese, passo dal bosco intatto al piccolo centro cittadino pieno di lusso, del superfluo, degli eccessi e degli sfarzi. Io cerco solo una camera d’aria. Chissà se riesco a trovarla? Magari con la valvola d’oro. La trovo in un negozio di noleggio e vendita sci e abbigliamento sportivo. Rimetto a posto la bici in fretta e riparto veloce, quasi voler recuperare il tempo perduto. Sfreccio verso Dimaro e mi immetto in Val di Sole, dove c’è una bella pista ciclabile che costeggia il fiume Noce, uno dei più importanti corsi d’acqua a livello mondiale per gli sport fluviali (hydrospeed, rafting, ecc.)  L’acqua è limpida e azzurra e manifesta tutta la sua forza contro i massi sul letto del fiume. Sul manubrio metto la seconda cartina, che copre la zona di Merano. Tra la prima e la seconda rimane scoperto un pezzo di tragitto, qualche chilometro. Questo lo sapevo prima di partire. Ma non sapevo di perdermi in quella zona oscura! Mi perdo come un fesso e non c’è gente in giro anche perché è ora di pranzo. Girovago per sentieri, poi decido di dirigermi verso l’asfalto. Distese infinite di meleti. E poi ancora verso la statale. Dove c’è scritto sui cartelli: PER MERANO DI QUA. Grazie. Sulla statale stanno rifacendo l’asfalto e l’omino-semaforo, mentre attendo che la padella che tiene in mano diventi verde, mi chiede dove sono diretto. “MONACO!” gli rispondo con tutto il mio entusiasmo e l’incoscienza di un ragazzino. “Ma è lontanissimo! Sei uno dei pochissimi rimasti che fa ancora queste cose. C’è la macchina, più comodo”. Ha ragione. “Sì, ma mi piacciono le cose difficili” e scatto sull’asfalto fresco con i sassolini che si staccano dal battistrada e fanno suonare il mio telaio in alluminio. Prima di Merano devo affrontare il Passo Palade (1518 m) per poi ridiscendere giù ancora in Val d’Adige.
Con il tempo perso nel girotondo nell’area non coperta dalle cartine si è fatta sera ed è ora di cercare un tetto. Lungo la discesa incontro i rifugi segnati sulla cartina ma uno è solo un ristorante e l’altro è chiuso per turno. Dovrò andare fino a Tesimo per mettere qualcosa sotto i denti. Il primo che trovo è pieno. Trovo posto al terzo tentativo in un bell’albergo e la signora mi trova un posto in una dependance. Ottimi canederli e carne come si deve.
Mentre mi gusto la cena faccio il punto sulla giornata. È stato deludente perché per via dello smarrimento ho dovuto prendere la statale e lì manca lo spettacolo avanti, a sinistra e a destra. Ho dolore alle ginocchia, ma non alle gambe come muscoli. Forse è dovuto al peso supplementare dello zaino che quando mi alzo sui pedali si scarica sulla cartilagine delle giunture, aumentandone lo sforzo. Ho dolore anche al sedere. Sono magro e non ho chiappe abbastanza spesse da fare buon cuscinetto tra sella e ossa del bacino.
117 km, 8 ore e 49 minuti, media 13,3 km/h . Consumo: 3,5 litri di acqua.

Giovedì 2 Agosto 2007
Tesimo-Vipiteno

Colazione degna di una località del Sud Tirolo. Ringrazio la signora e questo posto me lo segno perché sono stato bene. Oggi mi aspetta il Passo Giovo (2094 m) e parto carico di energia. Attraverso Merano, sempre carino con la sua passeggiata di Sissi, e mi dirigo verso Schenna. Poi si prende una stradina asfaltata ma stretta e tutta tornati che porta a Untertall e Obertall. Tornanti a castello sembravano! Poi, tramite sentieri ben segnati, si riguadagna la Val Passiria, si passa attraverso i paesini di San Martino e San Leonardo in Passiria, oppure c’è anche la ciclabile lungo il fiume. Da qui in poi il paesaggio lascia strada solo a sua Maestà il Passo Giovo. Udo Bölts, un campione tedesco delle due ruote, commenta: “Ho scalato il Passo Giovo nella mia carriera di professionista durante il Giro d’Italia ma in quell’occasione ho avuto poco tempo per godermi il paesaggio. In gara cerchi di concentrarti e chiedere il massimo al tuo corpo. Quando ho potuto scalare il Giovo senza fretta né cronometro mi sono accorto che stavo affrontando un’esperienza speciale in un contesto paesaggistico unico”.  
La Cima sembrava un miraggio. I tornanti rimasti sembravano due o tre. Poi dietro la montagna ne spuntavano altri. Infine la cima. Vento. Vento. Ho mantenuto sempre un buon passo e mi ha permesso di arrivare in cima ad un orario decente. Pensavo di dormire qui al rifugio ma avevo ancora un paio d’ore che potevo sfruttare per scendere giù a valle e avvicinarmi alla Germania. Vipiteno non è lontano. Tutta discesa. Batto i denti dal freddo. Avevo indossato tutto ciò che mi ero portato dietro, cioè solo un paio di pantaloni lunghi sintetici e sottili e una giacca di una tuta.
A Vipiteno sono un po’ nei guai con la ricerca di un riparo. Sono le sette di sera passate. E ancora non so dove andare. Tra l’altro incomincia a piovere in maniera consistente. Anzi diluvia. Ma devo trovare un posto e giro lo stesso sotto la pioggia. Qui trovo solo alberghi. Uno, di lusso, mi propone a 75 euro solo la camera singola. Con il mangiare passo i 100 euro. No, proprio no. Mi rifaccio una doccia fra le strade cittadine e trovo qualcosa. Non proprio quello che avrei desiderato, ma accettabile per gustare un buon gulash e riposarmi. Qua si parla tedesco, c’è poco da fare. Da questo punto di vista penso che l’Albania faccia parte dell’Italia più dell’Alto Adige.
Mentre assaporo il gulash penso alle mie ginocchia e al mio sedere che mi fa sempre più male. Speriamo che passi con una buona dormita. Dopo cena non ho tante forze e non mi rimane che lavarmi e dormire. Dormo profondamente.
107 km . 8 ore e 50 minuti, media 12,1 km/h, consumo: 4,0 litri di acqua.

Venerdì 3 Agosto 2007
Vipiteno-Jenbach

Mi sveglio abbastanza in forma. Finora sono sempre riuscito a recuperare le forze perdute durante la giornata nelle otto/nove ore di sonno, senza tanti dolori. Bravo corpo, continua così. Piove ancora. E non ho neanche un’antipioggia. Mentre mi domando se partirò o no anche sotto la pioggia, faccio il pieno di energia. Colazione abbondantissima, come sempre. È indispensabile per affrontare una giornata, forse la più impegnativa, che prevede il Passo di Vizze (2248 m). Sulla cartina è segnato come sentiero e non come strada asfaltata. E poi sarà ancora più in alto del Passo Giovo. Fa freddo. Vipiteno si trova a quota 950 m. Mi attendono 1300 metri di dislivello e c’è un’unica strada in Val di Vizze che porta fin su al passo di circa 20 km. La vedo brutta.
Finisco di mangiare. Pago. Ringrazio. Saluto. Mi porto sull’ingresso dell’albergo e viene giù della gran acqua. Tentenno. Poi decido. Non posso permettermi di aspettare, di restare fermo! Voglio arrivare a Monaco e voglio farlo entro domani!! Ma ho ancora tutta l’Austria da attraversare, sono scellerato a dirmi così! Anche stavolta non ho alternative. Devo e voglio inforcare la bici e partire. Dopo qualche consiglio datomi da una ragazza al supermercato per imboccare la Val di Vizze e ultimi ripari sotto pensiline varie, parto seriamente.
Piove costantemente ma non fortissimo. A sorpresa scopro che il calore prodotto dal mio corpo pedalando è sufficiente a mantenere abbastanza asciutti pantaloni e giacca. Felice di non pedalare con vestiti inzuppati, imposto un passo deciso e costante, curioso di vedere com’è questo passo, visto che non ci sono mai passato. Difatti nell’ultimo tratto è chiusa al traffico quindi si fa solo in bici. Si incontrano soprattutto pascoli di mucche al pascolo. La strada è loro. Salendo si fa un po’ più freddo, ma ancora sopportabile, e scorgo una montagna con della neve.
Caspita! Qui piove e là nevica. È neve fresca, si vede. Speriamo che al passo non nevichi! La strada si fa sempre più stretta e sempre più disabitata di casette sui lati. I pascoli cedono gradualmente il posto ai boschi e ai ruscelli. Pace assoluta. Fresco. Acqua pura.
Continuando si arriva a San Giacomo, che è l’ultimo micropaesino servito dalla strada asfaltata.  Poi incomincia a diventare bianca e si entra nel tratto più duro. Incontro un ciclista dal verso opposto con una bici con ruote strette da strada tutto saltellante. Mi chiedo come abbia fatto a valicare con quella bici con una strada così sconnessa. Poi ogni tanto qualche mountainbiker. C’è un imbocco di un sentiero che porta verso le cascate e al Grabspitze con pareti quasi verticali. Un cartello mette freddamente in guardia chi si vuole avventurare per la vera montagna facendo la lista di persone che hanno perso non solo il terreno da sotto i piedi, ma anche la vita.
Continuo per la mia strada. Pian piano la roccia si spoglia dei boschi fittissimi e si dipinge di muschi e licheni. Sono sopra quota 2000 e incomincia a tirare un gran vento. La fatica per pedalare controvento con terreno ciottoloso e la stanchezza aumentano di pari passo. Non mi scoraggio. Mi piace. Sto sfidando le Alpi. Sto raggiungendo la cima! WoW! Fra poco sarò in Austria!!
Eccola! Sono sul tetto del mio percorso verso Monaco, a quota 2248! Estasiato, mi concedo quindici minuti di pausa. Tira un vento fortissimo. Mi riparo dietro ad un muro di un rifugio (pare tutto chiuso) sottovento. Cambio cartina, studio un po’ il percorso che mi attende. E mangio qualcosa. Ammiro l’ambiente a 360 gradi. È tutto circondato da nebbia che avvolge tutta la cima della montagna rendendo il posto misterioso e non so cosa ci sarà dopo la prima curva austriaca. Mi viene in aiuto la cartina. Sul versante austriaco il tracciato si riduce a sentiero da trekking e porta allo Schlegeisspeicher, un bacino formato da una diga. Sono felice. Penso che il peggio di tutto il percorso, la salita appena divorata, sia passato. Ora ho ancora tanta energia per arrivare il più vicino possibile all’altro bordo dell’Austria. In fondo non è poi tanto “spessa”  l’Austria in questa zona.
La discesa è inebriante. Sconnessa. Piena di sassi. Stretta. Con torrente a fianco. Perfetta.  Qui mi serve veramente una bici robusta. La mia bici da supermercato svolge egregiamente il suo dovere. Complice perfetta. Arrivato al lago artificiale, trovo un parcheggione. Continuo la discesa e incontro un  bus turistico che infila una galleria passandoci veramente a pelo. Oltretutto è un quindici metri.
Percorro tutta la discesa interminabile e arrivo in Zillertal. Ormai è fatta! Sento già odore di Germania! Il percorso finalmente si fa leggero e rilassante. Ancora giù verso la valle dell’Inn per poi risalire un breve tratto lungo il bordo del poderoso Inn. Poi a destra verso L’Achensee.
Stasera voglio fermare la bici presto per avere il meritato riposo. Oggi è stato il giorno più duro e l’ho superato egregiamente. Cerco un posto a Jenbach, poco prima dell’Achensee. Noto un posto che ha l’aria di ostello. Mi accoglie una graziosa ragazza di Como. Alla fine confessa che si vive molto meglio in Italia. Sono fortunato, con soli 35 euro ceno (benissimo e abbondante con dolce!) e pernotto.
Gioia.
104 km , 7 ore e 47 minuti, media 13,4 km/h, consumo: 1 litro di acqua.

Sabato 4 Agosto 2007
Jenbach-Monaco

Oggi sono convinto di arrivare a Monaco. Non ho idea di quanti chilometri effettivamente mi separino dalla meta, perché l’ultima cartina che ho copre fino all’Achensee e poi... e poi più niente. Solo il mio senso dell’orientamento e il buon senso e qualche nome che ricordo da quando avevo pianificato il percorso prima di partire. So che devo passare per Kreuth e poi ancora un altro lago, il Tegernsee. Poi ci dovrebbe essere una lunga ciclabile (30 km? 50 km? ) fino a Monaco. Son convinto di farcela. Appena dato l’impulso per la prima pedalata e già mi visualizzo in centro a Monaco tra le macchine, tra la civiltà tra l’inquinamento, tra il rumore, tra il traffico, tra la gente, tra il casino, tra lo sporco, tra i treni (… no, voglio dire sui treni), sulla S-Bahn, tra fiumi di birra. Tra la vita.
Le piste ciclabili qui non mancano mai. Si trovano facilmente anche senza cartina. Raggiungo L’Achensee. Cerco di spingere sui pedali con ritmo sostenuto per far chilometri. La pista ciclabile lungo tutto il fiume è perfetta e io sento di dare il massimo. Viaggio a più 25km/h che, considerato il bresciolino ed i ruotoni della bici più il carico dello zaino e 440 km già alle spalle, il Passo Giovo e un passo di 2200 metri superati, beh, sono un bell’andare! La strada si srotola davanti a me. Molti, considerato che è sabato, fanno la loro ora di corsa lungo il lago. Sono all’inizio del lago e con la testa sono già alla fine. La mia mente vede già Monaco. Non sto più nella pelle! Non posso crederci! Ma calma! Sono ancora in Austria! E devo ancora superare il piccolo passo al confine! Non importa! Sono sicuro di arrivarci!
Ad Achenkirch svolto a destra per quella che mi sembra la strada giusta per arrivare al confine, al rifugio GuffertHütte. Ormai è il giorno del ricordo. Ok, la strada è in salita e tira parecchio, ma penso a ciò che ho fatto negli ultimi 4 giorni. È stato incredibile. È incredibile più che altro che basta veramente poca attrezzatura ed equipaggiamento per ottenere ciò che si vuole. È incredibile di quanto superfluo ci sia attorno a noi.
Più avanti sulla sinistra c’è un parcheggio pieno di macchine, di gente che va a fare passeggiate e mountainbikers come me. In fondo inizia una stradina bianca. Mi viene il dubbio se sia quella da prendere oppure no. Nelle indicazioni non c’è scritto il nome del rifugio ma altri nomi in tedesco che a me purtroppo non dicono niente. Chiedo ai mountainbikers ma non sanno nemmeno dirmi in che punto sulla cartina siamo. Di testa mia continuo avanti per la strada normale asfaltata, ma dopo mezz’ora mi rendo conto che sto andando fuori rotta. Torno indietro e prendo la stradina che tutti gli alti avevano preso. Perché voglio sempre andare dove tutti gli altri non vanno?
Lo sbaglio però mi fa anche un regalo. Imboccata la stradina, me la prendo un po’ comoda e tengo sempre la testa a vedere il fiumiciattolo o il bosco accanto. Sento qualcuno che sopraggiunge. Poi mi supera dicendomi qualcosa (ciao in tedesco, suppongo). Caspita! È una ragazza in mtb! Ed anche bella, tra l’altro! Per tutta la salita starò incollato a lei, fin su in cima al rifugio!  
Al rifugio mangio una normale cotoletta alla milanese (Wienerschnitzel) e mi bevo una bici! O meglio una Radler. Ein Radler. Danke schön.
Riparto con la pancia piena e un po’ brillo. C’è una lunga discesa di ghiaia che porta fino al confine Austria-Germania. Che non c’è. Penso che il confine sia un piccolo torrentello.
Si risale nuovamente un lungo tratto di bosco, poi, pian piano, se ne esce fuori e le strade più a valle diventano d’asfalto. Soddisfatto e conscio di essere prossimo alla meta sento che la gioia invade il mio corpo, i miei muscoli. Che li ringrazio.
Sbuco in un parcheggio. Poi scendo ancora, verso il Tegernsee, verso i paesi. Qui chiedo alla gelataia quanto manca per Monaco. “Go till the end of the lake. And then it’s all straigth, all straight all straight, for 52 km! “Oh my Godness. Ma è tutta pianura. Sono passate da poco le cinque del pomeriggio e verso le otto di sera finalmente i palazzoni di Monaco! Strade sempre più grandi... ci sono! Arrivato!! Ce l’ho fatta!!!!! Gioia incredibile!
155km, 9 ore e 26 minuti, media 16,5 km/h , consumo: 1,5 litri di acqua